Ferragosto, il tempo sospeso che ci ricorda il valore del tempo

Ferragosto ha sempre avuto qualcosa di diverso dagli altri giorni d’estate. È una sospensione collettiva, un momento nel quale il ritmo del Paese sembra rallentare e ci permette di osservare con maggiore nitidezza il modo in cui viviamo ed il valore che diamo al tempo.

Viviamo in una società che misura quasi tutto attraverso la produttività, la velocità, la capacità di essere continuamente disponibili. Il lavoro invade spesso gli spazi della vita, la precarietà rende difficile programmare il futuro, la tecnologia ci mantiene permanentemente connessi e perfino il riposo rischia di diventare qualcosa da conquistare.

Eppure il tempo non è soltanto una questione privata. È una delle grandi questioni sociali del nostro tempo.

Avere tempo per sé, per le persone che amiamo, per la cura, per la formazione, per partecipare alla vita di una comunità significa avere una qualità della vita migliore. E significa anche avere maggiore libertà.

Non tutte e tutti, però, dispongono dello stesso tempo.

Ci sono lavori che consentono di organizzare la propria vita e altri che la rendono imprevedibile. Ci sono donne sulle quali continua a pesare una parte enorme del lavoro di cura non retribuito. Ci sono giovani che attraversano anni di precarietà senza riuscire a costruire un progetto autonomo. Ci sono famiglie che non possono permettersi una vacanza e persone che anche il 15 agosto continuano a lavorare perché i nostri ospedali, i trasporti, la sicurezza, l’assistenza, il turismo e molti servizi possano continuare a funzionare.

Ricordarlo significa riconoscere che anche il diritto al riposo racconta le disuguaglianze di una società.

La conquista delle ferie, della riduzione dell’orario di lavoro, dei tempi di riposo non è arrivata per caso. Appartiene alla storia dei diritti del lavoro e alla lunga battaglia che ha cercato di restituire alla persona uno spazio di vita oltre il lavoro.

È una conquista che non dovremmo considerare definitivamente acquisita.

Oggi nuove forme di lavoro, precarietà, piattaforme digitali, turnazioni continue e una cultura della reperibilità permanente ci obbligano a tornare a porci una domanda apparentemente semplice: quanto della nostra vita vogliamo consegnare al lavoro e quanto vogliamo restituire alle persone?

È una domanda politica. Così come è politica la possibilità di vivere bene nei territori nei quali siamo nati.

Ferragosto, soprattutto in Sicilia, rende visibili anche le differenze tra luoghi. Ci sono territori pieni di persone per poche settimane e quasi vuoti per il resto dell’anno. Paesi che durante l’estate ritrovano figli, nipoti, giovani che studiano o lavorano altrove e che per qualche giorno tornano nelle case dalle quali sono partiti.

Anche questo dovrebbe interrogarci.

Una terra non può vivere soltanto del ritorno estivo di chi è stato costretto ad andare via. Dovremmo costruire le condizioni perché partire sia una possibilità e non un obbligo, perché tornare sia davvero possibile e perché restare possa essere una scelta libera.

L’estate siciliana rende ancora più evidente questo paradosso: una terra straordinariamente ricca di bellezza, cultura, relazioni e possibilità che continua però a perdere una parte importante delle proprie energie migliori.

La politica dovrebbe servire esattamente a questo: rendere possibile alle persone il tempo della propria vita.

Il tempo per studiare senza dover rinunciare per ragioni economiche. Il tempo per lavorare senza essere consumati dal lavoro. Il tempo per avere figli senza che questo significhi, soprattutto per le donne, dover scegliere tra famiglia e autonomia professionale. Il tempo per curarsi senza aspettare mesi. Il tempo per raggiungere un’altra città senza trasformare ogni spostamento in un viaggio interminabile. Il tempo per immaginare il proprio futuro senza sentirsi costretti a cercarlo altrove.

Ed allora Ferragosto può diventare un’occasione per guardare il Paese da un’altra prospettiva.

Perché quando rallentiamo ci accorgiamo meglio di ciò che normalmente attraversiamo troppo velocemente.

Vediamo le disuguaglianze, ma vediamo anche ciò che vale la pena difendere: i legami, le comunità, i territori, la possibilità di scegliere il proprio destino.

Ferragosto può ricordarci proprio questo. Che una società più giusta non è soltanto quella che produce più ricchezza, ma quella che distribuisce meglio opportunità, diritti e tempo.

Perché il tempo non è semplicemente qualcosa che passa. É la materia stessa della nostra vita.

E garantire a ciascuna e a ciascuno la possibilità di viverlo pienamente è, forse, una delle forme più concrete di libertà.

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