Affrontare il labirinto

Ognuno di noi ha delle paure, le più diverse. È normale, fisiologico. Le paure fanno parte della vita. Insegnano a riconoscere i limiti e, se accettate, aiutano ad allenare le reazioni.

Ma c’é una paura che più di tutte ci trova impreparati, ed é la paura davanti l’incertezza. Siamo poco avvezzi a maneggiarla. Non siamo abituati a confrontarci con la complessità.

Non siamo allenati al cambiamento. O forse non siamo preparati a sceglierlo il cambiamento come modalità. E siamo invece propensi a pensarlo come qualcosa che subiamo.

Il cambiamento che non scegliamo, ma che ci travolge, ci coglie di sorpresa e innesca meccanismi di reazione che non sempre sappiamo controllare.

Ricordiamo però che tutte le volte che non siamo noi a scegliere, non è un cambiamento che genera valore. L’adattarsi ad una situazione mutata non è cambiamento. Questa impreparazione a trattare con l’incertezza ci mette allo specchio con tutti i nostri limiti. Ci svela spesso frangibili.

Alleniamoci allora, poco alla volta. Sperimentiamo ogni giorno un pensiero nuovo, un gesto nuovo. Impariamo una parola nuova.

E piano piano ci abitueremo a governare i cambiamenti di maggiore impatto. Un nuovo lavoro, un nuovo modello di impresa, un nuovo team di lavoro. E non perché un evento brusco, improvviso inaspettato ci costringe a cambiare, ma perché scegliamo di farlo.

Scegliere è l’antidoto principale davanti all’ignoto. Come in un labirinto, bisogna procedere per bivi che si succedono. Uno alla volta. Non puntare subito all’uscita terminale, ma affrontare il labirinto.

Far fronte alla complessità ci richiede di rinunciare al tentativo di esercitare un totale controllo sul futuro, e di orientarci invece sul momento presente. Godercelo, con tutte le sue incertezze. Tornando a puntare a ciò che ci sta veramente a cuore.

Il paradosso di un’eccessiva intolleranza dell’incertezza è infatti quello di tenerci lontani dall’esito desiderato e condannarci ad una presente, costante e incessante preoccupazione, che pregiudica anche le nostre future possibilità di benessere.

Prendere confidenza con l’incertezza è allora la prima scelta da fare. Come in una gara, bisogna prima imparare a “tirare su il fiato”. Una volta acquisita familiarità con l’incertezza, avremo la resistenza per affrontare le salite.

Sintonizziamoci allora sulle nostre intenzioni. Consapevoli e connessi con il nostro potenziale. E diamo del tu alle nostre paure. Il labirinto diventerà improvvisamente una concatenazione di piacevoli scoperte.

Messa a fuoco

Quando davanti ad un ostacolo rimandiamo é come se rimandassimo la possibilità di incontrarci. Di confrontarci con l’interlocutore che di più temiamo: noi stessi.

Ogni volta che allontaniamo il pensiero di un problema, rimandiamo di fare proprio quello che farebbe una piccola e significativa rivoluzione: sentire. Sentire la nostra confusione, sentire il nostro disorientamento, sentire la nostra inquietudine. Sentire i nostri desideri. Sentire la nostra voglia di cambiamento.

Ogni volta che rimandiamo l’appuntamento con noi stessi, perdiamo una grande opportunità. Perdiamo infatti la possibilità di prenderci cura del sé più autentico. Perdiamo l’opportunità che da quel sentire nasca il cambiamento.

Coltiviamo allora la distrazione. La capacità di distogliere l’attenzione da ciò che non è prioritario, per occuparci di noi. Impariamo ad allontanare il rumore, per sentire quello che è essenziale.

Impariamo a sentire le cose quando accadono. Senza perderci la magia dell’alba di un pensiero, la brezza dell’istante che accade, il caleidoscopio di colori di una nuova idea.
Rimettiamo la messa a fuoco su di noi.
Il cambiamento nasce nell’attimo in cui ci concediamo il lusso di ascoltarci.
Quella voce che non avevamo il tempo di fermarci a sentire, è proprio quella la strada che ci insegna a crescere.

Notte di attesa

La sera prima dei morti è sempre stata in Sicilia una sera speciale. I nostri genitori nascondevano i giocattoli scelti per noi figli sotto al letto. Piccole cose ricercate con cura. Giocattoli semplici, senza tecnologia ma fatti di materiali semplici. Comprati nelle bancarelle appositamente predisposte nelle strade della città e non in un caotico centro commerciale.

Nelle case, nella sala da pranzo, dominava la scena la “Pupaaccena” che continuamente “spizzuliata” nella parte posteriore (da mani che rimanevano ignote con la compiacenza divertita dei grandi) improvvisamente stramazzava a terra. Stava esposta anche la frutta di martorana che con i suoi colori decorava la credenza e svelava la sapienza di una tradizione rinnovata con dedizione. Anche lei simbolo dell’attesa dei morti.


E noi figli li aspettavamo con ansia “quei morti”, a noi cosi cari, che venivano a trovarci per portarci quei regali che tanto aspettavamo. Doni in anticipo sulla scadenza di natale, e per questo attesi con maggiore desiderio, perchè non avevamo potuto chiedere come avremmo fatto il mese dopo con la lettera a babbo natale, ma dovevamo affidarsi alla loro capacità di interpretare i nostri desideri.

Regali semplici ma preziosi perché scelti con cura, senza la fretta caotica e consumistica tipica del Natale. Regali mirati a farci far pace con le nostre paure.
Non c’era nessun pensiero negativo, nessuna angoscia per la presenza di quegli spiriti buoni tra noi, ma solo tanta attesa, gioia e curiosità che alimentava buonumore e ci teneva svegli per l’emozione.

Abbiamo amato quelle notti in attesa dei morti perché ci ricordavano il valore della presenza.
Non dimentichiamo le nostre abitudini e insegniamo ai bambini che esiste anche un’altra dimensione: la morte fa parte della vita. A volte capita anche di incontrarla troppo presto, e a volte ci tocca troppo da vicino quando non siamo ancora preparati, ma anche a quella dobbiamo imparare a guardare come un “passaggio” che fa parte di noi e ci rende più forti perché più sensibili e per questo ancora piú aperti alla vita.
Nessuna zucca quindi stanotte, nè dolcetti e scherzetti, ma la sensazione rinnovata del calore delle tradizioni, che rivive attraverso il ricordo dei defunti ed il rispetto del valore immenso della Vita. Gratitudine.

Questa notte sarà, ancora una volta, attesa desiderosa di quegli incontri maestri di vita e di cambiamento. Perché ci insegnano a stare sintonizzati sul presente e sulle emozioni dandoci le ancore necessarie per costruire cambiamento.

Keith Jarrett

Talvolta capita di incontrare una Vera nel nostro percorso. Rallentiamo, ed ascoltiamola.

