Dialogo interiore (Self Talk): imparare a parlare a sè stessi

<Siamo ciò che pensiamo: i nostri pensieri e la nostra costruzione della realtà  influenzano inevitabilmente le nostre azioni.>

Pensiero e linguaggio positivo sono armi importanti della leadership, ma come tutte le competenze hanno bisogno di allenamento, di pratica, e persino di corroborarsi negli errori per potere dare loro i frutti.

La leadership deve infatti sapere imparare a confrontarsi con i propri obiettivi, entrando nel <giusto dialogo> con loro.

La generatività e la capacità di incidere sulle cose nasce infatti dalla consapevolezza, e dalla capacità di lavorare sul pensiero positivo che si apprende con l’allenamento a <dirsi le giuste cose>.

Il self talk – il dialogo interno – è uno strumento molto potente, se lo sappiamo usare, per crescere in consapevolezza, costruendo quelle basi che ci sono necessarie per costruire la nostra forza interiore e liberare i nostri talenti.

Il linguaggio è infatti una leva fondamentale in grado di agire sull’inconscio, sul pensiero e, a catena, sugli stati d’animo, sulle azioni e quindi sui risultati.
Questo vale sia in positivo che in negativo.

Quello che dobbiamo imparare a fare è ridurre i dialoghi in negativo, silenziando quegli elementi di distrazione (rumori) che conducono all’autosabotaggio (https://cleolicalzi.it/2021/05/20/il-nemico-che-ce-in-noi/), ed amplificare l’audio nei dialoghi in positivo.

Frasi o immagini positive possono infatti aiutare ad ottimizzare una prestazione, a concentrarsi maggiormente sul focus reale, a migliorare la percezione che si ha di sé stessi dando potenza ai propri talenti.  

Viceversa, se i nostri dialoghi interni sono troppo critici, negativi o pessimisti possono avere un effetto ostacolante e produrre il fenomeno della profezia che si autoavvera.

Non siamo abituati al dialogo interno, anzi spesso lo sfuggiamo per concentrarci invece sulla comunicazione esteriore; ma le due cose sono correlate ed interagenti e solo insieme permettono di ottenere sempre migliori risultati nella vita.

Il Self talk – il dialogo interiore con la parte più autentica di noi – ci aiuta a superare tutto questo e ci fa rimanere focalizzati sull’obiettivo prefissato, sviluppando quella motivazione che costruisce il risultato.

Crederci e sostenersi ricorrendo al pensiero positivo serve a lavorare sul ‘focus’, ovvero sull’essenziale, senza lasciarsi distrarre dai ‘rumori’ che inneschiamo per sottrarci alle sfide.

Il dialogo interiore invece punta a massimizzare l’attenzione sugli obiettivi e ad amplificare la motivazione guidandoci nella giusta direzione e sostenendoci ad abbandonare la comfort zone.

Il dialogo interiore facilita il proprio percorso dal nostro sé attuale al nostro sé più autentico. Un percorso in cui dobbiamo farci guidare connettendoci con noi stessi e con le sfide che affrontiamo e lavorando quindi sui processi di consapevolezza.

Il focus deve essere sempre sul ‘qui ed ora’. Mai riflesso al passato, ripercorrendo mentalmente tutte le volte che si è fatto in un modo e si è ottenuto per conseguenza un certo risultato. Dobbiamo invece agire estrapolando il ricordo dal contesto e imparando invece a sviluppare la lezione dal passato e lavorare sulla fecondità dei nostri errori (https://cleolicalzi.it/2021/09/09/errori-fecondi/).

Il focus non deve nemmeno essere proiettato ad futuro ‘distante’, spostando l’attenzione dalla prestazione sul prossimo obiettivo e aggiungendo al contesto tutte quelle variabili futuristiche che provano a immaginare cosa potrebbe accadere ‘dopo’, ma sfuggendo di fatto da quello che <sta accadendo ora> o ancor di più da quello che tocca a noi far accadere.

Proiettare al futuro il dialogo trascura infatti una variabile importante: il nostro sé in divenire, ovvero ciò che potremo diventare attraverso la sperimentazione dei nostri ‘qui ed ora’. Attraverso la trasformazione generativa dei nostri errori.

Attraverso il dialogo interiore impariamo a sviluppare l’autoinduzione dello stato emotivo desiderato: autocontrollo, attenzione, concentrazione, energia, autostima, carico motivazionale positivo, gestione ottimale delle proprie risorse, sviluppo dei propri talenti. E costruiamo quell’habitat mentale, quella ‘giusta narrazione di sé’ che ci permette di …far accadere le cose.

Siate affamati, ma gentili

Il discorso che George Saunders tenne agli studenti nel 2013: <…siate affamati ma gentili>. Qualsiasi cosa farete eccedete in gentilezza.

La gentilezza è la qualità della leadership generativa, la capacità di fare dono di sé , la realizzazione di un Noi necessario per sviluppare intelligenza collettiva.

Essere <gentili> è cosa ben diversa da essere cortesi. Non si può essere <gentili> se non si è capaci di fare dono di sé agli altri. Ed è dal dono di sé che la leadership diventa credibile e si afferma come guida del gruppo e generatrice di talenti. Usando il processo di consapevolezza e di crescita che racconta Sanders, e quindi passando dall’Io al NOI.

<Nel corso degli anni si è andata affermando una tradizione per questo tipo di discorsi, che potremmo sintetizzare come segue: un vecchio noioso e antiquato, con i migliori anni ormai alle spalle, che nel corso della sua vita ha commesso una serie di errori madornali (che sarei io), dà consigli dal profondo del cuore a un gruppo di giovani brillanti e pieni di energie che hanno davanti a sé i loro anni migliori (che sareste voi). E io intendo rispettare questa tradizione.

Ebbene, una delle cose più utili che si può fare con una persona anziana – oltre a prendere soldi in prestito o chiederle di eseguire uno dei “balli” dei suoi tempi, così da poterla osservare facendosi due risate – è chiederle: “Ripensando al passato, di che cosa ti rammarichi?”. E lei te lo dice. In qualche caso, come ben sapete, te lo dice anche se non glielo chiedi. In qualche altro caso ancora te lo dice perfino quando hai specificatamente chiesto che non te lo dica.

Bene: di che cosa mi rammarico? Di essere stato povero, di quando in quando? Non proprio. Di aver fatto mestieri tremendi, come “estrarre le articolazioni” in un mattatoio? (che non vi venga assolutamente in mente di chiedermi che cosa ciò comporta.) No. Non mi rammarico di ciò. Di essermi tuffato senza nulla addosso in un fiume di Sumatra, un po’ alticcio, e di aver guardato in alto, e di aver visto qualcosa come trecento scimmie sedute su una tubatura intente a cagare di sotto, nel fiume, proprio quello nel quale stavo nuotando io, con la bocca spalancata e tutto nudo? E di essermi ammalato in seguito a ciò, e di essere stato male per i sette mesi successivi? Non proprio. Mi rammarico forse di aver fatto qualche sporadica figuraccia? Come quella volta che giocando a hockey di fronte a una gran folla – in mezzo alla quale c’era una ragazza che mi piaceva davvero tanto – caddi a terra emettendo un bizzarro suono stridulo, e non so come riuscii a segnare nella porta della mia squadra e al tempo stesso a scaraventare il bastone in mezzo alla folla e a colpire proprio quella ragazza? No. Non mi rammarico neppure di questo.

In verità mi rammarico di un’altra cosa: in seconda media nella nostra classe arrivò una ragazzina nuova. Nel rispetto della privacy, diciamo che il nome col quale ci fu presentata fu “Ellen”. Ellen era piccola, timida. Indossava occhiali blu dalla montatura a occhi di gatto, del tipo che all’epoca portavano soltanto le signore anziane. Quando era nervosa, in pratica quasi sempre, aveva l’abitudine di mettersi una ciocca di capelli in bocca e di masticarla.

Insomma, arrivò nella nostra scuola e nel nostro quartiere, e per lo più fu del tutto ignorata, in qualche caso presa in giro (“Sono saporiti i tuoi capelli?” e altre battute del genere). Mi rendevo conto che questo la feriva. Ricordo ancora come appariva dopo una villania di questo tipo: teneva gli occhi bassi, se ne stava un po’ ripiegata, come se avesse ricevuto un calcio nello stomaco, come se essendole appena stato ricordato il posto che occupava cercasse, per quanto possibile, di scomparire. Dopo un po’ scivolava via, con la ciocca di capelli ancora in bocca. A casa, dopo la scuola, immaginavo che sua mamma le chiedesse cose del tipo: “Come è andata oggi, tesoro?”. E lei rispondesse: “Oh, bene”. E sua madre forse le chiedeva anche: “Hai stretto amicizie?”, e lei rispondesse: “Sicuro, molte”.

Talvolta la vedevo bighellonare tutta sola nel giardino anteriore di casa sua, come se fosse timorosa di uscirne. E poi… Poi traslocarono. Ecco tutto. Nessuna tragedia. Nessuna grande presa in giro finale. Un giorno era lì, il giorno dopo era sparita. Fine della storia.

Ebbene, perché mai mi rammarico di ciò? Perché a distanza di quarant’anni ripenso ancora a quell’episodio? Rispetto alla maggior parte degli altri ragazzini, in realtà, io mi ero comportato abbastanza gentilmente con lei. Non le ho mai detto niente di sgradevole. Anzi, in qualche caso l’ho addirittura difesa (un po’). Eppure… Mi dispiace.

Ecco, questa è una cosa vera che adesso so di sicuro, anche se si tratta di qualcosa di un po’ trito e non so con esattezza che farne: ciò che rimpiango di più nella mia vita è aver mancato di essere gentile. Mi riferisco a quei momenti in cui davanti a me c’era un altro essere umano, addolorato, e io ho reagito… assennatamente. In modo riservato. Bonario.

Oppure, se vogliamo vedere le cose dall’altra parte, potremmo chiederci: chi ricordi con maggior affetto nel corso della tua vita? Con la più innegabile sensazione di cordialità? Quelli che sono stati maggiormente gentili nei tuoi confronti, scommetto.

Sarà forse un po’ semplicistico, e sicuramente difficile da mettere in pratica, ma direi che come obiettivo nella vostra vita fareste bene a “cercare di essere più gentili”.

Ed eccoci alla domanda da un milione di dollari: qual è il nostro problema? Perché non siamo più gentili? Questo è quanto penso io in proposito:

Ciascuno di noi viene al mondo con una serie di malintesi innati che quasi certamente hanno un’origine darwiniana. Mi riferisco a: 1) noi siamo il centro dell’universo (in altri termini, la nostra storia personale è la storia più importante e interessante al mondo. Anzi, in realtà è l’unica storia che conti); 2) noi siamo qualcosa di diverso e distinto dall’universo (sì, certo ci siamo noi e poi, laggiù, c’è tutto il resto, cani e altalene e lo Stato del Nebraska e le nuvole basse e, sì, è vero, anche tanta altra gente); e 3) noi siamo eterni (la morte esiste, sì, certo, ma riguarda te, non me).