Quando Keith Jarrett aveva 29 anni, era già uno dei più famosi pianisti di jazz. Dopo diverse collaborazioni prestigiose, era sbarcato in Europa per la sua prima tournée da solista.
Arrivò a Colonia il pomeriggio di un gelido giorno di pioggia, un’atmosfera pumblea, lo scenario perfetto per mandare tutto all’aria.
Keith era stanco, non dormiva da giorni, aveva un mal di schiena che lo rendeva nervoso, e quando nel pomeriggio salì sul palco per le prove, invece del pianoforte che aveva chiesto – un Bösendorfer Grand Imperial – trovò un piano più piccolo, scordato e persino con i pedali fuori uso.
Keith andò via, furioso.
Ma fu inseguito dall’organizzatrice del concerto. Una ragazza di appena 19 anni, Vera Brandes. Vera aveva solo 10 anni meno di Keith, e pochissima esperienza. Vera era solo una ragazza che stava organizzando il suo primo grande evento, e lui era Keith Jarrett, il più grande pianista jazz. Si incontrarono Keith, che pensava di essere in cima, e Vera che aveva davanti a sé una montagna da scalare.
Vera non aveva nulla da perdere e quella notte era la sua notte, non poteva lasciarla svanire così, per un pianoforte che lei non poteva permettersi.
Vera inseguì Keith Jarrett, disperata, fin fuori dal teatro. Lo trovò che era già in macchina, stava andando via. Gli chiese di parlare. Dovette insistere perche Keith non ne aveva alcuna voglia. Gli raccontò i suoi sogni, la sua passione, l’impegno che aveva messo per organizzare questo concerto. Gli disse che anche lei era arrabbiata per il pianoforte scordato; ma quello si poteva accordare, se invece lui non saliva sul palco sarebbe stato il pianoforte a vincere sulle sue passioni. Vera guardò Keith e con gli occhi lucidi gli disse: se non vuoi farlo per tutti quelli che sono venuti oggi qui per ascoltare te, fallo per me, non fare vincere il pianoforte.
La passione di Vera doveva essere davvero potente, perché Keith guardando Vera nella profondità dei suoi occhi, scese dalla macchina (e dalla sua giornata no). E salì su quel piccolo palco. Solo 1.400 persone, lui che era giá abituato alle folle. Un piccolo palco, la pioggia fitta ed un pianoforte da accordare. E dall’altra parte la passione di Vera.
Keith Jarrett salí sul palco e suonò per un’ora di fila, incantando tutti. Suonò in modo incredibile, una delle sue migliori performance. Forse proprio perché sapeva che il pianoforte non era adatto, mise nei suoi polpastrelli un’energia ed un’intensità mai viste. Keith pensava di aver fatto la sua parte, ed il sorriso di Vera quando scese dal palco gli restituì la certezza che aveva suonato come non gli era mai capitato prima.
Sarebbe finita lì.
Ma Keith non sapeva che il suo manager aveva registrato tutta l’esibizione. Quel concerto è diventato il disco di pianoforte più venduto della storia del jazz!
Avrebbe potuto non suonare, quella sera Keith Jarrett, ne aveva tutte le ragioni. E invece, grazie a Vera, ai sogni di futuro di Vera, Keith é salito sul palco ed ha suonato il più bel concerto della sua vita.
Uno dei concerti per pianoforte più potenti della storia del jazz.
Quante volte nella vita, non abbiamo trovato il pianoforte adatto, e tutto ci é sembrato andare storto. Ma se abbiamo una passione, se crediamo così fortemente in qualcosa come Vera, se incontriamo qualcuno che ci pone davanti le sue passioni con la stessa foga di Vera, se dentro di noi esplode qualcosa di cosi forte da farci inseguire i nostri sogni e non le nostre convinzioni, allora tutto é possibile.
Anche che un pianoforte scordato può diventare il nostro concerto indimenticabile. Un pomeriggio di pioggia e disaccordi può diventare l’attimo che cambia il nostro percorso.
Le cose accadono, quando accettiamo il cambiamento e ci mettiamo a suonare davvero. Senza darla vinta ad un pianoforte scordato.

Il faro che ci guida nelle scelte

Nelle organizzazioni di lavoro, ma anche più diffusamente nella società, e persino nella vita, l’attenzione è puntata sugli obiettivi. I nostri percorsi vengono guidati attraverso traguardi da raggiungere, a cui di volta in volta diamo priorità.

Suddividiamo il percorso in obiettivi. Come un binario che ci costruisce la strada, tappa dopo tappa, spesso senza avere il tempo di apprezzare i successi raggiunti. E realizzare quello che davvero è ciò che vogliamo.

E viaggiando sul binario di un treno, attraverso paesaggi di rara bellezza, ma tenendo i finestrini chiusi, ci perdiamo l’essenza del viaggio.

Il finestrino, da cui far passare la luce e aprire lo scenario incantevole dei panorami che si susseguono meravigliosi nel nostro cammino, è la consapevolezza che stiamo facendo un percorso che è connesso con i nostri valori. Che ci appartiene.

Impariamo allora a farci guidare non dagli obiettivi, ma dai valori.

I valori sono come un faro: ci guidano verso le scelte di vita che compiamo tutti i giorni, sul lavoro come nella vita e che danno significato autentico alle nostre scelte.

E ci aiutano a riequilibrarci quando la bilancia dei nostri traguardi raggiunti sembra pendere dalla parte del no. Gli obiettivi infatti coinvolgono diversi fattori esogeni non sempre controllabili e che possono renderli irraggiungibili al di là dei nostri sforzi. Come accade ad esempio quando si inserisce una variabile di complessità indipendente dalla nostra volontà, quale è stata ad esempio la pandemia.

I valori invece sono un faro sempre acceso. Che guida la strada, anche quando è in salita, anche quando il mare è in tempesta. Anzi, soprattutto quando é in tempesta.

I nostri valori sono la luce con cui decidiamo- consapevolmente – di guidare le nostre scelte.

I valori sono i nostri significati più profondi, portano in sé i nostri ideali, riflettono la nostra autenticità e danno la direzione a come interagiamo con il mondo. Sono l’espressione della nostra consapevolezza. E, soprattutto, è in mano nostra il loro telecomando.

I valori sono la nostra bussola, sono loro a dare l’andatura e la direzione alle nostre vite, ci indicano quando stiamo andando fuori rotta o quando invece il nostro viaggio è nella direzione giusta. Mentre gli obiettivi sono rappresentati dai luoghi che vorremmo raggiungere, ma non rappresentano la rotta. Sono semplici tappe e quando questi obiettivi non sono coerenti con la nostra rotta, ci mandano fuori strada o ci mantengono troppo a lungo in rada impedendoci di fare il cambiamento necessario. E, troppo spesso, ce ne accorgiamo solo quando è troppo tardi.

I valori ci guidano nel qui e ora costruendo solide basi per il futuro. Mentre gli obiettivi sono mire verso il futuro, che dimenticano il passato e per questo incerti. Gli obiettivi sono mutevoli e fini a sé stessi, mentre i valori sono la base solida del nostro essere e hanno il potere di dare significato a tutto ciò che facciamo.

Sabbia

Impariamo dalla sabbia. Impariamo come avere cura delle cose, delle persone, delle situazioni. Delle decisioni di cambiamento.

Come si trattiene la sabbia tra le mani?

Se non si ha la presa ferma e decisa, la sabbia vola via. Quando non si vuole davvero una cosa, quando un obiettivo non è forte abbastanza, quando le motivazioni non sono prioritarie e lasciano il passo ad altro, l’intenzione vola via senza realizzare il cambiamento.

Quando si stringe troppo forte la mano, pensando così di trattenervi dentro la sabbia, questa scivola via tra le dita granello dopo granello. La decisione di cambiamento prolungata troppo a lungo, cercando di analizzare e prevenire ogni eventualità, piano piano scivola via e non si realizza.

Impariamo allora a tenere la mano abbastanza raccolta per accogliere e custodire, alimentando consapevolezza e motivazione. Ma anche abbastanza aperta per dare la libertà e la leggerezza necessarie a far crescere un progetto di cambiamento, a renderlo autonomo, a fargli realizzare il suo valore aggiunto.

Impariamo a dare importanza ai granelli. Ricordando però che la sabbia è fatta di tanti granelli. E che un solo granello non è mai sabbia.

Impariamo come la sabbia si fa trasformare dall’onda del mare, rimanendo sempre sabbia. Ma lasciando andare via i detriti. Lasciamo andare via le abitudini, i convincimenti estremi e tutto ciò che ostacola il cambiamento.

Immaginiamo gli eventi come cavalloni del mare. Che scombinano il flusso ordinario del lambire ma che rimettono in un nuovo ordine la spiaggia. E pensiamo a come dopo un’ondata di cavalloni, la spiaggia ci appare sempre rinnovata, più viva di prima.

Impariamo dalla sabbia il valore della flessibilità, dell’agilità emotiva. Il trattenere l’impronta dell’orma solo il tempo necessario per sottolineare il passaggio delle cose. Ma fare poi spazio al cambiamento.

<Nella vita bisogna far pace con le proprie sconfitte, perché combatterle le rende solo immortali>

L’Economia del Terzo Settore chiamata a giocare un ruolo da mediano

Il mediano, per chi è esperto di calcio, rappresenta un ruolo determinante sul campo. Il mediano agisce infatti a ridosso della retroguardia, collaborando nel recuperare palloni e nell’innescare la ripartenza. E’ colui che finalizza il gioco.

Ad essere sfidata dall’onda del Recovery Fund per costruire la ripresa del paese è infatti non solo la politica ma la società civile e soprattutto i suoi corpi intermedi.

Il terzo settore è chiamato infatti, mai come ora, a dare il suo contributo lavorando non solo per posizionarsi all’interno delle linee guida che declinano le diverse missioni, ma agendo per dare contenuto a queste ultime e a incrementarne l’impatto.

Un ruolo che richiede competenza e focus sul risultato e una grande disponibilità al cambiamento. Non è più ammissibile leggere il valore sociale delle proposte solo attraverso il rincorrersi di parole come terzo settore, economia sociale e non profit.