Ebbene, noi non crediamo veramente a queste cose – a livello intellettuale non siamo certo così ingenui – ma ci crediamo a livello viscerale, e viviamo in modo conforme a ciò che crediamo, al punto che queste cose fanno sì che noi riteniamo prioritarie le nostre esigenze rispetto a quelle altrui, anche se ciò che vogliamo davvero, nel profondo dei nostri cuori, è essere meno egoisti, più consapevoli di quello che sta accadendo nel momento presente, più aperti, più amorevoli.

Ed eccoci alla seconda domanda da un milione di dollari: come possiamo riuscire a fare una cosa del genere? Come possiamo diventare più premurosi, più aperti, meno egoisti, più presenti, meno deludenti e così via? Già, bella domanda…Purtroppo, mi restano soltanto tre minuti ancora…

Lasciate dunque che vi dica questo: il modo c’è. Voi già lo sapete, del resto, poiché nella vostra vita avete conosciuto periodi di Grande Gentilezza e periodi di Poca Gentilezza, e già sapete che cosa vi ha spinti verso i primi e lontano dai secondi. Una buona istruzione serve. Immergersi in un’opera d’arte serve. Pregare serve. Meditare serve. Una chiacchierata schietta con un caro amico serve. Sentirsi parte di una tradizione spirituale serve. Riconoscere che ci sono state innumerevoli persone davvero intelligenti prima di noi che si sono poste queste stesse domande e ci hanno lasciato le loro risposte serve.

Il fatto è che si finisce con lo scoprire che essere gentili è difficile. Perché essere gentili all’inizio è essere tutti arcobaleni e cucciolotti, ma poi si espande, fino a includere… beh, proprio tutto.

Una cosa gioca a nostro favore: parte di questo diventare più gentili capita naturalmente, con l’età. Può trattarsi di una semplice questione di logoramento: a mano a mano che invecchiamo impariamo ad accorgerci di quanto sia inutile essere egoisti. Di quanto sia illogico, davvero. Iniziamo ad amare il prossimo e così facendo riceviamo una sorta di contrordine in merito alla nostra centralità. La vita reale ci prende a calci nel sedere, e la gente accorre in nostra difesa e in nostro aiuto, e così impariamo che non siamo separati dagli altri, né vogliamo esserlo. Vediamo le persone a noi vicine e a noi care indebolirsi, e poco alla volta ci convinciamo che forse anche noi un giorno saremo più deboli (un giorno, tra tanto tempo). La maggior parte delle persone, quando invecchia, diventa meno egoista e più amorevole. Penso che sia proprio vero. Il grande poeta di Syracuse Hayden Carruth quasi al termine della sua vita in una poesia scrisse di sentirsi “per lo più amore, ormai”.

Ed eccovi la mia previsione, il mio augurio di tutto cuore per voi: a mano a mano che invecchierete, il vostro Io diminuirà e crescerete nell’amore. L’IO sarà sostituito poco alla volta dall’amore. Se avrete figli, quello sarà un momento di enorme rimpicciolimento della vostra centralità. A quel punto non vi interesserà più ciò che accadrà a voi, purché siano loro a beneficiarne. Questo è uno dei motivi per i quali i vostri genitori oggi sono così orgogliosi e felici. Uno dei loro sogni più caramente accarezzatisi è trasformato in realtà: voi avete portato a compimento qualcosa di difficile e di tangibile che vi ha fatto crescere come persone e vi renderà la vita migliore, da adesso in poi, per sempre.

Da giovani siamo impazienti, come è giusto che sia, di scoprire se possediamo tutto ciò che ci serve. Ce la faremo? Riusciremo a costruirci una vita degna di questo nome? Ma voi – in particolare voi, di questa generazione – forse avrete notato un certa qualità ciclica in questa ambizione. Andate bene al liceo nella speranza di riuscire a entrare in una buona università, così da andare bene all’università nella speranza di riuscire a ottenere un buon posto di lavoro, così da poter svolgere bene il vostro lavoro nella speranza di riuscire a…

E tutto ciò è sicuramente ok. Se dobbiamo diventare più gentili, questo processo include il fatto di prenderci sul serio, in qualità di persone che agiscono, che portano a termine le cose, che sognano. Sì, dobbiamo fare proprio questo: essere il meglio di ciò che possiamo essere.

Tuttavia, il successo è inaffidabile. “Avere successo”, a prescindere da ciò che può voler dire per voi, è difficile, e la necessità di farlo sempre si rinnova di continuo (il successo è come una montagna che continua a innalzarsi nel momento stesso in cui la scaliamo), ed esiste il pericolo molto concreto che per “avere successo” sia necessaria la vita intera, mentre le grandi domande restano senza risposta.

Ed eccovi dunque un consiglio veloce, per congedarmi al termine di questo discorso: dato che secondo la mia opinione la vostra vita sarà un viaggio che vi porterà ad essere più gentili e più amorevoli, sbrigatevi. Fate presto. Iniziate subito. In ciascuno di noi c’è un equivoco di fondo, un vero malessere in verità. Si tratta dell’egoismo. Ma la cura esiste. Siate quindi gentili e proattivi e addirittura in un certo senso i pazienti di voi stessi – cercate le medicine più efficaci contro l’egoismo, cercatele con tutte le vostre energie, per tutto il resto della vostra vita.

Fate tutte le altre cose, quelle ambiziose – viaggiare, diventare ricchi, acquistare fama, essere innovativi, essere leader, innamorarsi, fare fortuna e perderla, nuotare nudi nei fiumi in mezzo alla giungla (dopo aver controllato che non ci siano in giro scimmie che cagano) – ma qualsiasi cosa farete, nella misura del possibile eccedete in gentilezza. Fate ciò che vi può indirizzare verso le risposte a quelle grandi domande, cercando di tenervi alla larga dalle cose che possono sminuirvi e rendervi banali. Quella luminosa parte di voi che esiste al di là della vostra personalità – la vostra anima, se credete – è tanto luminosa e brillante quanto nessun’altra. Luminosa come quella di Shakespeare, luminosa come quella di Gandhi, luminosa come quella di Madre Teresa. Sbarazzatevi di tutto ciò che vi può tenere lontani da quella luminosità nascosta. Credete nella sua esistenza, cercate di conoscerla meglio, coltivatela, condividetene incessantemente i frutti.

E un giorno, tra 80 anni, quando voi ne avrete 100 e io 134, quando saremo tutti così gentili e premurosi da risultare quasi insopportabili, scrivetemi due righe. Fatemi sapere come è stata la vostra vita. Spero tanto che mi scriviate: è stata meravigliosa.

Congratulazioni, laureati del 2013. Vi auguro tanta felicità, tutta la fortuna del mondo e un’estate splendida.>

Spicchiamo il volo

Adam Grant in un articolo pubblicato sul New York Times ha coniato un termine nuovo: illanguidimento (languishing). Con questo neologismo Grant ha voluto sottolineare l’emozione dominante che sta caratterizzando questi tempi e che certamente ha a che fare con una comprensione non corretta del concetto di resilienza.

Grant indica con il termine coniato quel senso di malessere e di fatica che caratterizza chi davanti agli ostacoli ‘butta la spugna’ e ricerca negli altri le colpe, invece di rimboccarsi le maniche e dalla crisi costruire un’opportunità di cambiamento necessario e generativo.

Un pò come guardare la propria vita attraverso un parabrezza appannato: riduce la visibilità e impedisce di puntare avanti. Una condizione che ci rimanda in una condizione di incertezza che si colloca a metà tra le vette dell’entusiasmo e dell’impegno che sono il carburante di ogni intrapresa e le voragini invece tipiche dell’abbandono delle sfide. Che spegne la nostra motivazione.

E’ il fenomeno che viene definito della ‘grande rinuncia’. Le persone, semplicemente, ripensano alle loro carriere, alle loro condizioni di lavoro, agli obiettivi a lungo termine. Si fermano, tirano i remi in barca, e riformulano il percorso, con l’intenzione di andare alla ricerca di nuovi equilibri che intercettino prospettive più autentiche.

La ‘grande rinuncia’ nasce dalla combinazione di due bias , cioè di due distorsioni cognitive che incidono sulle nostre decisioni rompendo improvvisamente dis-equilibri che avevamo imparato a tenere a bada (https://cleolicalzi.it/2021/04/16/il-vulcano-in-eruzione-che-e-dentro-di-noi/).

Il primo è il bias dei cosiddetti ‘sunk cost’, i costi irrecuperabili, che si basa su quell’idea che, poiché si è già sostenuto un costo per ottenere qualcosa (non necessariamente in denaro, ma anche in tempo, emozioni, relazioni di lavoro), quel qualcosa vada preservato anche se non va più bene. Questo bias ci fa fermare nella apparente comfort zone anche quando questa è diventata limitativa (https://cleolicalzi.it/2020/08/15/barra-dritta/).

Sarebbe invece molto meglio resistere a questa errata percezione, non lasciarsi abbandonare come la rana nel pentolone (https://cleolicalzi.it/2021/07/09/la-rana-consapevole/) ed immettersi invece in una nuova prospettiva, capace di farci generare ancora valore.

Il secondo è il bias del ‘costo opportunità’. La percezione del fatto che qualsiasi scelta attuata implica sempre e in ogni caso anche un costo, corrispondente al valore che potrebbe essere conseguito compiendo una scelta alternativa. Questo bias fa sì che invece di vedere la scelta che facciamo, ci pone l’attenzione su tutte le alternative che lasciamo andare. Qualsiasi scelta diventa così la rinuncia a qualcos’altro. La prospettiva è inversa: anziché guardare avanti e lasciare il porto, lanciamo funi per rimanere ormeggiati.

L’illanguidimento nasce allora quando non gestiamo questi due bias, ovvero quando non ci mettiamo nella prospettiva del cambiamento generativo e perseguiamo nella nella direzione delle cose che contano davvero.

Vi sono due indicazioni utili per contrastare l’illanguidimento. Il primo riguarda il provare a immergersi nel ‘flusso’, cioè in quella speciale condizione di totale attenzione che è tipica del lavoro creativo. Dando proprio alla creatività il valore di forza trasformativa.

Il secondo stimolo riguarda invece la capacità di scegliere attività sfidanti ma non impossibili e procedere ‘un passo alla volta’. Ed accettare che nei percorsi possano sorgere ostacoli (https://cleolicalzi.it/2021/05/20/il-nemico-che-ce-in-noi/).

Ed imparare ad accettarli questi ostacoli. Fermarsi e – come fa google maps – <ricalcolare il percorso> (https://cleolicalzi.it/2021/04/08/lavori-in-corso/).

La cosa più coraggiosa che si può fare è talvolta esattamente questa: fermarsi e ripartire. Rimettere in discussione tutte quelle scelte lavorative che diciamo fintamente di amare ma che non corrispondono più alla nostra autenticità o che hanno esaurito il loro ciclo creativo.