Il terzo pilastro dell’Economia è ben altro (e lo sa bene la Francia che nel suo piano lo ha posto al centro del programma).

Il primo a crescere deve essere il sistema del terzo settore ed il sistema intermedio chiamato oggi ad essere protagonista del cambiamento. Ad invertire il paradigma culturale che ha frenato l’Italia sinora.

Il compito a cui è chiamato è di estrema importanza: superare le rendite di posizione volte più a vincolare più che ad investire le risorse. Un passaggio, non di poco conto, da “cosa c’è per me” a “che ruolo concreto devo assumere nel processo di crescita“.

E questo, piaccia o no, è il vero piano di cambiamento perché il Recovery Fund permetta la crescita auspicata e necessaria. Perché il Recovery Fund sia un’opportunità concreta per l’Italia. E costruisca futuro.

E’ necessario rimettere mano alla funzione di intermediazione sociale che coinvolge le organizzazioni della rappresentanza sociale ed economica e le strutture della conoscenza (centri di ricerca, think tank, ecc.) affinché contribuiscano efficacemente alle riforme. Contribuire a questa nuova stagione di politiche allora richiede di mettere insieme visione alta, capacità di elaborazione progettuale e capacità operativa.

In termini di produzione e redistribuzione di risorse attraverso beni, servizi, trasferimenti economici. Senza questo equilibrio il rischio è di trasformarsi in esteti del policy making con poca o nulla capacità di incidere sulle trasformazioni economiche necessarie a riprenderci da una crisi profonda che ha determinato in pochi mesi il crollo a doppia cifra del PIL.

Se l’obiettivo del Paese è quindi “fare il salto di qualità”, occorre allora far convergere visione ed operatività, riforme e capacità progettuale, procedendo in modo armonico e strutturato. Bisogna agire in primis sui processi partecipativi al fine di renderli effettivi, di ‘trasformarli’ rendendoli efficaci e realizzativi e capaci di un concreto impatto.

Si chiuda con la stagione dei tavoli di lavori, e si apra la stagione della concretezza realizzando buon pratiche di progettazione integrata e tracciando direttrici di futuro per la prossima generazione.

[articolo andato in pubblicazione su Euractiv.it il 7 ottobre 2020]

Costruire Comunità tese al cambiamento

La crisi pandemica ha messo in moto un profondo cambiamento dentro l’Europa. Qualcosa che però ci deve riguardare da vicino. Anche a chi sino ad ora ha visto l’Europa solo come un’astratta entità da usare come bancomat o a cui scaricare le colpe per le conseguenze di un deficit pubblico ai limiti della sostenibilità, figlio di politiche pubbliche miopi che non hanno innescato concreti processi di sviluppo.

La Commissione Europea ha proposto un piano di ripresa ambizioso e senza precedenti: 750 miliardi di euro solo per Next Generation Ue.

Per l’Italia questo significa 209 miliardi di euro di EU Next Generation, messi a disposizione dall’Europa non per coprire i disastri del passato ma per avviare riforme strutturali che riportino lo sviluppo e la crescita inclusiva centrali nell’agenda di sviluppo del Paese.

L’Europa ha messo in campo un piano di straordinario impatto. La scusa che mancano le risorse per sostenere le politiche di sviluppo che davvero servono al paese, quindi, non regge più.

Il tema invece è se l’Italia sarà capace di sfruttare la crisi per costruire un cambiamento generativo di nuova economia. Partendo dai paradigmi di scelta politica e dalla qualità degli attori in campo. Stavolta le risorse ci sono e pure tante.

Ed il piano che arriva dall’Europa contiene indicazioni precise su come procedere. Stavolta le regole non orientano ad un ‘freddo’ rigore, non sono cioè fondate solo sui vincoli sul debito o su sistemi di rendicontazione che prevalgono sugli obiettivi di crescita.

Le regole del RecoveryFund, oggetto di una lunga non facile trattativa tra stati rigoristi, stati frugali, e stati meno credibili nell’efficienza ed efficacia nella spesa europea, riguardano piuttosto le riforme ed i pilastri su cui costruire la “nuova economia” ovvero come modelli di economia più sostenibile e di società più equa. Che permettano all’Europa di costruire un sistema di resistenza agli shock finanziari e porsi sul sistema mondiale in assetto competitivo.

Verde, digitale, sostenibilità. Occupazione giovanile e e pari opportunità. Innovazione ed inclusione. Cittadinanza attiva e democrazia digitale. Rilancio e competitività. Riduzione dei divari. Non rimangano solo parole ma se ne leggano i significati i progetti del Recovery Fund.

L’occasione che abbiamo è veramente straordinaria per superare l’incapacità di avere una visione che attraversi le generazioni, che punti veramente a costruire piani con obiettivi di cambiamento profondi, duraturi e rendicontabili a fronte invece di una moltitudine di progetti a corto raggio mediaticamente appetibili. O peggio di proseguire sulla strada dei sussidi e degli incentivi a pioggia che sono, e lo sappiamo tutti, il vero macigno alla ripresa. L’antiripresa per definizione.

Il trasferimento di risorse in sé non garantisce la ripresa. La generatività delle risorse europee, ovvero la capacità di generare effettivo sviluppo, passerà dalla nostra capacità di costruire alleanze di scopo intorno ad obiettivi radicali, qualificanti e misurabili in termini di buona occupazione. Politiche che alimentino sviluppo e mobilitino le forze locali ad un impegno concreto e fattivo ed ‘orientato al fare’ più che al giudicare.

Cambiamo rotta

C’è una caratteristica propria del siciliano che filtra ogni avvenimento ed ogni cosa attraverso le lenti negative del pessimismo, impedendo agli occhi di godere della Bellezza che avvolge la nostra terra.

E di sentirsi in qualche modo responsabile di valorizzare questa Bellezza creando – con impegno quotidiano (le cose non accadono, ma con fatica si perseguono) – le condizioni per sviluppare la Sicilia partendo proprio da ciò di cui è più feconda.

L’apotropaico spirito del siciliano è un’ancora che non permette alla nave della creatività di liberarsi dal porto, ma che soprattutto restringe le profondità degli orizzonti. Stare ormeggiati nel porto (credendosi così al riparo dalle intemperie del mare) ha spesso rassicurato i siciliani.

Una nave in porto è sicura, ma non è per questo che le navi sono state costruite”.  

Non siamo abituati a guardare l‘orizzonte , ad avere una visione. Un punto a cui tendere.

Siamo stati abituati dalle etichette date dalle classificazioni europee a pensarci come una regione che “a cui toccavano” le risorse dell’Europa. “Regione Obiettivo 1”(nel ciclo 2000-2006) e poi “Regione Convergenza (2007-2013) attribuito alle Regioni dell’Europa il cui prodotto interno lordo pro capite (Pil/abitante) era inferiore al 75% della media dell’UE: a queste Regioni veniva concesso un maggior numero di risorse e con tassi di cofinanziamento massimi.

Convergere era una parola positiva che avremmo dovuto comprendere e sfruttare, ma ci siamo persi dietro le rendicontazioni (e le recriminazioni) tardive ed i cantieri mai finiti. O peggio, finanziando a pioggia progetti pubblici che non hanno sviluppato i territori né creato equità sociale e progetti di impresa che non hanno superato la prova di mercato e non hanno quindi prodotto quel salto nella classe superiore. Forse ci siamo lasciati ingannare dalla parola Convergere che nella Treccani è indicato come un verbo di moto <Tendere, muovendo da punti diversi, verso un unico punto o limite>. Ma invece di metterci in moto ci siamo fermati spaventati dal limite. E abbiamo preferito dibattere per due decenni sulle percentuali di spesa certificata, attribuendo a questa o a quella fase politica la responsabilità di non avere saputo investire sulla Bellezza della nostra terra.

Le risorse dell’Europa non ci toccano per principio comunitario ma sono l’occasione che l’Europa ci mette a disposizione solo se ci dimostriamo in grado realizzare un processo di crescita mirata che ci porti a <convergere> verso i livelli di competitività delle altre Regioni d’Europa. Non è una lista dei bisogni dei territori o peggio la lista dei disavanzi che decenni di malagestione hanno lasciato in eredità, una cambiale che ci ha indebitato il futuro e che pensiamo di portare in cassa.

L’Europa è un’opportunità. Ma solo per chi intraprende percorsi di crescita, non per chi presenta il conto del passato.