Impariamo allora a non lasciare la guida dei nostri percorsi all’automatismo dipendente dalle abitudini o dal timore di affrontare l’incertezza e la dose di rischio che sono fatalmente connesse con il cambiamento. E spicchiamo il volo.

Ci proviamo tutti a spiccare il volo, per poi la sera ripararci sotto le pergole dei nostri piccoli gesti quotidiani. Essere abitudinari non è così da sfigati. I bambini sono abitudinari. E i cani. Il meglio che c’è in giro”.

Leadership: la corsa ad ostacoli delle donne

In un mondo dominato dalla complessità e dalla dinamicità l’esigenza di frantumare il ‘soffitto di cristallo’ si fa sempre più pressante.

La pandemia ha accelerato molti processi di cambiamento. I processi di transizione ecologica e digitale richiedono il mutamento rapido anche dei paradigmi di leadership. Eppure non solo il soffitto resiste, ma adesso è il pavimento che scricchiola.

Malgrado i tanti proclami e gli slogan sbandierati quando servono, se pronunciamo la parola “leader”, si proietta ancora una silhouette sempre maschile.

Nessuno <investe> davvero su leadership femminili. Consentitemi di dire una cosa scomoda: spesso nemmeno le donne.

Le donne quando riescono ad affermarsi restano comunque schiacciate’ e non riconosciute dallo stesso sistema di genere che dovrebbe compattarsi ed invece finisce per fare il gioco inverso. Perché, se all’uomo è concesso tutto, anche di non essere adeguato al ruolo, sulla donna pesa il fardello di dover essere l’eccellenza. E come tutte le eccellenze di essere portata in processione ma mai messa veramente sulla plancia di comando.

La donna al vertice non è mai una Persona, ma sempre un aggettivo. E l’aggettivo non è quasi mai lusinghiero. E’ invece la narrazione di stereotipi difficili da scardinare.

Anche i paradigmi di leadership femminile che la storia ci consegna sono intrisi di pregiudizi e di errori di prospettiva. La Thatcher e la Merkel definite ad esempio ‘lady di ferro, proprio a rimarcare l’assimilazione all’universo maschile. Come dire che una Donna può essere riconosciuta Leader solo se assimilata all’uomo per stile di leadership.

Ed invece la leadership femminile dovrebbe essere leadership in quanto tale, dotata cioè di quella capacità ‘al femminile’ necessaria per incidere nelle scelte e imprimere una direzione innovativa. Che affermi il valore della democrazia paritaria.

E quando non è un aggettivo, il pregiudizio assume la forma di un nome proprio, mai di un cognome. E così abbiamo Khamala, Ursula, Angela da una parte, e Biden, Macron, Draghi dall’altra. Dove con il cognome si esprime l’autorevolezza, e con il nome invece la confidenza di una persona che accogliamo benevolmente in casa ma a cui non riconosciamo spazi di potere.

Parlando di leadership e di sviluppo di carriera, le donne hanno a che fare con due tipi di segregazioni.

La prima è di tipo orizzontale, ed è quella che esclude le donne da alcuni settori che sono poi quelli che hanno maggiori caratteristiche di crescita, distinguendo anche lessicalmente i lavori ‘per donne’ dalle professioni ‘per uomini’. E’ un tema che va affrontato agendo culturalmente ma soprattutto incidendo nei sistemi formativi primari, perché è li che si indirizzano le inclinazioni che poi determinano gli studi che segnano la strada alla definizione degli ambiti lavorativi.

Più insidiosa ancora è però la segregazione verticale. Il percorso delle donne lungo la scala della carriera e dell’affermazione personale è irta di trappole. Già al primo gradino, le donne devono vedersela con quelli che in leadership management sono definiti sticky floor, ‘i pavimenti appiccicosi’, ovvero quelle situazioni di partenza che si prolungano senza evoluzioni (una donna che entra in uno studio come assistente e tale rimane invece di evolvere nello stesso tempo alla qualità di socio come per l’omologo collega; e lo stesso gap blocca ad esempio le carriere di ordinario alle donne nel contesto universitario).

Ci sono poi quelli che vengono chiamati leaky pipeline, ovvero ‘i tubi che perdono’, metafora che allude alle occasioni di carriera perse o addirittura all’abbandono della professione nell’impossibilità di conciliarla con la maternità.

E salendo ancora la donna si scontra con il glass ceiling, con quel soffitto di cristallo che impedisce l’accesso al ruolo apicale. In condizioni ottimali. Salvo poi ricorrere alla donna nel caso di glas cliff, ovvero di quella che viene definita la scogliera di cristallo, la carica ‘scomoda’ da assegnare nelle situazioni spinose ed a forte rischio, o laddove un evento non controllabile può compromettere un intero percorso.

Generare, ovvero saper lasciare andare

Il più potente driver di cambiamento è la generatività.

La radice latina gen della parola generare esprime l’idea di qualcosa che deve ‘venire alla luce’, essere partorito, diventando capace di durare nel tempo, di mettere in circolo un circuito virtuoso che attivi il potere dell’intelligenza collettiva.

La generatività si sviluppa in un divenire che poggia su quattro verbi: desiderare, far nascere, accompagnare e lasciare andare.

L’incipit della generatività è il desiderio. Non c’è difatti generatività senza desiderio. Non c’è cambiamento senza che si faccia spazio dentro di noi il desiderio del cambiamento.

Per desiderare bisogna avere un’idea chiara di ciò che vogliamo. E poi costruire la strada per realizzare il desiderio. Il desiderare nasce nel momento in cui diventiamo consapevoli del nostro imperfezionismo, nel momento in cui ci accorgiamo che ‘ci manca’ qualcosa e iniziamo a realizzare di volerla raggiungere. Ha in sé una grande potenza la forza del desiderio perché ci dà quella forza necessaria per lasciare la comfort zone e metterci in cammino (https://cleolicalzi.it/2021/05/25/costruisci-un-desiderio-condividilo-e-dagli-potere/).

Bisogna imparare però a dare forma ai desideri, iniziando a dare loro un nome ed una direzione. Solo così possiamo <fare nascere> qualcosa. Il far nascere qualcosa è infatti il verbo che segue il desiderare e rappresenta la volontà di non lasciare che il desiderio resti solo un anelito ma lavorare – con impegno e perseveranza – alla sua realizzazione.

Per <far nascere> qualcosa bisogna volerlo. E non è solo una questione di ‘testa’. Per trasformare il desiderio in azione serve una motivazione.

La motivazione è il più potente carburante in un progetto di cambiamento. Argine alle paure e al tentativo di autosabotaggio, la motivazione è la componente necessaria per far nascere un progetto, spostandolo dal piano ancora inerte del desiderio a muovere i primi passi. La motivazione della leadership – se ben equilibrata e distribuita anche nel gruppo – rende la leadership autorevole e capace di ingaggiare nel progetto tutto il team, facendo sentire ognuno parte dello stesso e quindi responsabilizzato nel processo.

Una volta attivato anche nel gruppo il desiderio e la motivazione, questo deve essere accompagnato dentro il percorso di cambiamento, lavorando sulla consapevolezza e sulla responsabilizzazione al risultato.

Il terzo verbo della generatività è <Accompagnare>. Per trasformare davvero le persone in innovatori, in creatori di senso, in generatori di futuro. La leadership ha allora il compito di generare il desiderio nel team e guidare lo sviluppo dei talenti all’interno del gruppo. Accompagnarli nella crescita. La leadership instilla nel gruppo l’anelito ad apprendere, a non ritenersi mai colmi di conoscenza e ci si sappia invece mettere in ascolto. L’ascolto infatti è parte necessaria del generare e serve intelligenza emotiva per far nascere nel gruppo ed in ogni sua componente il desiderio di fare e – ancora prima – di apprendere.

Il quarto verbo della generatività è forse il più difficile da praticare, ma anche il più necessario : <Lasciare andare>.

Lasciare andare significa conseguire la consapevolezza di un ciclo che si è chiuso per fare spazio ad un nuovo tempo.

<Quando lascio andare ciò che sono, divento quello che potrei essere. Quando lascio andare ciò che ho, ricevo quello di cui ho bisogno>. Lao Tzu

PNRR: Piano di Cambiamento, non di resilienza

Il PNRR, acronimo oramai entrato nel nostro gergo quotidiano, indica il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza varato dal Governo in attuazione dello strumento del Next Generation.

Ma la parola Resilienza non deve trarci in inganno.

La resilienza ci porta infatti a restare come siamo e come siamo è di tutta evidenza che non ha funzionato: non abbiamo saputo spendere bene i fondi europei, non abbiamo riformato la pubblica amministrazione, non abbiamo risolto i divari né quelli territoriali né quelli di genere né quelli generazionali che sono anzi cresciuti.

Non abbiamo rigenerato in competenze il capitale umano della pubblica Amministrazione, non abbiamo semplificato i processi, non abbiamo riformato il sistema della giustizia, non abbiamo rivisto l’ordinamento universitario.

Non abbiamo risolto il problema della dispersione scolastica, non abbiamo trovato una soluzione alla mancanza di servizi essenziali che rendono metà del paese cittadini di serie B.

Come eravamo prima della pandemia è ciò che ci ha resi fragili davanti ad un evento imprevisto come la pandemia che ha fermato l’economia ed aumentato i divari.

Ante pandemia non abbiamo saputo agire davanti a quelle parole che ci sembravano così lontane come transizione ecologica e transizione digitale, tanto che c’è stato bisogno che Greta Thumberg ci riportasse all’attenzione che stavamo consumando inerti il pianeta.

Il PNRR è il pilastro di una strategia europea molto più grande, che non sarebbe stata avviata senza la pandemia e ha rivelato la straordinarietà di una Europa che è essa stessa cambiata, perché ante pandemia a Strasburgo la parola d’ordine era rispetto del Patto di Stabilità e si ragionava solo in termini di limiti agli sforamenti di bilancio e invece adesso c’è un investimento europeo di dimensioni epocali ed una scommessa forte sui territori, sulla loro capacità di ‘rigenerarsi’. Partendo proprio dalle loro fragilità.

Alla parola resilienza preferisco quindi la parola ‘cambiamento’. O meglio ‘resilienza dinamica’. Resisto non per rimanere dove ero, ma resisto lavorando sulle criticità per non ricadere più negli errori passati. Per costruire davvero i pilastri della next generation.

Il PNRR ci invita a cambiare e a mettere in atto quelle riforme necessarie. Spostando l’obiettivo oltre la dimensione locale, ma guardando a costruire la next generation.

Allora più che di ‘resilienza’, termine che richiama il resistere per tornare alla situazione di partenza (atteso che i divari esistevano già prima dello tsunami pandemico), dovremmo chiamarlo Piano di Cambiamento. Ed usare l’occasione del PNRR per fare davvero un cambio di passo.

Il tema ancor prima che di merito è di metodo. Cambiamento significa infatti presa di coscienza dei motivi per cui segniamo così gradi divari e consequenziale assunzione di responsabilità (nelle scelte e nelle azioni) e capacità di declinare correttamente le riforme necessarie.