Oggi l’etichetta che l’Unione Europea dà alle Regioni con un PIL minore della media e che sono caratterizzate da un divario infrastrutturale e di equità sociale che le rende beneficiarie dei Fondi in misura massima è di una chiarezza inequivocabile : Regioni LD, Low Development: Regioni a basso tasso di sviluppo.

Detto così suona (finalmente) come un ultimo appello. Convergere era il fine da perseguire ed invece siamo rimasti ancorati al porto. A motore spento e a vele ammainate. Sottosviluppato invece è un’equazione matematica che deriva dall’analisi secca di tutti gli indicatori che ci vedono indietro rispetto la crescita delle altre Regioni d’Europa.

E di solito quando il Siciliano lo metti davanti all’evidenza reagisce. Spunta l’orgoglio siculo. Quello che fa alzare le vele e mollare gli ormeggi. Perché se sono io che mi sento svantaggiato passi, ma che nessuno mi dia sentenze di ultimo della classe.

E ripartiamo allora da questo, riscopriamo l’orgoglio di investire nella nostra identità, nella capacità dei nostri giovani, nella creatività, nella cultura, nell’agricoltura, nella innata capacità di accogliere e con generosità condividere la nostra Bellezza.

Cambiamo le lenti ai nostri occhiali. Modifichiamo il nostro frasario. Narriamo la Bellezza della nostra terra con la lucidità di chi fa esperienza di tutto ciò che non va, ma costruisce navi per prendere il largo. Riscopriamo il senso di appartenenza puntando sulle  eccellenze della nostra terra e valorizzando i tanti progetti che raccontano storie positive. E appropriamoci di un termine nuovo che guarda avanti: progettiamo sviluppo. Non presentiamo liste di progetti presi dal cassetto, ma creiamo opportunità concrete di crescita endogena. Cambiamo rotta.

C’é una scommessa nuova che ci lancia l’Europa ed è il Next Generation, ovvero realizzare il futuro, consegnare il timone dello sviluppo alla nuova generazione.

Forse è questo il vento buono che ci farà uscire in rada:  selezioniamo allora le energie migliori, molliamo l’ancora e ripartiamo.  

Serve un pilota esperto

Nei corsi di guida sportiva insegnano che quando occorre affrontare una curva (ovvero, un cambiamento di direzione), la prima cosa da fare è alzare la testa e guardare lontano.

Guardare solo a due metri oltre il proprio cofano, non permette di gestire il cambiamento, ma solo di ‘oltre_passare’ la curva.

Guardare nello specchietto retrovisore, non permette nemmeno di affrontarla la curva perché si punta l’attenzione solo sulla strada dietro di noi, e non allarghiamo invece lo sguardo a ciò che si prospetta oltre la curva.

Prospettiva: è questo che permette di dare una direzione al cambiamento.

Per affrontare un cambiamento, occorre predisporsi <verso> il cambiamento. Continuando la metafora automobilistica, prima di affrontare una curva bisogna mentalmente abbandonare il rettilineo e predisporsi ad affrontare il tornante. E non farlo in maniera incerta, ma con la certezza di possedere il controllo della strada.

E chi è esperto di guida sa che bisogna saper leggere il cambiamento. Prepararsi ad affrontare una curva, presuppone di sapere quando tagliare la curva e uscire da essa a gran velocità. Farlo nel momento giusto, cambia il ritmo delle scelte.

Il cambiamento prevede sapere ingranare la marcia giusta. Quella che ci permette di tenere la strada dando al veicolo il sostegno necessario.

Il cambiamento richiede quindi un pilota esperto, che ami guidare, che senta l’importanza dell’alternarsi di rettilinei e tornanti. Ma soprattutto un pilota in grado di “sentire” la strada del cambiamento.

Non di un pilota automatico, ma di un pilota connesso, che sente l’abbrivio nella strada del cambiamento.

Serve dotarsi di una mappa per orientarsi, per costruire la meta a cui arrivare anche affrontando bene quelle curve.

E serve specialmente di un co-pilota, che è la consapevolezza. Che guardi le mappe del percorso di cambiamento e ci guidi nella giusta traiettoria. Facendoci lasciare quando è necessario la via maestra per prendere i sentieri meno battuti che ci conducono a piani di prospettiva che generano effetti positivi, dandoci i giusti punti di orientamento ai bivi e lasciando che la strada si apra verso nuove prospettive di crescita.

La lezione di Alex Zanardi

<<Caro Alex, lo capisci che con la tua storia, ci hai reso tutto più difficile? In questi anni la crisi ci ha dato una mano, la disoccupazione pure, la denatalità, l’emigrazione dei cervelli, persino un virus ci ha costretto a chiudere tutto e ci ha privato del quotidiano. Tutto ciò ci ha aiutato a sentirci impotenti, ma non ci ha cambiato. Non lo ha fatto neppure una guerra: ci siamo accorti che non era ‘distante’ da noi solo perché sono schizzate alle stelle le bollette.

Continuiamo a prenderla con un nemico invisibile ed invincibile, continuando a sentirci rassicurati dalla sensazione che non dipenda dai noi. Che nessun cambiamento che parta da noi sia possibile. Come se fossimo in una grande giostra, dove però il manovratore ce la mette tutta per farci perdere l’equilibrio.

Ce la siamo presi pure con gli stranieri perché venivano a rubarci il lavoro che non avremmo comunque fatto.
Alex, ma tu lo sai o sapevi che in Italia abbiamo un numero esagerato di neet? Sono i giovani che non studiano, non lavorano e neanche cercano un lavoro. Sono oltre due milioni a quanto pare…e che fanno? Boh! si sono rassegnati. E dai social si lamentano perché nessuno sta costruendo un futuro per loro.

Caro Alex che ne sai tu. Tu che un futuro per te lo hai costruito più volte. Anche quando tutti ti invitavano a mollare. Tu che non hai mollato mai, hai sempre rilanciato e cambiato traiettoria.

Tu ci hai reso la vita difficile. Ogni volta che leggiamo la tua storia, ci sentiamo impotenti. Così comodi nella nostra comfort zone. Fermi nelle nostre (finte) sicurezze in attesa che passi il treno giusto. Tu fermo non ci sei stato mai, giusto per un breve pit-stop ma poi sei sempre ripartito. Senza aspettare treni.

Non sarà facile adesso per tanti sostenere che hai successo solo se qualcuno ti aiuta, se hai i giusti agganci, se hai la chiave giusta, se hai qualcuno di importante tra le conoscenze…

Oppure devi essere un genio, ma capita ad uno su mille.  E comunque devi fare valigia ed andar via e diventare un <cervello in fuga>. Non siamo mica tutti geni, come Steven Jobs. Non siamo mica Zanardi.

Caro Alex, ci hai fregato. Tu che hai iniziato con i kart per arrivare in formula 1. Tu che dopo 5 stagioni hai ricominciato tutto daccapo negli Stati Uniti in una formula minore, cos’hai trovato? Un incidente che ti ha portato via le gambe. Come hai fatto a non lasciarti andare? Come hai fatto a non dare a tutti la colpa di ciò che ti era successo e concentrarti invece a costruire la tua nuova vita? Dove hai trovato la forza?

Dopotutto era così facile sentirsi una vittima del destino. Avresti avuto il nostro appoggio, la nostra compassione. Eri all’apice del successo ma il destino ti ha portato giù. Da campione potevi diventare una vittima del destino avverso. E ci saremmo identificati in te. Saresti stato il nostro eroe. Il simbolo di chi voleva farcela ma il destino lo ha fermato.
“Vorrei ma non posso” questo è il motto di chi non cambia. E tu cosa vai a fare? Vuoi e decidi che allora puoi. Non ti arrendi, accetti il limite, ribalti il pensiero comune e…cambi. Cambi, e vinci.

Alex ma come fai a sorridere sempre e ad ogni curva ricominciare con ancora più determinazione di prima; come se a te gli ostacoli della vita ti dessero forza e felicità e ti facessero apprezzare ancora di più il valore dell’attimo?

Ma come fai a trovare la forza in ciò che sei e non in ciò che hai?
Mentre scrivo sto guardando, ammirata, una foto scattata in una delle tante gare che ti ha dato la medaglia d’oro, vedo i cordoli bianchi e rossi che accarezzavi con il tuo bolide a 300 all’ora in ogni curva del circuito. Come sei riuscito a rifarlo su quella sedia? Spingendoti con la forza delle sole mani. Come hai fatto a farlo sorridendo e dimostrando a tutti noi quanto ami la tua vita?