La sfida allora non è nel declinare le proposte ma come declinarle e quali scelte fare a monte. La politica dovrebbe proprio assumersi il ruolo di fare le scelte necessarie. E farle per tempo.

Odio gli indifferenti

Antonio Gramsci ha reso in parole il significato potente della responsabilità attraverso il suo ‘contrario’: l’indifferenza, il tirarsi fuori dalle soluzioni.

Odio gli indifferenti esprime la necessità di essere dentro le cose, di assumersi l’onere di essere protagonisti del cambiamento.

Se ci tiriamo fuori, lo sappiamo, le cose succedono lo stesso. Ed è vano poi subirne o cercare la cause del perché sono accadute, quando ormai è troppo tardi.

Impariamo invece ad essere con-sapevoli , ad essere cioè <dentro le cose>. Rendiamoci parte nel farle accadere.

L’indifferenza è il peso morto della storia.E’ un’ancora per il novatore. E’ la palude in cui affoga l’entusiasmo. L’indifferenza opera solo a distruggere i progetti. Silenziosamente opera per non generare trasformazione.

L’indifferenza significa consegnare il risultato alla fatalità. Significa delegare al caso il merito. Il più mortificante degli ossimori.

Ciò che non accade, non è dovuto all’iniziativa sbagliata dei pochi che operano, quanto all’indifferenza, all’assenteismo dei molti.

Ciò che avviene, non avviene tanto perché alcuni vogliono che avvenga, quanto perché gli indifferenti abdicano alla volontà, lasciano fare, delegano ad altri ciò di cui invece dovrebbero assumersi la responsabilità e l’impegno.

Solo nel ‘dopo’, gli indifferenti tirano le somme delle altrui colpe, senza mai puntare il riflettore su ciò che avrebbero potuto fare e non hanno fatto. Su ciò che hanno lasciato – nell’inerzia colpevole – lasciato che non accadesse.

Ricercando – fuori da sé – un bersaglio su cui scaricare le colpe. Affermando così la loro assenza da ogni responsabilità.

E non perché non già che non vedano chiaro nelle cose, e che qualche volta non siano capaci di prospettare bellissime soluzioni dei problemi più urgenti, o di quelli che, pur richiedendo ampia preparazione e tempo, sono tuttavia altrettanto urgenti. Le soluzioni finiscono per rimanere infeconde, per colpevole assenza.

Ed allora l’invito ad essere sempre e comunque di parte, per essere parte delle cose.

<Odio gli indifferenti.

Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti. L’indifferenza è il peso morto della storia.

L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. È la fatalità; è ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che strozza l’intelligenza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, avviene perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia promulgare le leggi che solo la rivolta potrà abrogare, lascia salire al potere uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare.

Tra l’assenteismo e l’indifferenza poche mani, non sorvegliate da alcun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa; e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia altro che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto del quale rimangono vittime tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch’io il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo?
Odio gli indifferenti anche per questo: perché mi dà fastidio il loro piagnisteo da eterni innocenti. Chiedo conto a ognuno di loro del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime.
Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.>

Pasqua, Pasha: passare oltre i propri limiti

Pasqua significa risorgere, ripartire dopo una caduta, rialzarsi e riprendere il cammino. Facendo esperienza della caduta.

Pasqua, dal greco pascha, significa proprio <passare oltre>. Oltre le nostre convinzioni, i nostri limiti, i nostri errori, i nostri confini. Passare oltre per rinascere.

Rinascere, ovvero alzare ognuno la propria ‘pietra d’ingresso dal sepolcro’, mettendo via tutto ciò che ci trattiene, per tornare a ‘nuova vita’. Una vita arricchita da nuove e diverse consapevolezze. Maturate attraverso il passaggio dentro i nostri sepolcri; un passaggio necessario perché il cambiamento sia veramente generativo.

Ed allora costruiamola questa nostra Pasqua. Come individui e come comunità.

Questi anni di eccezionale crisi, dovuta alla pandemia, hanno cancellato vite, fermato attività, distrutto economie, reso instabile la situazione lavorativa di tanti. Dietro ognuno dei numeri snocciolati in questo anno ci sono vite umane, ci sono Persone, ci sono famiglie, ci sono saracinesche chiuse, contratti di lavoro annullati. Ci sono disperazioni, allontanamenti, dolori. Tanti hanno perso qualcuno o qualcosa.

Tutti abbiamo perso qualcosa, a volte anche semplicemente un’abitudine, es anche quella perdita, per quanto banale, disorienta e chiede nuovi punti di riferimento.

Tutti abbiamo avuto modo di riflettere su alcuni valori e su quanto non ci eravamo accorti quanto erano importanti per noi alcune cose. Di quanto erano essenziali alcuni legami.

La crisi pandemica ci ha costretti a misurarci con la perdita, il fallimento, la paura, l’insicurezza, la fragilità, l’incomprensione per qualcosa che non conoscevamo e che non abbiamo capito per tempo. Ci ha insegnato il senso dell’imprevisto e fatto convivere con l’incertezza e l’instabilità. Ci ha svelato la frangibilità dell’esistenza.

La pandemia prima, la guerra oggi, ci hanno colpito in modo collettivo ed individuale. Mettendoci davanti alla necessita di fare il conto con il significato di tante cose. Ci siamo ritrovati smarriti e vulnerabili, ed abbiamo dovuto abituarci ad altri ritmi, ad addormentarci con le paure dell’insicurezza ma anche con nuove consapevolezze.

Ci hanno messo di fronte alla più forte di tutte le prove: il confronto con il valore della vita. Oltre ogni divisione. Il valore di recuperare la relazione con gli altri per dare un senso a noi stessi.

Da queste nuove consapevolezze proviamo adesso a ripartire. Non dando più per scontato quello che accade. Ma imparando a stare dentro le cose. Ad assumerci la responsabilità del cambiamento.

Questo momento é un po’ come una eterna quaresima, ci costringe a guardarci dentro. A rimettere ordine nei pensieri, nei valori, nelle sicurezze, in famiglia, al lavoro, nel senso di comunità. A ridare contorno alle nostre esistenze.

È Pasqua. Ripartiamo! Rinasciamo! Ritrovando un nuovo più profondo senso della vita e della comunità. Più ambientale e solidale. Più collettiva. Più sociale. Più equa. Più autentica.

La democrazia paritaria conviene a tutti

Oggi le donne sono il 39% della forza lavoro su base nazionale, il 33% se guardiamo al dato meridionale. Con un gender pay gap, ovvero differenza nelle retribuzioni salariali a parità di incarico tra uomo e donna, pari al 37%. Una differenza che diventa abissale se si guarda alla dirigenza di alta impresa dove le dirigenti donne sono retribuite l’8,5% dei colleghi uomini.

Le donne non sono quindi solo poco rappresentate, ma sono anche peggio pagate.

L’avanzamento delle donne nelle posizioni apicali dipende spesso dai modelli organizzativi pensati dagli uomini, disegnati prevedendo la presenza e la disponibilità h24, in modalità inconciliabile con la necessità di cura familiare attribuita (anche in questo caso in modo distorto) alla donna.

E così le donne hanno maggiore probabilità di affermarsi in quelle realtà che hanno ripensato la struttura del lavoro, introducendo i paradigmi lavorativi innovativi resi possibili dalla transizione digitale e dall’affermarsi di una flessibilizzazione degli orari di lavoro, a fronte piuttosto della massimizzazione dei risultati.

Una trasformazione organizzativa già prevista dal legislatore anche ante pandemia ma rimasta sulla carta proprio perché destabilizzante dell’equilibrio di poteri: come poteva essere attuata da leadership resilienti per fare spazio a leadership innovative ?

Ma non basta riorganizzare il lavoro per avere un maggior numero di donne qualificate nelle posizioni apicali, se non si agisce a scardinare il paradigma lavorativo che è alla base della disparità di carriere.

E’ un passaggio a cui non possiamo più rinunciare se davvero vogliamo realizzare quella <next generation> su cui ci siamo impegnati con l’Europa. Ed alla quale stiamo legando tutte le nostre aspettative di ripresa.

Non può esserci alcuna transizione, né digitale né ambientale, se non sapremo prima mettere in modo quel capitale ‘dormiente’ che è la metà della potenziale forza lavoro, ma che è soprattutto la leva attraverso la quale scardinare lo status quo per realizzare quell’innovazione di modello necessaria a superare la crisi economica affermando un nuovo modello di società economica adeguato ai tempi.

Eliminare gli ostacoli per una maggiore partecipazione delle donne alla vita economica del Paese non ha valore solo di equità sociale e di affermazione di un diritto costituzionale, ma ha una convenienza economica.

Liberare il capitale inespresso delle donne produce effetti su tutti gli indici di crescita delle società e di sviluppo economico.

La mancata partecipazione paritaria nel mondo del lavoro comporta allora il non utilizzare una significativa leva di crescita dell’economia nazionale, con dirette conseguenze sulla produttività del Paese, soprattutto in questo momento di recessione.

La democrazia (paritaria) quindi conviene, a tutti.

Ma perché si realizzi, è necessario un cambiamento culturale profondo, che deve prima di tutto essere veramente voluto, anche dalle donne. Il tema non è infatti la vocale finale messa alla fine di una parola che indica una carica, ma il significato e l’accelerazione che attraverso quella carica si può imprimere al cambiamento.

Il sistema binario di leadership, con la distinzione tra il ‘take care femminile (prendersi cura) e il ‘take charge maschile (prendere il controllo), non è più valido. E’ uno stereotipo insidioso, di cui le donne devono liberarsi. Le donne devono piuttosto muoversi verso uno stile più autorevole e più competitivo, valorizzando anche le competenze che sono loro più congenite come la capacità organizzativa, la mediazione e l’intelligenza emotiva che sono chiavi importanti per sviluppare leadership generative che includano e propagano alla società le conquiste, che non devono rimanere ‘di una parte’ ma diventare patrimonio evolutivo della società. Non può certo essere la singola donna a cambiare il paradigma culturale; serve invece che le leadership donne siano generative di nuove leadership.

E’ davvero giunto il tempo di ripensare il modello di leadership e di empowerment femminile con meno idealismo e maggiore pragmatismo. Volendo concretamente attuarla e non solo chiedere che venga attuata. La democrazia non può avere una parte ‘che chiede’ ed una parte ‘che concede’: perché se è così non è democrazia.

I diritti si affermano: non si deve richiedere spazio, non bisogna accontentarsi di ‘concessioni’, di mere dichiarazioni di intenti. Bisogna lavorare invece per un concreto empowerment femminile che affermi la democrazia.

Senza aggettivi, perché la democrazia è paritaria, altrimenti non è.

PNRR: Riforme e Responsabilità

Il Next Generation è un programma di portata e ambizione inedite (e come tale va compreso ed attuato), che prevede non solo investimenti ma ne associa l’attivazione alle riforme necessarie per creare sviluppo. Riforme che erano sì necessarie anche prima della pandemia, ma che oggi diventano abilitanti per la ripresa.

L’impatto previsto dall’attuazione del Piano risponde difatti al bisogno di un intervento straordinario che può davvero generare un’inversione di tendenza nell’economia nazionale. Gli investimenti previsti nel Piano possono concretamente avere un impatto significativo sulle principali variabili macroeconomiche. Ma a condizione che sia davvero messo in atto per conseguire gli obiettivi di cambiamento a cui tende e se quindi saprà integrare investimenti e riforme necessarie con un’assunzione forte di responsabilità da parte di tutti i livelli.

Il PNRR va dunque correttamente riletto nella sua accezione di acceleratore del cambiamento.

Non è infatti un ‘semplice’ Fondo Europeo che rende disponibili ai territori ulteriori risorse.

La vera innovazione del PNRR sta nell’avere anteposto le riforme alle risorse e predisposto un’architettura che prevede il monitoraggio dell’avanzamento non in funzione dell’avanzamento della spesa ma dei risultati raggiunti.

Dovremmo allora rileggere l’acronimo PNRR sostituendo Ripresa e Resilienza con Riforme e Responsabilità. Ed assumerci la responsabilità di riformare il sistema per permettere la ripresa economica e la riduzione dei divari che la rendono fragile e incerta. Perché la buona politica si manifesta nella responsabilità e nel produrre veramente un cambiamento.

Il Piano dipende infatti dall’attuazione di 3 ordini di riforme: riforme di contesto, le riforme abilitanti e le riforme settoriali.

Le riforme orizzontali, o di contesto, consistono in innovazioni strutturali dell’ordinamento, d’interesse traversale a tutte le missioni del Piano, ed idonee a migliorare l’equità, l’efficienza e la competitività e, con esse, il clima economico del Paese.

Il Piano ne individua due come indifettibili: la riforma della pubblica amministrazione e la riforma del sistema giudiziario. Senza le quali non può essere garantito lo sviluppo.

Altrettanto necessarie sono le riforme abilitanti, ovvero gli interventi funzionali a garantire l’attuazione del Piano e in generale a rimuovere gli ostacoli amministrativi, regolatori e procedurali che condizionano le attività economiche e la qualità dei servizi erogati ai cittadini e alle imprese. E tra queste le misure di semplificazione e razionalizzazione della legislazione e quelle per la promozione della concorrenza.

All’interno delle singole missioni si pongono invece le riforme settoriali, ovvero le innovazioni normative relative a specifici ambiti di intervento o attività economiche, destinate a introdurre regimi regolatori e procedurali più efficienti nei rispettivi ambiti settoriali e dirette a garantire una maggiore equità di genere, territoriale e generazionale (ad esempio la legge quadro sulla disabilità, la riforma della non autosufficienza, il Piano strategico per la lotta al lavoro sommerso, la riforma dei servizi sanitari di prossimità, la semplificazione della normativa per la transizione ecologica e digitale, etc…).

Solo rileggendolo così, spostando la prospettiva dalle risorse da spendere ai cambiamenti da realizzare, il PNRR può davvero essere l’unica via per recuperare i ritardi del Paese che sono strutturali e che la pandemia ha solo rivelato nella loro acuità.

PNRR: RR come Raggiungere Risultati

Il programma Next Generation EU (NGEU) è la risposta dell’Europa a fronte della straordinaria crisi pandemica che ha modificato gli assetti economici dei Paesi membri, amplificando i divari e rendendo le economie nazionali ancora più fragili.

La pandemia, e la conseguente crisi economica, hanno difatti spinto l’UE a formulare una risposta coordinata a livello sia congiunturale con la sospensione del Patto di Stabilità (che ha tracciato una decisa inversione di tendenza sul ruolo economico dell’Europa nei confronti dei paesi membri), sia strutturale con il varo del Next Generation.

Un programma ambizioso che guarda al futuro e segna un cambiamento epocale per l’Unione Europea, anche per dimensione. La quantità di risorse messe in campo per rilanciare la crescita, gli investimenti e garantire a monte che siano varate le necessarie riforme ammonta infatti a 750 miliardi di euro, dei quali oltre la metà, 390 miliardi, è costituita da sovvenzioni.

Possente sistema di sostegno alla rigenerazione economica che si aggiunge – e non si sostituisce ! – ai fondi strutturali europei che devono continuare a rafforzare i sistemi nazionali recuperando i divari di produttività e competitività esistenti e che se ben usato sarà leva di attrazione di ulteriore investimento.

Ma che produrrà gli effetti per cui è nato solo se sapremo interpretarlo correttamente.

E non solo come uno strumento di sostegno economico al sistema, ma sarà davvero uno strumento di ripartenza solo se saremo capaci di leggerlo e realizzarlo in tutto il suo portato di cambiamento generativo dei modelli economici e sociali e politici di intervento.

La valanga Covid-19 è infatti sopraggiunta ad aggravare un momento storico in cui era già evidente e condivisa la necessità di cambiare ed adattare l’attuale modello economico verso una maggiore sostenibilità ambientale e sociale.

Il PNRR può così davvero essere l’occasione per riprendere un percorso di crescita economica sostenibile e duraturo rimuovendo quegli ostacoli strutturali che hanno bloccato la crescita italiana negli ultimi decenni.

Per realizzare paradigmi di crescita, l’Italia deve modernizzare la sua pubblica amministrazione, rafforzare il suo sistema produttivo e intensificare gli sforzi nel contrasto alla povertà, all’esclusione sociale e alle disuguaglianze. Ma deve soprattutto <modernizzare> la questione meridionale.

Guardandolo anche come lente attraverso la quale rileggere la questione meridionalista non più solo in ottica rivendicativa di risorse (non sempre spese per fare sviluppo) ma come ultima possibilità per la ripresa.

Per questo per l’Italia, ed ancora di più per il Mezzogiorno, il PNRR rappresenta un’opportunità imperdibile, un modo innovativo ed innovante di interpretare lo sviluppo non più declinando solo capitoli di spesa e monitorando avanzamento di cassa ma puntando a realizzare risultati e riforme (ovvero cambiamento).

Dovrebbe essere sempre così: un programma dovrebbe essere valutato in base alla capacità di produrre risultati e sostenere il cambiamento.

Ed allora rileggiamo l’acronimo dando alle due R il significato di raggiungere risultati.

Solo cosi, cambiando il nostro modo di intendere lo sviluppo, cambiando la prospettiva ed adottando il metodo della programmazione, costruiremo davvero i mattoni indispensabili della next generation. Imparando a raggiungere risultati attraverso una serrata programmazione degli interventi e una adeguata calibrazione delle risorse umane dedicate in modo stabile alla programmazione ed una visione chiara di quali sono le direttrici di sviluppo su cui puntare.

Raggiungere Risultati: Solo così il PNRR sarà la risposta efficace alla richiesta di cambiamento accelerata dalla crisi pandemica.

Città a misura (anche) di donna

Le città non sono neutre, anzi. Ma siamo noi che possiamo decidere se farle essere di tutti o solo a misura di alcuni.

Il disegno di una città è infatti il risultato dello <sguardo> sulla città. E’ il derivato di come la città viene guardata ed ‘interpretata’. E’ quindi una questione di prospettiva.

Se alla base di una visione di città non c’è spazio alla dimensione di genere, la prospettiva è falsata e la città risponderà alle esigenze di solo una parte della sua comunità.

Anche l’urbanistica allora ha bisogno di democrazia paritaria.

La costruzione di una visione della città che non sia plasmata da uno sguardo plurimo darà vita a spazi che sono funzionali solo ad una parte e non tengono invece in considerazione – se non negli stereotipi – dei bisogni e delle necessità dell’altra parte.

L’esclusione della visione al femminile della città nella pianificazione degli spazi urbani riflette quell’idea decisamente superata che ancora disegna la donna dedita prioritariamente ai mestieri di cura e gravata dagli oneri di conciliare vita e lavoro, ed assegna invece la funzione di programmazione degli spazi urbani dedicati al lavoro ad un uso funzionale tipico della dimensione maschile.

Ma l’uso delle città non è cosi dicotomico. E la sua riprogrammazione deve tenere conto delle dinamiche sociali.

Gli studi rivelano ad esempio che gli spostamenti in città delle donne lavoratrici sono molto meno lineari di quelle degli uomini, perché prevedono più tappe intermedie.

Divise tra lavoro, cura e famiglia, ma anche azioniste di maggioranza del consumo quotidiano (valga per tutti la spesa, tappa intermedia nei tragitti urbani di ogni donna, oppure gli asili e le scuole primarie o ancora i luoghi del doposcuola), le donne hanno percorsi di mobilità differenti dagli uomini. Gli studi hanno anche sovrapposto le mappature di spostamento google ante, durante e dopo lockdown facendo emergere una differenza sostanziale ai percorsi urbani funzionali a marcare la differenza di genere nel cosiddetto ’uso quotidiano’ della città.

E sono sempre le donne, penalizzate da un gap retributivo sostanziale, costrette ad un utilizzo più intenso del mezzo pubblico rispetto al mezzo privato, soprattutto nei nuclei familiari a basso reddito e spesso costretti dalla residenza in zone periferiche ad un maggiore pendolarismo casa-lavoro.

E se guardiamo alla vivibilità delle città, vi è una correlazione tra progettazione degli spazi urbani notturni (contaminati da quella che con una parola che non rende la complessità degli stessi e la multiforme prospettiva – di genere, generazionale, di ceto, di senso civico – chiamiamo ‘ movida’ ) e sicurezza della città.

Tutti esempi che devono essere considerati nel ridisegno della città e nella sua evoluzione per seguire non solo un ideale di città, ma una città che risponda ai bisogni ed alle prospettive di crescita sociale ed economica della sua comunità.

Ridisegnare le città in una prospettiva di genere significa «concepire lo spazio urbano in modo flessibile, con la capacità di rispondere ai bisogni, ai desideri e alle rappresentazioni socio-spaziali della diversità dei soggetti, incorporando i diversi modi di vivere e di rendere effettivo il diritto alla città».

La risposta ad una città maggiormente inclusiva e paritaria si chiama urbanistica di genere. Significa includere la prospettiva femminile all’interno della progettazione, non tanto per costruire città solo a misura di donna, ma città inclusive per tutti e tutte.

Questi temi sono già realtà in alcune città, come Vienna e Barcellona, dove sono – e non a caso – più alti gli indicatori di qualità della vita ed affermati i sistemi di democrazia paritaria.

A Barcellona, metropoli europea con una popolazione di circa 1,6 milioni di persone e una densità di 16mila persone per chilometro quadrato, la quarta più alta di tutta Europa, è guidata dal 2015 da un Sindaco Donna – Ada Colao – che nel 2019 ha insediato l’ufficio per l’urbanistica di genere incaricato di ridisegnare la città in ottica inclusiva.

O Parigi, altra metropoli europea, dova la sindaca Anne Hidalgo ha lanciato per prima la città a 15 minuti che rilegge la città su chiave paritaria.