Perchè a 46 anni non si va alle Olimpiadi, se non le hai mai fatte prima. Tutti ti avevano sconsigliato di provarci. “Sei troppo vecchio, dove vuoi andare?” e poi “ti rideranno dietro” dicevano, ma tu no, il solito testardo, il solito guastafeste che vuole dimostrare che si può andare oltre i propri limiti, anzi oltre i limiti che gli altri ti impongono. Sei andato e hai vinto. E ci hai dato una grande lezione a tutti. Speriamo che adesso impariamo che è nella nostra volontà e nel nostro coraggio la nostra forza. Abbiamo bisogno di vederti ancora sorridere per capire quanta forza ed amore per la vita c’è in quel sorriso. Ed imparare. >>

Caro Alex abbiamo bisogno ancora delle tue lezioni .

Dedicato ad Alex Zanardi, aspettando che esca finalmente dai box e ritorni sulla pista della vita.

Da cigno nero a cigno bianco

L’economia post-covid ha bisogno di nuovi modelli. Lo shock accaduto con un evento mai successo nella nostra economia, ovvero la serrata di ogni attività per 70 giorni, è uno degli eventi che in sociologia economica viene definito “cigno nero”, che ha già modificato i paradigmi economici e forse stentiamo a comprendere quanto.

La teoria del cigno nero è un modello proposto da Nassim Nicholas Taleb per descrivere un evento non previsto, che ha effetti dirompenti. La teoria di Taleb vuole spiegare l’importanza di determinati eventi di grande impatto, difficili da prevedere e inattesi, che esulano da ciò che normalmente ci si attende e l’impossibilità di calcolare con metodi scientifici la probabilità di tali eventi rari e carichi di conseguenze. Ma anche le distorsioni psicologiche che impediscono alle persone (sia come individui sia come collettività), di cogliere l’incertezza e il ruolo enorme degli eventi rari nell’andamento della storia.

Il cigno nero indica il forte impatto di alcuni accadimenti imprevisti, caratterizzati da grande incertezza, che assumono un ruolo dominante nella storia, e della tendenza umana a trovare retrospettivamente spiegazioni semplicistiche in negazione all’impatto di questi eventi.

Accettare soluzioni semplicistiche ad avvenimenti rari ed imprevedibili, senza invece reinventare un nuovo presente, significa subire il cambiamento e non invece gestirlo.

La teoria del cigno nero, alla base dell’approccio di change management basata sull’antifragilità, punta a valorizzare non la resistenza allo shock ma la capacità di reagire trasformando i modelli di business e generando valore da un evento di straordinario impatto, che ha rotto i preesistenti equilibri.

Si tratta di arginare gli effetti negativi degli eventi “cigni neri”, sfruttandone anche la parte positiva, piuttosto che tentare di volerli minimizzare o negare. L’antifragilità significa ammettere “la caduta” e trovare una soluzione alternativa a ciò che facevamo prima. Insegna a trasformare in nuovo valore la crisi.

Secondo Taleb, la percezione di un tale evento dipende dall’osservatore. Ad esempio la visione di un evento di questo tipo per un tacchino non è sicuramente identica a quella che ne ha il suo macellaio. Gestire il cambiamento significa “evitare di essere il tacchino” scansando le aree di vulnerabilità per poter “trasformare i cigni neri in cigni bianchi“.

Lo abbiamo visto con lo smart working, in pochi giorni passato da modalità di innovazione non realizzata dalle aziende, benché normata, perché ritenuta non conveniente e soprattutto perché basata su valori che presuppongono un forse stravolgimento dei modelli aziendali, ovvero la fiducia ed il risultato, contrapposti al controllo ed alla presenza fisica sul luogo di lavoro (meglio se vigilata da sistemi di conferma presenza ed ore lavorate).

E stato così pure con l’e-commerce, ritenuto sinora patrimonio solo del grande commercio e perlopiù veicolato attraverso piattaforme internazionali (come amazon e booking) e che durante la fase 1 del covid ha conosciuto la diffusione su grande scala anche per piccoli negozi. E ha comportato anche un ripensamento dei modelli di produzione e vendita, implementando ad esempio nuove figure professionali come il personal shopper online ed il dropshopper.

Come per i servizi a domicilio, diventati pratica alternativa che ha permesso agli esercizi di ristorazione, ai negozi di commercio al dettaglio e di beni di uso quotidiano di restare sul mercato, riuscendo ad ammortizzare i costi fissi esosi e non comprimibili che permangono anche ad attività chiuse al pubblico.

Una mini rivoluzione ha riguardato il settore della ristorazione che si trova ad avere a che fare con modelli nuovi di consumo, che mescolano ristorazione in loco con la fornitura di pasti su richiesta nelle case, implementazione di servizi di catering giornaliero, adozione di menù digitali e di specifiche app personalizzate per aumentare la diffusione del mercato che prima contava solo sull’esercizio fisico e la sua accessibilità.

In alcune aziende é già entrato lo smart locker a sostituire il servizio mensa. Attraverso un’app al lavoratore é data la possibilità di ordinare la sera prima il suo pranzo, scegliendo da un menù digitale. Pranzo che gli sarà recapitato in ufficio, o a casa in casa di smartworking. Un “frigo intelligente” che permette di gestire la mensa personalizzando il servizio ed eliminando gli sprechi (e le incertezze dovute alla variabilità inserita dallo smartworking).

E tante altre sono le mini-rivoluzioni che stanno trasformando il mondo del lavoro. Innovando.

Perderemo tempo e risorse a cercare che il cigno nero diventi bianco. Impariamo invece a innovare. Impariamo a riconoscere il cigno nero. Accettiamo di cambiare.

Il potere della Gentilezza

La gentilezza è una <modalità>, che può orientare il cambiamento.

Essere gentili non è sempre il percorso più agile perché la nostra mente presta attenzione soprattutto alle cattive notizie e quando siamo sommersi da stimoli negativi, si tende ad innestare la “marcia della resilienza”, che è una marcia che trascura il valore della gentilezza a favore di una prospettiva che cerca di riportare “con ogni sforzo” allo status quo perso.

La prospettiva dell’antifragilità è invece diversa perché presta attenzione a ciò che va cambiato, che va costruito, non a ciò che si è perduto. La prospettiva antifragile costruisce la consapevolezza che “è finito un ciclo e bisogna costruirne un altro”. Accettare,consapevolmente, il chiudersi di un ciclo e il nascere di un altro, spinge a puntare (anche) sulla strategia della gentilezza. Come leva di cambiamento generativo.

La gentilezza è attivata dall’empatia cognitiva; il che significa non solo capire le emozioni degli altri, ma anche vedere la realtà come la vedono gli altri, prestare attenzione ai dettagli, ascoltare le ragioni dell’altro. Senza rimanere radicati pervicacemente nelle proprie (resistendo, per l’appunto).

La gentilezza consapevole, quella cioè messa in atto non per indole ma per scelta, é un pungolo al cambiamento.

«Per uscire dalle crisi bisogna cominciare a vedere il mondo con gli occhi degli altri», ha detto Barack Obama. Vedere il mondo non solo dalla propria (ferma) prospettiva, ma in movimento, attraverso gli occhi (e le idee) degli altri.

Il paradigma del cambiamento può trovare un alleato straordinario nella gentilezza, nella positività, nell’altruismo, nel pensare “al plurale”.

Per essere gentili bisogna essere “connessi”. L’agire gentile richiede consapevolezza ed attenzione, per tornare a notare e apprezzare le piccole cose. Perché son quelle che contribuiscono a dar senso e probabilmente risposte alle mille eterne domande dell’animo umano. Insomma, una nuova forma di linguaggio, una coraggiosa cultura, che mette in campo il vero cambiamento.

Ma richiede anche gratitudine: perché se non sappiamo riconoscere le cose e apprezzarle non sapremo imparare da esse.

Anche nel lavoro, perché permette lo sviluppo di leadership generative che mettono in circolo valore e talenti. In economia comportamentale, la gentilezza è una “strategia” per la gestione dei conflitti e delle negoziazioni.

Ma è anche la caratteristica della leadership generativa. Che trae la sua forza da un pensiero collettivo e sa armonizzare i contrasti di opinione con competenza e metodo.

Serve allenamento, per imparare la gentilezza. Per far sì che la gentilezza sia autentica e generativa, e non mera esternazione senza valore.

La gentilezza infatti non è affabilità vuota, sorriso a 32 denti, pindarico esercizio di affabulazione lessicale. La gentilezza per essere autentica e vincente necessita di una corretta consapevolezza di sé, necessita della competenza necessaria a corroborare l’autostima e la capacità autentica di leadership generativa.

«Se ti viene data la possibilità di scegliere se avere ragione o essere gentile, meglio essere gentile» (Wayne Dyer)

Il Turismo é cambiato

Il turismo pre-Covid non esiste più. E questo deve essere il punto di partenza per qualsiasi politica per sostenere e far ripartire il settore. Serve ammortizzare il presente (con incentivi fiscali, contributi a fondo perduto, ed investimenti nella comunicazione e nella gestione), anche considerando la tempistica del ciclo turistico (che impedisce una ripartenza immediata), ma serve da subito ripensare il futuro.

Il mercato sta cambiando e continuerà a cambiare. La fase del rilancio dovrà allora essere orientata a minimizzare gli effetti negativi sul settore turistico, generando fiducia nel settore turistico locale e rafforzando l’immagine della destinazione come sicura e competitiva secondo i nuovi standard.
Servirà ripensare le nostre destinazioni non soltanto in chiave di marketing e promozione (agendo con adeguate politiche di comunicazione), ma anche e soprattutto riorganizzando in ottica competitiva la destinazione.

Il blocco dovuto all’emergenza pandemica ha rappresentato infatti per il settore Turismo uno shock asimmetrico, che necessariamente deve portare al cambiamento dei modelli di business. Sarebbe quindi un errore “resistere” attutendo gli effetti dello stop senza intervenire a monte per gestire la trasformazione inevitabile.
Al pari di quanto è successo per la crisi finanziaria del 2008 che portò alla nascita della sharing economy e al consolidarsi di nuovi operatori turistici con modelli di prodotto e di business prima inesistenti (come Booking, Uber o AirBnB) e che sono in breve diventati pilastri dell’economia turistica, sarà necessario lavorare al modello di economia turistica non per riportarlo alla situazione ante shock (cosa impossibile) ma per ripensarlo in funzione del cambiamento intervenuto.

Alcune delle tendenze in atto nella domanda turistica sono già chiaramente emerse:
– la trasformazione del turismo di massa: che porta a ripensare il modello di business e il modello organizzativo e di business degli operatori (tour operator, agenzie di viaggi, catene alberghiere, operatori low cost);
la crescita dello slow tourism: ovvero la domanda di destinazioni turistiche non affollate e quindi la necessità di adeguate offerte personalizzate atte a soddisfare la crescente ricerca di benessere e di sicurezza; cresce la domanda di destinazioni esterne alle traiettorie turistiche consolidate dove la bassa densità abitativa e la ridotta pressione antropica stagionale garantiscono un turismo più sicuro e agevole rispetto ai rischi di contagio (ad es. le aree interne, i borghi ed i parchi naturali, che pur presentando risorse ambientali, culturali e paesaggistiche di pregio, sono escluse dai circuiti turistici di massa a causa della scarsa infrastrutturazione, accessibilità e potenziale ricettività e, soprattutto, per l’assenza di una domanda già matura), permettendo anche un prolungamento del tempo medio di vacanza;
– la scelta della vacanza diventa sempre più digitale, con l’affermarsi di digital market place di incrocio sempre meno intermediato domanda-offerta: servirà quindi ripensare come al punto 1, l’evoluzione dei vari segmenti della filiera. Ma anche attrezzare la destinazione con quei servizi digitali quali il cashless;
– l’accelerazione del trend di domanda sul turismo del Ben-Essere a 360 gradi, che richiede la ricostruzione della destinazione attorno ad una filiera composta, che vada dal “viaggio” (lo spostamento inteso non più come meta per raggiungere la destinazione, ma esso stesso offerta turistica) al prodotto  enogastronomico, all’unicità di prodotti identitari;
– la valorizzazione del profilo esperienziale della vacanza, con conseguente maggiore attenzione alla prestazione di servizi, alla qualità ed alla reputazione dei luoghi, ma anche alla personalizzazione “taylor made” del viaggio;
– l’affermarsi della “smartholiday”, ovvero di un turismo basato su vacanze più brevi ma più spesso nell’anno, di attività turistiche “di prossimità” che richiedono una maggiore attenzione alle destinazioni penalizzate dai costi di trasporto, ma che possono “difendersi” organizzando il fenomeno della “home work holiday” ovvero la richiesta di luoghi più confortevoli (ad esempio al mare) ove sia possibile lavorare qualche ora al giorno durante la vacanza, usufrendo di location e commodity turistiche adeguate ad alternare lavoro e vacanza per tutta la famiglia.

Servirà investire su nuove competenze professionali per preparare il cambiamento. La piattaforme digitali territoriali possono rappresentare un valido supporto alla promozione dei nuovi circuiti turistici, fornendo in maniera integrata informazioni sull’offerta territoriale, alimentando e supportando le attività degli operatori economici, sociali e culturali locali, valorizzando risorse e competenze territoriali attraverso la loro messa a sistema. I nuovi modelli tecnologici applicati ai territori possono costituire un efficace strumento per creare o consolidare reti territoriali di stakeholder locali e offrire opportunità di inclusione in nuovi network nazionali ed internazionali.

Va posta la dovuta attenzione anche ad un dato che emerge: oggi le città d’arte, pur nella loro competitività mondiale, sono quelle che più stanno soffrendo gli effetti della crisi: occorrerà quindi ripensare il turismo delle città della cultura senza insistere a tornare ad uno status quo che ha subito le trasformazioni derivate dallo shock intervenuto. Devono dunque essere parte integrata del tessuto cittadino, essendo leva di sviluppo sociale, e non solo mere attrazioni turistiche. Il rischio è creare bellissimi non-luoghi, sbilanciandone l’intera offerta di servizi e piegando l’intera struttura organizzativa verso la sola gestione dei singoli contenitori culturali , prima ancora che verso una più stabile e sostenibile accessibilità.

Il turismo muove il 12/14% del PIL nazionale, e che l’80% del turismo è oggi turismo culturale, che impatta fortemente sulla crescita personale e sulla qualità della vita, ed attiva sistemi economici che attraggono investimenti e capitali. Le principali capitali economiche d’Europa sono quelle città che hanno anche la più alta incidenza di contenitori culturali (musei, teatri, biblioteche, università). Non investire in turismo e cultura in maniera coordinata, significa perdere questa occasione, rinunciando ad enormi quote di mercato per la crescita soprattutto locale. Parimenti è dannoso tentare di riproporre il mero sfruttamento culturale della città, ripristinando dinamiche, modalità e volumi turistici ante Covid.

Abbiamo davanti una sfida tutt’altro che facile.
Serve padroneggiare il cambiamento facendolo diventare un valore aggiunto in tutti i campi, anche quello turistico, per costruire nuovi trend turistici, nuove tratte, nuove destinazioni, nuove strategie.
Allora che non si spechi l’occasione, che non si rinunci pigramente a ingegnarsi, crogiolandoci in ciò che è stato, ma si lavori sa subito per trasformare la crisi in opportunità di ricostruire un turismo più sostenibile anche per le comunità locali ma che al contempo sia leva per l’attrazione di investimenti. Mettiamo in campo una più collettiva capacità progettuale, che serva a superare rapidamente l’emergenza, ma soprattutto a ridisegnare l’idea stessa di territorio che vogliamo iniziare a costruire oggi per i decenni a venire.

Si lavori allora a creare una consapevolezza basata su un principio di sana appartenenza e responsabilità dei luoghi, da trasmettere anche ai futuri visitatori. Lavorando ad una più ampia riforma economica del turismo, che nasca dal necessario cambiamento di alcuni paradigmi. Che passa dall’accoglienza attiva, non dall’intercettazione passiva; che si sviluppi sulle narrazioni, le voci dei territori, per trasmettere la singolarità dei luoghi e le diversità territoriali che rendono unica la destinazione; che esprima i bisogni e valori essenziali di chi di quel territorio ne è rappresentanza e parte integrante, per rafforzare il sentimento di appartenenza e di radicamento; e che si impegni a ricucire le relazioni tra società e territorio. Per un nuovo turismo.

Lavoro agile significa fiducia

La parola SmartWorking è entrata nel linguaggio quotidiano, come nuova ‘pratica di lavoro’ realizzata da remoto. Ma è davvero questo lo smartworking ?