E non serve per forza una Sindaca per farlo ma serve certamente una visione di genere alla città, che passi da una piena consapevolezza che la democrazia paritaria è un diritto per tutti e tutte. Ed è il modo di essere comunità.

Le donne: una maggioranza che in Italia è ancora minoranza

Lo dicono i numeri. Su 6 milioni di imprese registrate in Italia, solo 1,3 milioni sono amministrate da una donna. Su 78 Rettori a guida delle università italiane, solo 8 sono Donne; e su 12.303 professori ordinari le donne sono solo 2.952 (il 24 %).

Solo 1 donna ogni 10 uomini è manager in media nazionale, percentuale che si dimezza al sud. Se ancora guardiamo alla magistratura, sono donne oltre la metà delle posizioni, ma la percentuale precipita al 30% se si guarda alla posizioni a carattere direttivo.

Va malissimo tra le leadership politiche con donne relegate a posizioni subalterne. Se puntiamo l’attenzione sulle città: solo il 14,86% sono le donne sindaco in Italia, dato che scende al 9% se si guarda al solo Sud. E più cresce la dimensione più diventa grave il dato: solo il 5,6% dei comuni capoluoghi hanno una donna sindaco; dato peraltro peggiorato dal 9,26% ante ultime amministrative.

Ed infine, se guardiamo in prospettiva allargando la vista anche al sistema che alimenta il pensiero politico (think tank, fondazioni ed associazioni politiche) secondo Openpolis solo il 12% delle posizioni di responsabilità al loro interno è in mano a una donna. E lo stesso vale per le direzioni giornalistiche.

Eppure le donne sono il 51,3% della popolazione. Una maggioranza numerica che rimane però minoranza.

Un capitale che ancora viene sprecato in slogan e dichiarazioni di intenti ma che poi si scontra con scelte che – come dimostrano i numeri – dicono tutt’altro.

Il paradosso è che della leadership delle donne c’è invece davvero un bisogno enorme, a tutti i livelli.

E non solo per un principio di equità sancito dalla Costituzione. Se nei governi e nei parlamenti le donne scarseggiano, rinunciamo infatti alla necessaria doppia prospettiva sui provvedimenti di legge con il palese rischio di legiferare senza rispecchiare le esigenze della collettività intera.

Viceversa, organi esecutivi e legislativi in cui la componente di genere è equilibrata – e quindi pienamente rappresentativa – sono certamente meglio attrezzati a rispondere ai bisogni della società nel suo insieme.

E non vale solo per il settore pubblico. Anche per le aziende, una leadership davvero mista è soprattutto un buon affare. Laddove le donne hanno nei Consigli di Amministrazione delle società un ruolo decisionale (e non esprimono solo una presenza nel board, priva di deleghe decisionali, quindi) vi è un miglioramento netto di performance riscontrabile in termini di ritorno sul capitale e margine netto di profitto, ma anche una maggiore propensione all’innovazione. E non certo per una superiore capacità della donna a capo di un’impresa (non lasciamoci fuorviare dalla vischiosità di certi slogan che distraggono senza incidere veramente), ma perché l’impresa rispettando la parità di genere si apre al mercato con quella doppia prospettiva che permette di meglio centrare le scelte di mercato ed imprimere un adeguato indirizzo innovativo e non conservativo.

Eh già, perché la visione monoculare porta ad ancorarsi sull’esistente, a mantenere rendite di posizione, a non rischiare. A non intraprendere.

Rinunciare a dare ruolo alle donne significa preferire il verbo mantenere al verbo cambiare.

Ma le prime a interpretare correttamente il cambiamento devono essere proprio le donne affermandosi non solo ‘in quanto donne’ ma in quanto esprimono una leadership ben definita, in grado di dare una direzione al cambiamento.

Che cos’è il talento ?

L’errore comune è ritenerlo una predisposizione naturale in dote a pochi, una sorta di dono, un capitale che ci portiamo dentro dalla nascita. Una dotazione ‘statica’ che ci caratterizza e che ci distingue dagli altri.

Visto così, diventa una sorta di ingombrante fardello che alimenta le altrui aspettative ed a cui dobbiamo dare risposta nel corso della nostra vita.

Diventa un ostacolo alla nostra creatività. La pagina di un copione già scritto, di cui noi finiamo per essere un (non sempre adeguato alla scena) attore non protagonista.

Parola derivata dal greco tàlaton, il talento indicava originariamente il piatto di una bilancia in disequilibrio poiché su uno dei due veniva posato qualcosa di più pesante, più prezioso e più importante. Una merce di scambio con gli altri. Non a caso, presto la parola fu usata per identificare il concetto di ‘ricchezza’.

Ma in realtà l’etimologia della parola ci riporta a ciò che mettiamo nel piatto della bilancia. Da una parte le sfide che scegliamo di affrontare, dall’altro ‘i mezzi’ (le competenze, le connessioni, le capacità, l’esperienza, etc…) con cui le affrontiamo.

Riletto così il talento significa allora la capacità di <far accadere le cose>. Di stabilire un nuovo diverso equilibrio.

Non quindi una qualità in sé, ma una potenzialità su cui lavorare. Un punto di partenza dal quale costruire competenze, esperienza, connessioni, ma soprattutto occasioni di crescita.

Questa ‘rilettura’ del talento sfata allora il comune sentimento che ne fa una mera dote riservata a pochi eletti, corredati ab origine di questa magica capacità.

Vi sono, dunque, talenti nascosti, che vengono scoperti nel corso dell’esistenza. Ed è proprio questo il compito della leadership generativa.

Mentre ci sono talenti che non vengono mai messi in gioco e diventano <occasioni mancate>.

Oggi chi ha talento è definito come qualcuno che eccelle in qualcosa. Ma il talento non è solo una dote innata che cresce con l’accumularsi di competenza e di sapere, ma è piuttosto quella capacità di <mettere in equilibrio> sfide e capacità, nutrendo quel potenziale che è latente in noi.

Il talento, solo se intuìto e nutrito attraverso una profonda ricerca interiore, diventa <occasione riuscita> ed evolve nel punto di forza della leadership.

<Intuito per tempo>, ovvero solo se compreso nel giusto tempo attraverso un lavoro di consapevolezza e scoperta e nutrito da un percorso di apprendimento e crescita.

Per nutrire il talento servono quindi mentalità di crescita (sfida) e fiducia.

E se alla leadership generativa tocca il compito di guidare lo sviluppo del talento di ogni componente della squadra, il primo talento che deve ‘fermarsi’ a riconoscere e sviluppare è proprio il suo.

Senza alcuna pigrizia, quella che ci fa pensare di non doverci mettere in gioco (il piatto delle sfide deve essere opportunamente calibrato, e tocca a noi farlo).

Ma mettendosi invece in gioco per far sbocciare ciò che è solo ‘in potenza’. Cogliendo così quel significato della parabola dei talenti ove è proprio l’inerzia e la pigrizia non operosa che viene considerata ‘spreco del talento’.

<Servo malvagio e pigro, tu sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse. Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché a chiunque ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha.>

Lo spreco del talento a cui la parabola fa riferimento altro non è che la dissipazione della nostra creatività. Quell’autosabotaggio a cui andiamo incontro spesso per mancanza di equilibrio dentro di noi (https://wordpress.com/post/cleolicalzi.it/2811).

Il talento generativo nasce invece dall’incontro con il proprio imperfezionismo.

Sono le ‘crepe’ delle nostre imperfezioni l’occasione per crescere, purché vengano vanno accolte e dipanate nel loro significato. E non ignorate o rifiutate.

Il ‘dono’ naturale non serve, o meglio non serve sia così unico da essere esemplare. Serve invece mettere in campo una mentalità sfidante e due doti di grande potenza: la motivazione e la perseveranza.

La mentalità di crescita serve a non ‘conservare’ ciò che si è ricevuto in dote ma anzi lavorare con impegno e passione per realizzare i propri talenti, non smettendo mai di imparare. La motivazione per alzare l’asticella della sfida e non perdere il focus sui propri obiettivi e la perseveranza per guidare il percorso di crescita dentro il labirinto degli (inevitabili) ostacoli.

Come ha detto Seneca, il momento in cui il talento incontra l’occasione, è lì che accadono le cose.

<La fortuna non esiste. Esiste il momento in cui il talento incontra l’occasione.> Seneca

Spostiamo lo sguardo

Il 22.02.2022 è una data palindroma, espressione numerica che si può leggere allo stesso modo in entrambi i sensi, da sinistra verso destra, come siamo abituati, ma anche viceversa.

Il termine palindromo deriva dall’unione di due parole del greco: palin – che vuol dire indietro – e dramein che significa correre. Correre indietro, quindi.

Un termine che ci invita a non restare fermi ma che ci proietta, inspiegabilmente, non in avanti ma indietro. Indicandoci così la necessità di chiudere alcune porte prima di cambiare.

Ma non è tutto: la data di oggi è anche ambigramma. Può cioè essere letta anche capovolta, a testa in giù. Per rendersene conto basta guardarla su un orologio elettronico con caratteri digitali. 

Questo significato ci esorta a <cambiare prospettiva>. Ad abbandonare l’angolo visuale con cui restiamo a guardare le cose, e a proiettarci in una prospettiva nuova che liberi la nostra creatività e ci faccia rifuggire dall’inerzia delle nostre abitudini.

E’ per questo che alle date palindrome viene dato il ruolo di provocare una svolta nel destino di ognuno di noi.

In girum imus nocte et consumimur igni, traducibile come “andiamo in giro di notte e siamo arsi dal fuoco”, è una frase palindroma particolarmente illuminante sullo stesso significato. 

Ci invita infatti a non rimanere dormienti e a farci invece cogliere dal fuoco dell’entusiasmo (https://cleolicalzi.it/2021/06/19/entusiasmo-avere-un-dio-dentro-di-se/).

Per alimentare questo fuoco, bisogna però <crederci>, occorre cioè confidare nella possibilità che le cose si trasformino come le abbiamo disegnate nella nostra visione. Bisogna, cioè, “lasciare agire quel fuoco che è dentro di noi”. Lasciare che l’entusiasmo ci trasformi. Che lavori sulla nostra volontà.

Il giorno palindromo viene allora vissuto come un appuntamento ‘specchiato’, saturo di tutta quell’energia infuriata del cambiamento. Un giorno che propizia il cambiamento.

Purché non ci si faccia cogliere impreparati e si ci incammina invece sulla strada di un cambiamento consapevole che parta proprio dal combinare la voglia di allargare la prospettiva sulle cose, ampliando il proprio sguardo anche su sé stessi. E si abbia l’entusiasmo necessario per affrontare con impegno e perseveranza la sfida.

Così riletto, viene visto come il tempo propizio per cogliere nei nostri pensieri, nelle nostre recondite aspettative, nelle crepe delle nostre imperfezioni che si svelano a noi, la leva per agire verso il cambiamento.

E’ il giorno della fiducia nel nostro intuito. Il giorno in cui possiamo mettere mano ai nostri desideri costruendo un percorso per realizzarli. Agendo spinti dall’entusiasmo e da un nuovo sguardo sulle cose. E così si spiega quel <correre indietro>: non per ripercorrere il passato ma per raccogliere dal passato la nuova consapevolezza dei passi che non si deve più fare. Per fare esperienza del passato e raccogliere dagli errori e dai fallimenti del passato la forza di una nuova consapevolezza.

Ma oltre ad essere palindromo e ambigramma, la data odierna porta in sé un carico di 2. Il 2 è il simbolo delle due metà che sono in ciascuno di noi ma anche del valore della coppia.

La coppia è simbolo di equilibrio, in cui si intrecciano armoniosamente bene e male, armonia e caos, desiderio e paura.

Per costruire le fondamenta di un cambiamento, bisogna innanzitutto iniziare a pronunciare i verbi al plurale. Passare dall’Io rappresentato dall’1 al Noi rappresentato dal 2.

Spostare lo sguardo dall’Io al Noi.

<Lasciatemi così. Ho fatto tutto il giro e ho capito. Il mondo si legge all’incontrario. Tutto è chiaro.> Italo Calvino

Ode alla vita

Ode alla vita di Martha Medeiros è una guida al cambiamento generativo. Scandisce infatti le tappe da percorrere nel nostro viaggio di consapevolezza trasformativa.

Un inno a realizzare il proprio percorso di vita senza rimanere chiusi nelle gabbie dell’abitudine, della comfort zone, al riparo dalle nostre paure. Nascondendo, anche a noi stessi, le nostre ‘imperfezioni’ invece di usarle come crepe da cui fare entrare la luce della creatività e della generatività.

Un invito a realizzare invece la nostra bellezza rimettendoci sempre in viaggio. Portando con noi un bagaglio leggero (https://cleolicalzi.it/2020/08/07/bagaglio-leggero/), ed avendo come meta la realizzazione delle nostre passioni.

Senza mai rinunciare alla nostra autenticità, ai nostri sogni. Ponendoci sempre in una prospettiva più ampia dei nostri limiti e delle nostre paure. Ma dandoci anche il tempo ‘giusto’ per realizzare i nostri cambiamenti.

Una riflessione importante da fare sulla pazienza operosa, alleata necessaria per raggiungere la felicità.

Lentamente muore
chi diventa schiavo dell’abitudine,

ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi,
chi non cambia la marcia,
chi non rischia e cambia colore dei vestiti,
chi non parla a chi non conosce.

Non lasciamoci appiattire dalle abitudini. Manteniamo sempre altro il nostro livello di allerta, la nostra capacità di vedere oltre l’ostacolo. Di vedere oltre il limite dei percorsi che conosciamo e nei quali pensiamo di muoverci con proprietà, per ricercare invece la crescita sperimentando nuovi tragitti che possano nutrire la nostra creatività di nuovi stimoli. Impariamo a vedere negli ostacoli che ci costringono a cambiare percorso non un limite bensì la possibilità che ci danno di crescere.

Muore lentamente chi evita una passione,
chi preferisce il nero su bianco
e i puntini sulle “i”
piuttosto che un insieme di emozioni,
proprio quelle che fanno brillare gli occhi,
quelle che fanno di uno sbadiglio un sorriso,
quelle che fanno battere il cuore
davanti all’errore e ai sentimenti.

Sono le passioni a dare significato alla nostra storia. A colorare di entusiasmo il nostro pentagramma. E’ proprio alle nostre passioni che dobbiamo dare ascolto, senza mai disconnetterci da esse. Perché non avremo mai una storia da narrare, se non è costruita attorno alle nostre passioni.

Lentamente muore
chi non capovolge il tavolo,
chi è infelice sul lavoro,
chi non rischia la certezza per l’incertezza per inseguire un sogno,
chi non si permette almeno una volta nella vita, di fuggire ai consigli sensati.

Seguendo sempre e solo il sentiero della certezza non costruiremo innovazione ma consumeremo le nostre suole in cammini che hanno già esaurito il loro potere di trasformarci. Il vero consiglio ‘sensato’ è quello che nasce dalle nostre rinnovate consapevolezze, ricalibrate sul contesto e sul momento, su quell’hic et nunc che ci libera dalla corrosione delle abitudini e ci immette invece in nuovi percorsi.

Lentamente muore chi non viaggia,
chi non legge,
chi non ascolta musica,
chi non trova grazia in se stesso.

Per crescere abbiamo bisogno di viaggiare, di incontrare altri mondi, di intrecciare altri dialoghi. Abbiamo bisogno di allargare i nostri confini interiori. Di sentire musiche diverse dai nostri pensieri. Abbiamo soprattutto bisogno di ritrovarci, di fare pace con noi stessi. Di connetterci con il nostro pilota interiore, la voce della nostra autenticità.

Muore lentamente chi distrugge l’amor proprio,
chi non si lascia aiutare
chi passa i giorni a lamentarsi
della propria sfortuna o della pioggia incessante.

Lamentarsi della propria fortuna è il peggiore veleno. Che dà assuefazione al fallimento e porta a ripercorrere sempre gli stessi errori senza lasciare che l’esperienza – anche degli errori – ci porti la lezione che ci permette di crescere e di mettere in moto la nostra mentalità di crescita.

Lentamente muore
chi abbandona un progetto prima di iniziarlo,
chi non fa domande sugli argomenti che non conosce,
chi non risponde quando gli chiedono qualcosa che conosce.

Non ci è dato sapere tutto. La vera saggezza sta proprio nell’avere l’umiltà di conoscere i limiti della propria conoscenza e volerli contaminare con il sapere degli altri. Restare sempre aperti verso la conoscenza di nuove cose, senza alzare muri, ma anzi costruendo ponti verso gli altri. Umiltà e generosità nel condividere con altri le proprie idee, per generare nelle connessioni crescita.

Evitiamo la morte a piccole dosi,
ricordando sempre che essere vivo
richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice fatto di respirare.

E’ nelle nostre passioni, il motore della vita, che spesso cerchiamo tutta la vita distante da noi, senza scoprire che lo portavamo dentro nascosto tra negazioni, vincoli e divieti. Tra quegli ostacoli che mettiamo noi stessi tra noi ed il nostro futuro. Mettiamo allora al centro dei nostri progetti le nostre passioni, lasciamoci guidare da esse.

Soltanto l’ardente pazienza
porterà al raggiungimento
di una splendida felicità.

Bisogna darsi il permesso di essere davvero felici. Ma bisogna farlo dandosi il ‘giusto tempo’. https://cleolicalzi.it/2021/07/25/il-coraggio-di-essere-felici/

Non vedo, non sento, non parlo

Mizaru, Kikazaru, Iwazaru, ovvero: <non guardare, non ascoltare, non dire>

L’immagine delle tre scimmiette che si chiudono rispettivamente gli occhi, le orecchie e la bocca è considerata erroneamente la metafora dell’indifferenza, del non occuparsi dei problemi altrui. Ma come spesso accade con i simboli, succede che il significato originario viene distorto e tramandato con interpretazioni che si discostano dalla radice originale.

Il suo significato, molto diverso, è invece un invito al pensiero positivo, a vivere nella Bellezza. A non concentrarsi quindi su ciò che è negativo ma elevarsi a vedere, sentire e dire ciò che di bello illumina la vita.

Le Tre Scimmiette sagge sono infatti le guardiane del santuario di Toshogu a Nikko, uno dei più importanti del Giappone. La statua, che campeggia all’entrata del tempio shintoista, rappresenta una saggezza antica che risale fino a 2500 anni fa. Ad ognuna di loro è assegnato un codice di condotta nell’affrontare la vita: non parlare del male (Iwazaru), non vedere il male (Mizaru), non sentire il male (Kikazaru).

Iwazaru, la scimmia che si copre la bocca, ci dice di fare attenzione alle parole, perché le stesse possono spezzare le connessioni con le persone e rompere quel legame di fiducia che le teneva salde. Le parole sono importanti e anche quando sono espressione della nostra autenticità devono essere filtrate attraverso l’intelligenza emotiva di modo da poter diventare ponti di collegamento e non essere invece mattoni che erigono muri divisivi.

Kikazaru, la scimmia che si copre le orecchie, ci dice invece che dobbiamo imparare a fare nostre solo le parole che ci aiutano a crescere. A nutrirci dei feedback (https://cleolicalzi.it/2021/03/05/il-potere-nutritivo-del-feedback/) e a non prestare attenzione a quelle critiche che non superano la prova della fiducia e dell’empatia ( https://cleolicalzi.it/2021/03/10/mi-fido-di-te/).

Mizaru, la scimmia che si copre gli occhi, ci invita infine a vedere il lato positivo delle cose e ci invita ad essere attenti a tutto ciò che può farci del bene. Ogni giorno possiamo trovare davanti a noi cose positive e negative: Mizaru ci insegna a cambiare prospettiva, a concentrarci solo nella parte positiva delle cose, non lasciandoci sopraffare dalle difficoltà ma trovando anzi in esse motivo di crescita.

Cambiamo prospettiva e vedremo che orienteremo in una più ottimale direzione il nostro modo di pensare.

Per far accadere le cose, bisogna allora apprendere dalla <saggezza> delle tre scimmiette del tempio giapponese e generare la nostra crescita imparando a trovare la giusta prospettiva con cui <guardare, ascoltare, dire>. Ma soprattutto fare.

Fare conversazione

Saper fare conversazione non è arte da tutti. I più utilizzano solo parole. Mentre l’antica arte della Conversazione presuppone una metrica combinata di parole, gesti, sguardi, pensieri non pronunciati.

Prevede pause e riprese. Ha ritmi ed armonie differenti. Le parole in una conversazione sono un po’ come note poggiate su un pentagramma: hanno bisogno di trovare quell’assetto armonico che le fa risuonare.

La conversazione si muove poggiandosi anche sui silenzi, sulle parole non dette, sulle intese che si generano attraverso la mimica facciale. Sulle cose successe ‘prima’ che la conversazione inizi, e che hanno a che fare con la fiducia, la connessione, l’empatia.

La conversazione ha infatti una trama che scorre su parole importanti sottolineate da quel tono che appartiene a valori profondi che fuoriescono dal pentagramma della conversazione ed aprono porte che connettono le persone ben oltre lo spazio del dialogo.

La conversazione è fatta di parole ma è soprattutto fatta di ascolto attivo.

Per ascoltare realmente occorre comprendere il significato che sta dentro e dietro le parole. Bisogna che l’altra persona non sia solo ascoltata, ma si senta ascoltata.

Fare conversazione significa entrare in dialogo con gli altri, creare connessioni. Significa aprire i propri confini alle contaminazioni del confronto.

Per fare questo, è necessario esserci. Essere presenti, con il corpo, con la mente e con il cuore. Serve creare spazio per un ascolto empatico.
Occorre sapere gestire i silenzi e le pause e riempirli di contenuto.