Quello sperimentato sinora è stato telelavoro o lavoro reso a distanza. Più corretto sarebbe chiamarlo, se proprio vogliamo usare un termine inglese, homeworking. È mancata infatti la fase <smart>, quella che impatta sul paradigma organizzativo alla base del nuovo modello di lavoro, che implica soprattutto un cambiamento delle relazioni tra le parti di lavoro.

Lo SmartWorking, lo dice la parola significa “lavoro intelligente”, ovvero ”una nuova condotta manageriale fondata sulla restituzione alle persone di flessibilità e autonomia nella scelta degli spazi, degli orari e degli strumenti da utilizzare a fronte di una maggiore responsabilizzazione sui risultati”.

È quindi un modello organizzativo che interviene nel rapporto tra individuo e azienda, restituendo autonomia nelle modalità di lavoro a fronte del raggiungimento dei risultati e presuppone il ripensamento “intelligente” delle modalità con cui si svolgono le attività lavorative anche all’interno degli spazi aziendali, rimuovendo vincoli e modelli inadeguati legati a concetti di postazione fissa del luogo di lavoro che poco attiene ai principi di personalizzazione, flessibilità e virtualità.

Non é stato quindi Smartworking ma remotizzazione del lavoro, l’organizzazione del lavoro sperimentata da moltissime aziende che durante il lockdown hanno organizzato il lavoro dei collaboratori prevedendo fasce fisse in cui il terminale di lavoro doveva risultare operativo (a prescindere dal carico di lavoro smaltito e dagli obiettivi di avanzamento lavoro raggiunti).

Per sapere se state applicando modalità di lavoro <smart>, calatevi nella situazione di seguito descritta: <Affidate ad un vostro collaboratore un compito. Lui lo conclude in anticipo sui tempi e con la qualità attesa e vi manda alle 8 una mail con allegati tutti i documenti richiesti ed ogni specifica da cui si evince l’alta performance del lavoro svolto. Se chiamate alle 9 per complimentarvi per il lavoro svolto e non ricevete risposta immediata, ma vi richiama lui un’ora dopo dicendovi che terminato il lavoro in anticipo rispetto la scadenza concordata, era andato a fare sport, e che adesso è di nuovo al lavoro, che reazione quest’asserzione produce in voi?>. Date più importanza al risultato o alla presenza fisica sul posto di lavoro?

Se l’assenza del controllo sul lavoratore che non risponde subito alla vostra chiamata in quello che voi ‘ tradizionalmente’ considerate ‘tempo di lavoro’ siete in una situazione di homeworking, dove il lavoro è ancora pratica non-agile e non-intelligente ma legata meccanismi di controllo temporale.

In tal caso il cambiamento deve riguardare la pratica manageriale e le relazioni di lavoro più che il modello di lavoro.
Lo SmartWorking prevede infatti il cambiamento del paradigma di lavoro dal <controllo> alla <fiducia>, dallo spazio temporale ai risultati, dal carico di lavoro ai risultati conseguiti.

Il cambio culturale riguarda la centratura sulla <persona> e sul concetto di fiducia lavorativa, l’investimento sulla relazione di lavoro. Per realizzare vantaggio e crescita di performance dallo SmartWorking bisogna essere disposti a passare dal <comprare il tempo> dei propri collaboratori a <remunerarne le performance>, diventando il luogo e lo spazio temporale nel quale vengono prodotte irrilevanti.

Un’organizzazione del lavoro rigida, fondata sul controllo, incide negativamente sulle prestazioni lavorative ma anche sulla crescita del capitale umano che è capitale dell’azienda.

Cambiare cultura organizzativa, spostando l’asse sulla fiducia ed investendo nel talento, conviene. Ma per farlo serve flessibilità nel lavoro, ma anche dell’organizzazione di lavoro.

Perché il lavoro sia smart, serve soprattutto una nuova cultura del lavoro, fondata sul risultato.

È una questione di sensi

La via del cambiamento è un percorso che richiede l’attivazione dei cinque sensi. Ma non solo.

La vista, per imparare a guardare le cose non soltanto dalla prospettiva da cui li abbiamo guardate sinora. Cogliendo il dettaglio imperfetto, la crepa da cui emerge l’istanza di cambiamento, la luce che ci guida verso un nuovo scenario. Rallentiamo allora per osservare con maggiore attenzione quello che abbiamo intorno. Grazie a questo potremo cogliere finalmente quelle che sembrano piccole cose ma che, in realtà, nascondono significati e insegnamenti preziosi e fondamentali. Impariamo a guardare e a ri-guardare, vista e cura delle cose, delle persone, dei momenti. Del nostro personale momento.

Il tatto per sentire e sperimentare il cambiamento. Con il tatto sentiamo il liscio e il ruvido delle cose, il freddo e il caldo, il soffice e il duro ma anche gli spintoni, gli urti, le carezze, gli abbracci; sentiamo le cadute, gli appigli a cui legarci per rialzarci. Attraverso il tatto impariamo a scoprire e a riconoscere il ruolo che hanno gli oggetti, le persone, le relazioni, le attività nel nostro quotidiano. Ed impariamo a costruire il nostro “bagaglio leggero”.

L’udito, per ascoltare e non soltanto per sentire. Per riuscire a sentire i suoni degli altri. Stare in ascolto attivo. Cogliere nel silenzio la nota del cambiamento e costruire intorno ad essa l’armonia della trasformazione.

L’udito è uno dei sensi più sollecitati dalla mente. L’orecchio è abituato a sentire un susseguirsi e un mescolarsi di rumori, suoni, voci, ma non sempre è abile nel distinguere le diverse percezioni ed utilizzarle come fonti di informazioni.

Per ascoltare, per cogliere i suoni e discriminarli ci deve una condizione essenziale: il silenzio. Impariamo allora a sentire il suono del silenzio e cogliervi dentro le istanze di cambiamento. Esattamente come nella musica. Come nel brano 4’33” di Cage, in cui il silenzio dirige una sinfonia di significati.

L’olfatto per riconoscere le mutazioni dell’ambiente intorno a noi. Osservare la natura e l’ ambiente che ci circonda, per scoprire come le stagioni mutano il paesaggio e le abitudini delle persone. La propensione al cambiamento è secondo alcuni studi correlata ad alcune trasformazioni legate al succedersi delle stagioni. Ed è l’olfatto il primo ad accorgersi che nell’aria é cambiato qualcosa.

Il gusto per assaporare il sapore della trasformazione. Esistono studi sull’impatto delle mutazioni ormonali e di gusto in persone impegnate in processi di riattivazione legati ai cambiamenti avviati. Il cambiamento dà un gusto diverso alle cose.

C’è infine un sesto senso, essenziale per generare il cambiamento. E per trasformare i cinque sensi da percettori a leve di cambiamento, ed è la consapevolezza. La consapevolezza ci insegna infatti a <stare dentro> il cambiamento. Con-sapere, conoscere qualcosa perché si è dentro. Nel cambiamento bisogna starci dentro. Serve stare dentro le cose, per trasformare un limite in un cambiamento.

Per generare cambiamento bisogna avere bene attivi i cinque sensi e sopratutto bisogna avere sviluppato il sesto senso: la consapevolezza.

Il mare di settembre

Il mare di settembre parla di cambiamento.
È un mare che sussurra pensieri nuovi. Che sembra portare con sè i detriti del mare di agosto e invece ha già mutato colori e la sua acqua adesso è cristallina.
È un mare che ha aspettato, paziente, lasciando che facessero il loro tempo le mareggiate invernali, i primi bagni di giugno, le risacche di luglio e la folla di agosto.
Lambisce la riva in un abbraccio silenzioso, riportando al largo i detriti lasciati dalla stagione trascorsa.
Il mare di settembre ha riflessi luminosi che rivelano il colore dei fondali. Gli stessi fondali che appena qualche giorno prima, nella confusione di agosto, non vedevamo.
La sua risacca ha un suono leggero come quelle nenie che ti cullano i pensieri senza la pretesa di cambiarli.
È un mare che dà fiducia e suggerisce l’azione generativa tipica del cambiamento.
Il mare di settembre ci insegna il valore dell’antifragilità. Ci aiuta a farci domande ed entrare dentro i nostri pensieri. Ci fa sentire il rumore del mare dentro la conchiglia.
E’ un mare colto nei suoi colori autentici, che profuma di verità. Che ha spazzato le effimere illusioni dell’estate quando insieme ai vestiti alleggeriamo i pensieri e preferiamo bruciarci al sole ed esporci nelle peggiori ore, invece che accettare il passare delle stagioni e cambiare le nostre abitudini. Il mare di settembre non brucia, ma regala la brezza che invita a mollare gli ormeggi e lasciare il porto.
Il mare di settembre è infondo come le cose autentiche di cui ci accorgiamo solo dopo che ci siamo bagnati in mari di effimere illusioni o rischiato di affogare in onde confuse. Nei tanti mari affollati d’estate in cui abbiamo invano cercato il cambiamento, senza esserne consapevoli.
Il cambiamento non appartiene all’estate delle cose. E quando arriva, cioè quando cambiano le stagioni, te ne accorgi. Perché ha già iniziato a scaldarti i pensieri. A prepararti ad una nuova stagione.