Ascoltare significa mettere da parte ego e giudizio, sostituendoli con la curiosità e la voglia di imparare, senza per forza dover dire la propria.
Ascoltare in una conversazione vuol dire prima di tutto capire di cosa ha bisogno la persona che sta parlando. Vuol dire sentire cosa dice il suo corpo, il suo sguardo, la sua postura.

Ascoltare vuol dire avere la generosità di non avere per forza più cose da dire di quelle che si ha voglia di sentire. Epitteto diceva che abbiamo due orecchie ed una sola bocca perché dobbiamo ascoltare il doppio di quanto parliamo. Se si aggiungi il cuore alle orecchie, solo allora il tuo interlocutore si sentirà veramente ascoltato.

La conversazione si snoda su canali di empatia, di fiducia ma soprattutto di generosità. Conversare è infatti accettare un dono che l’altro ci fa. E dobbiamo non presentarci a nostra volta a mani vuote.

La conversazione è generativa. Arricchisce chi vi prende parte autenticamente ed apre porte verso il cambiamento. Crea valore per chi ricerca nella conversazione occasione di crescita. Perché sposta il baricentro fuori dal sé, creando osmosi tra i propri orizzonti e quelli dell’altra parte.

La conversazione è sempre un fatto profondamente intimo che lega le persone. In grado di creare connessioni potentissime.

È volere (e sapere, potere, sentire di) fare dono di sé. Ed invece molti ‘sentono’ nell’unica intenzione di sentire ciò che vogliono sentirsi dire. In questo caso, il dono non si compie. Ma non se ne accorgono nemmeno.

E non è arte di tutti. Richiede intelligenza emotiva, gentilezza, umiltà, autorevolezza, curiosità, creatività, pensiero laterale.

Chiacchierare invece è altro. È roba da tutti. 

Non ti disunire: gioca la tua partita!

“Non ti disunire”

“Sì, ma che significa?”

“Lo devi scoprire da solo”.

Il dialogo finale tra Fabio Schisa e Antonio Capuana è il cardine narrativo dell’ultimo film di Paolo Sorrentino <È stata la mano di Dio>.

Una frase che si ispira al gergo calcistico. ‘Non ti disunire!’ è infatti un’espressione utilizzata spesso dagli allenatori per riprendere i difensori poco attenti in fase di copertura, e più in generale i giocatori che dimenticando di avere un preciso ruolo in campo scelgono di non esporsi. E finiscono così per mancare il loro compito.

La metafora calcistica che pervade tutto il film, a partire dal titolo, fa riferimento a Maradona, al suo estro creativo, alla sua capacità di resistere ad ogni attacco degli avversari, di restare ‘centrato’, di risollevarsi sempre.

‘Non ti disunire’ vuol dire non ti disperdere dietro gli ostacoli e le crepe della vita. Non far si che le tue paure ti rendano inautentico. Che gli ostacoli ti rendano incapace (per un meccanismo inconscio di difesa) di vedere le cose nella giusta prospettiva.

Non ti autosabotare. Lascia invece che il tuo talento si esprima, anche attraverso gli errori, le imperfezioni, rimanendo comunque ‘centrato’ sui tuoi obiettivi.

Capuano esorta Fabio a uscire da quel meccanismo di autodifesa che sopprime il suo talento. Perché altrimenti non avrà niente da raccontare. Gli sta dicendo di avere fiducia in sé stesso e di essere finalmente artefice del suo destino. Di accettare il cambiamento, se questo avviene verso l’autenticità.

Gli inciampi dell’agire sono proprio quelli che ci fanno crescere ma solo se non perdiamo mai di vista la nostra autenticità. Liberi dalle gabbie del perfezionismo.

Dobbiamo cominciare allora da noi stessi, dal nostro imperfezionismo. E’ l’unica cosa che possiamo fare, trovare in noi quel baricentro che ci tenga centrati sul campo di pallone.

E’ quella che in leadership development viene chiamata la ‘self-reliance’, la capacità di rimanere autentici trovando in sé un centro inamovibile che permetta di superare gli ostacoli senza mai perdere di vista l’obiettivo finale. Che ci ancòri sui nostri più autentici valori, ma che accetti gli errori come leve per crescere, per agire in un cambiamento che sia veramente generativo.

‘Non ti disunire’ significa non diventare quello che si aspettino che tu diventi, ma scopri in te una ricchezza più grande.

<Trova il tuo talento!>. Rivela il tuo vero io e resta fedele a te stesso.

Non disunirsi vuol dire non disperdersi dietro ai propri limiti, ma generare valore. Vuol dire trovare lo scopo della propria vita, il proprio ikigai.

E lo scopo è rappresentato nel film dall’avere una storia da narrare.

Nessuno ha infatti una storia da raccontare se non fa prima pace con sé stesso, se non si ‘unisce’ ai propri più intimi valori. Conosci il te stesso più autentico, imperfezioni comprese. Perché solo cosi potrai avere una storia da raccontare.

<Ce l’hai una storia da raccontare?> dice infatti Capuana a Fabio per scuoterlo dalle sue paure.

<Se ti disunisci, se gli obiettivi della tua esistenza si anteporranno allo scopo di essa, allora la tua vita sarà dominata dalla paura. E con la paura non si può raccontare niente>.

Capuana esorta Fabio a rientrare negli schemi, per dirla ancora in metafora calcistica, a giocare il suo ruolo. E a non stare a bordo campo, a vedere giocare ad altri la propria partita.

Sarebbe più facile raccontarsela che raccontarla. A raccontarsela si deforma la storia trovando alibi, giustificazioni, colpe, e spostando il bilanciere sempre dalla parte delle altrui responsabilità. Quando finalmente ci ritroviamo, uniti, in squadra con noi stessi, pronti a giocare in campo il nostro ruolo, allora si che abbiamo una storia da raccontare. E da realizzare.

Non ti disunire’ significa allora ‘diventa te stesso’. Guida il cambiamento che ti porterà a realizzare il tuo Io autentico. Gioca la tua partita stando in campo!

E Sorrentino lo dice citando proprio Maradona “Ho fatto quello che ho potuto, non credo di essere andato così male”. Maradona, il talento che sapeva scompigliare gli schemi senza mai disunire sé stesso. Senza mai nascondere le proprie imperfezioni. Come quando mandò in rete un pallone impossibile ricorrendo…alla mano de dios.

Encanto, la forza dell’imperfezione

Encanto è un film che parla – nel linguaggio delle favole Disney, quelle parlano ai grandi – di due temi importanti per la leadership: il talento e l’imperfezionismo.

E’ la storia di Mirabel, una ragazza che appartiene ad una famiglia, i Madrigal, in cui ad ognuno è dato in dote un talento che la storia racconterà se sia un valore o un ostacolo alla crescita.

Mirabel non nasce con un dono particolare: il suo ‘dono’ è proprio l’imperfezione che la mette in viaggio verso la realizzazione del suo futuro.

Mirabel, condizionata dalle regole della famiglia, vive infatti la sua diversità come differenza rispetto alle aspettative di un sistema in cui il talento è visto come una sorta di marchio di famiglia. Ma che forse proprio per queste aspettative diventa una gabbia che rinchiude le persone nella loro ‘specialità’, impendendo loro di crescere. Ne sono esempio la sorella Luisa dotata del talento della forza, che sostiene ogni peso m che poi sfugge al peso delle responsabilità. O la sorella Isabela che, dotata del talento della perfezione, non riesce a vedere nulla aldilà di sé stessa.

Così tutti i personaggi, sono ingabbiati nella loro inautenticità, sino a quando le oro ‘certezze’ non vengono scardinate dalla forza empatica di Mirabel, che <mettendosi in ascolto> li aiuta a lavorare sulle loro fragilità, sulle loro crepe in quella finta manifestata ‘perfezione’.

E così Luisa sente tutto il limite del suo talento, la forza titanica, quando stimolata da Mirabel il dubbio si fa strada in lei e la porta a chiedersi se può davvero farcela senza la forza anche degli altri.

La ‘perfetta’ Isabela, avviata dalla nonna a creare fiori delicati e profumatissimi (ma senza anima), lascia emergere il coraggio di creare qualcosa con le ‘spine’ domandandosi cosa può succederle se smettesse di aver paura di commettere errori.

La paura dell’imperfezione lascia il passo al desiderio di realizzarsi, nel divenire di luce e ombra, e dismette la via del rispondere ad ideali non autentici, quel ‘si fa così’ della nonna, per intraprendere la strada della ricerca di sé.

Mirabel, nella sua imperfezione è l’unico personaggio che sorride, e contagia gli altri.

La capacità di ascolto empatico e l’intelligenza emotiva sono la sua forza, quella che spinge Mirabel a liberare la sua famiglia dalle ‘regole del talento’ aiutando ognuno a trovare la propria autenticità attraverso la scoperta delle proprie fragilità.

A partire dalla capostipite, la nonna Abuela, che impegnata a fare la contabilità dei talenti, e a trasmettere la discendenza il binomio talento-successo dimostra la sua incapacità a mettersi in ascolto e permettere ai talenti nascosti di fiorire. Ma anche la sua paura ad ammettere che proprio lei che porta avanti la regola del talento, ne è – esattamente come la nipote Mirabel – priva. Solo che a differenza di questa non si ascolta e non si mette in gioco. Dimostrando la sua mentalità statica, contrapposta invece alla mentalità di crescita di Mirabel.

Ed è proprio questa la forza antifragile di Mirabel: guardarsi dentro e mettersi in cammino.

Gli ostacoli al suo cammino sono le aspettative della sua famiglia. Ma facendo leva sulla sua imperfezione, Mirabel sviluppa la competenza dell’intelligenza emotiva, lavorando sulla gentilezza e sulla capacità empatica ed aprendosi al cambiamento. Saranno queste le chiavi preziose con cui entrerà in contatto con le persone sviluppando legami e connessioni potenti.

Mirabel lavora sulla forza delle connessioni generative, rivelando come in una famiglia (così come in una organizzazione) la forza non è data dal singolo ma dal senso di squadra. E che per creare il senso di squadra bisogna liberarsi del proprio talento e creare forza dalle connessioni.

Mirabel agisce da leadership generativa, da personalità collante, che porta ognuno dei componenti a entrare in contatto con la propria autenticità e a scoprire che nessun talento è tale se non viene usato per crescere.

Encanto celebra così il dono dell’imperfezione. Quella forza propulsiva che nasce dalle ‘mancanze’ e dalla voglia di trovare il proprio autentico cammino.

Ci insegna la più semplice delle regole: non serve un vero e proprio talento per essere speciale. La cosa fondamentale è la capacità di emozionarsi e di mettersi in cammino. Basta coltivarla giorno dopo giorno, con perseveranza. Nutrirla con entusiasmo e desiderio e con quella forza che scaturisce dall’antifragilità.

<Delle volte, perché le storie possano continuare bisogna sapersi rinnovare. Per orientarsi e orientare occorre fare spazio dentro di sè, saper ascoltare.> Mirabel