Maratoneti

La maratona è metafora del cambiamento.
Osservando le regole della maratona possiamo trarre importanti spunti per guidare il cambiamento.
La maratona infatti insegna a camminare verso una meta vivendo ogni fase del percorso con impegno e con la giusta andatura.

Un percorso di resilienza che non sarà facile concludere, se ogni fase non viene vissuta adeguatamente e sapendo di dovere dosare le proprie risorse per affrontare tutto il percorso senza mai perdere l’equilibrio.

Imparando a gestire le fasi nel tempo, senza sprint iniziali che poi tolgono le energie necessarie per affrontare le ultime fasi .

Lo sanno bene i maratoneti. Sanno che allungare il passo all’inizio, mostrando baldanza e sicurezza non permette di arrivare al traguardo.

Il cambiamento ha i suoi tempi, esattamente come la maratona.

Il tragitto avrà cicli differenti, a volte in salita a volte in discesa, ma sempre si dovrà tenere l’andatura che più si adatta a sè stessi per non andare in debito di ossigeno o per risentirne con strappi muscolari.

La Maratona insegna che non importa la corsa degli altri: ciò che conta è il proprio percorso. Insegna che dopo una caduta conta rialzarsi e riprendere il cammino, non conta mai se nella caduta si sono persi attimi di camminata, c’è sempre un tempo per recuperare.

La maratona non è arroganza, è coraggio. Non è forza, è consapevolezza.
Non è una corsa nella vita ma un percorso. Non è arrivare primi ma è arrivare alla meta. Scegliere una meta e costruire il percorso per raggiungerla, costruendo con consapevolezza gli strumenti necessari.

La maratona è uno sport che richiede pazienza, serve avere il senso dell’attesa. E serve sapere affrontare il tragitto tra una sponda all’altra con il coraggio di chi le corse le corre sulle proprie gambe.
La maratona è un esercizio di vita che guarda avanti. Che non necessita di una divisa né di strumenti ma solo di coraggio, forza e determinazione. Di voglia di andare oltre. Esattamente come nel cambiamento.

L’incastro giusto

Per cambiare bisogna innanzitutto <scegliere> di cambiare.

Il primo passo e il più difficile per cambiare è cambiare prospettiva. Cambiare l’idea che abbiamo del cambiamento.

Iniziamo a scegliere di cambiare le parole. Il cambiamento è interpretato troppo spesso come un <via da> e non come un <verso cosa>. Chi è coinvolto nel processo di trasformazione ha ben chiaro da cosa deve staccarsi ma non cosa acquisisce. Il cambiamento è visto come rinuncia a qualcosa di noto per muoversi verso l’incertezza. Al cambiamento viene associata l’idea del rischio. Ci si domanda: Ne vale la pena? Quanto mi costa cambiare? Posso rimandarlo? E così il momento del cambiamento viene rinviato, sino magari a realizzarlo quando non genera più valore. Quando non è più una scelta di cambiamento ma è diventato adattamento alla situazione.

Importante è scegliere il momento. Il cambiamento per avvenire ha bisogno di svolgersi nel giusto tempo. Né troppo presto, ma nemmeno rimandato perdendo di significato. Può succedere per un evento improvviso, radicale e totalizzante, per una vera e propria crisi. In questa prospettiva il cambiamento non è una scelta ma un rimedio e perde il suo significato ma soprattutto il suo valore. Biosgna quindi imparare a scegliere i tempi del cambiamento.

Altrettanto importanti sono le motivazioni del cambiamento. Erroneamente per qualcuno il cambiamento è inteso come segno di fallimento: si deve cambiare perché, prima, si è sbagliato tutto (questa è la convinzione erronea che si radicalizza nella mente di chi è coinvolto nel processo di trasformazione). Perciò non si cambia e ciò al solo scopo di non dovere ammettere il fallimento. E’ un errore di prospettiva: invece di guardare l’orizzonte della trasformazione, il pensiero resta ancorato alla difesa dello status quo. Il cambiamento deve invece essere <scelto> e vissuto come un successo, la capacità di trasformarsi per generare valore. La motivazione giusta nasce quando affrontiamo il cambiamento con consapevolezza. Quando siamo presenti nel cambiamento.

Bisogna imparare a gestire la combinazione tra le proprie scelte e il volere giustificare le proprie azioni adottate sino al momento del cambiamento. Vincere la resistenza al cambiamento e accettare la sfida.

Il cambiamento ha un inizio e una fine: è un percorso e chi lo compie è come il viandante, che attraversa il deserto ma lo fa ben consapevole sia del luogo di partenza che di quello di arrivo. Che ha le scorte giuste per far fronte alle avversità e ai bisogni che emergeranno lungo il cammino. E soprattutto ha una meta.

Il cambiamento è come un mosaico, che si completa tassello dopo tassello.

Un puzzle fatto di pezzi da incastrare. Senza forzarne i bordi. Ma costruendo gli incastri giusti per arrivare a comporre la figura.

E come tutti i puzzle, il cambiamento inizia quando troviamo l’incastro giusto. Autentico. Poi da lì, la figura si completa agilmente, tassello dopo tassello.

Costruttori o giardinieri?

“Ogni essere umano, nel corso della propria esistenza, può adottare due atteggiamenti: costruire o piantare. I costruttori possono passare anni impegnati nel loro compito, ma presto o tardi concludono quello che stavano facendo. Allora si fermano, e restano lì, limitati dalle loro stesse pareti. Quando la costruzione è finita, la vita perde di significato.

Quelli che piantano soffrono con le tempeste e le stagioni, raramente riposano. Ma, al contrario di un edificio, un giardino non cessa mai di crescere. Esso richiede l’attenzione del giardiniere, ma, nello stesso tempo, gli permette di vivere come in una grande avventura.” P.Coelho, Brida

Il costruttore ha un progetto, ben chiaro, di cui studia tutte le variabili. E si impegna così tanto nel definire il progetto, che resta ingabbiato nella sua definizione senza avere la capacità di adattarsi all’imprevisto.

Persegue un obiettivo e si dilunga per anni nei suoi compiti, stando ben attento a proteggere la sua idea. Ma arriva il giorno in cui termina la sua opera, e il costruttore si ritrova in uno spazio delimitato dalle mura che ha eretto, ne mira la perfezione e da quel momento si chiude tra le mura della sua costruzione e così resta prigioniero della sua stessa opera.

Il Costruttore lavora al suo progetto, ma non appena si avvicina alla conclusione, pur intravedendo l’inizio di un nuovo progetto, resta ancorato al “fine cantiere” della sua costruzione non riuscendo a goderne.

Il Giardiniere invece vive nel presente ed il suo progetto è realizzare la vita. Affrontando salite e discese. Soffrendo per le tempeste e le stagioni, e per tutte le imprevedibili interruzioni al suo cammino.

Ma al contrario di un edificio, il giardino non smette mai di crescere. Esso richiede l’attenzione continua del giardiniere, ma nello stesso tempo, gli permette di realizzare il suo cambiamento.

Il Giardiniere sa di non avere il controllo assoluto del giardino ma sa che i frutti che genererà il suo giardino dipenderanno dall’attenzione che metterà nella cura ma anche dalla flessibilità con cui accetterà l’imprevedibilità delle stagioni.

Il Giardiniere si mette in ascolto attivo del suo progetto, pronto a generare cambiamento se la stagione lo richiede.

Il cambiamento necessita di pazienti giardinieri, che si pongano nei confronti della vita con l’atteggiamento di chi semina e sa che dovrà prendesi cura della crescita della sua semina ed affrontare le tempeste e i capricci delle stagioni.

L’avventura della crescita passa attraverso scoprire lo svolgersi delle cose, nel realizzare l’incontro con l’altro, nel sentirsi responsabilmente creatori delle cose e non semplici spettatori, nel piantare i semi del vivere insieme, nella conoscenza profonda e partecipativa alla vita.