Ne usciremo cambiati, ma davvero saremo capaci di maggiore intelligenza collettiva?

Le crisi globali, come quella che stiamo vivendo in questo periodo, generano cambiamento. E il cambiamento porta comunque in sé dei presupposti positivi e degli effetti che prevarranno anche finita questa fase.

La parola crisi, del resto, deriva dalla parola greca krisis: scelta, decisione. E questo siamo chiamati a fare: a scegliere e decidere di trasformare il momento nel presupposto necessario per un miglioramento, per una rinascita fondata su nuovi valori e nuovi paradigmi anche lavorativi.

L’urgenza e la gravità del momento hanno reso necessarie molte innovazioni organizzative e messo in moto quello che era il cambiamento atteso dalla quarta rivoluzione digitale e che trovava la resistenza del sistema proprio perchè, come ogni cambiamento, presuppone a monte la motivazione. Perchè cambiare è scomodo, bisogna mettere in discussione molti schemi consolidati, di vita e di lavoro. Ed è allora proprio nei momenti di crisi che emerge il valore della gente e nascono idee, progetti condivisi e di valore.

In pochi giorni stiamo <innovando> rompendo molti schemi ed abitudini: lezioni a distanza, lavoro in remoto, riunioni a distanza. E ne stiamo scoprendo molti vantaggi.

Ci sono diverse “lezioni” che l’emergenza epidemiologica ci sta insegnando e diversi cambiamenti che sta accelerando. Sta facendo entrare di prepotenza nelle nostre prassi quotidiane parole prima poco usate: smartworking,  smartlearning, changemanagement.

Stiamo scoprendo che gli strumenti digitali possono essere utilissimi per collaborare da remoto, per fare meeting online, per organizzare il lavoro di gruppo, per la formazione a distanza, per supportare persone in stato di bisogno, per veicolare informazioni utili.

Stiamo imparando ad usare la tecnologia, percependone alcuni vantaggi.

Il ricorso al lavoro agile (smartworking), esteso a tutte le categorie (da ieri massicciamente anche al settore pubblico, tendenzialmente il più resistente ai cambiamenti), può rivelarsi una grande opportunità: le aziende ed i lavoratori possono infatti scoprire i benefici derivanti da una forma di svolgimento della prestazione di lavoro che mette al centro del rapporto tra le parti la fiducia, come leva per ottenere maggiore produttività ma anche maggiore flessibilità nella gestione del tempo e degli spazi di lavoro. Realizzando quella conciliazione vita-lavoro necessaria per garantire accesso al lavoro pari per tutti, senza barriere di genere o di abilità fisiche.

Lo SmartWorking presuppone un profondo cambiamento organizzativo e culturale necessario per passare dal paradigma organizzativo basato sul controllo alla responsabilizzazione dei collaboratori, attraverso la revisione del modello di leadership.

Riorganizzazione il lavoro in ottica smart significa infatti creare organizzazioni più flessibili, introdurre approcci di empowerment, delega e responsabilizzazione delle persone sui risultati, favorire la crescita dei talenti e l’innovazione diffusa.

Ipotizzando una pervasività finale dello smartworking del 70%, l’impatto finale potrebbe essere di 14 miliardi di euro circa, oltre l’aumento di competitività del sistema Italia sugli scenari internazionali.

E diverse sono le esternalità positive correlate, prima fra tutte l’impatto sull’ambiente: in appena pochi giorni è evidente l’effetto sui livelli di smog e di inquinamento acustico nei centro urbani.

L’abitudine al lavoro digitale permette inoltre di allargare gli orizzonti delle aziende, aumentando la capacità di penetrazione sui mercati internazionali.

Tutte innovazioni che segnano un punto di rottura: sarà difficile, sperimentato il cambiamento e valutati gli effetti positivi, tornare indietro in molte organizzazioni.

Ne usciremo da questa emergenza e ne usciremo cambiati. In una direzione più aperta e forgiata da intelligenza collettiva ed empatia sociale, ma anche con una diversa propensione al cambiamento, anche sul lavoro. E questo ci aiuterà a percorrere le strade necessarie a ripartire.

La pandemia, a cui non eravamo abituati, segnerà comunque un prima ed un dopo. Bisogna farsi toccare dalle cose. L’indifferenza é peggio di qualsiasi virus. Oggi l’emergenza é il lavoro, il futuro per economie già fragili come quelle delle nostre comunità. E abbiamo tutti il dovere di non rimanere terzi rispetto al tema. Ma anche di sentirci parte in causa nella soluzione.

Gli strumenti ci sono, l’innovazione è già a disposizione di aziende, famiglie, persone. Sta a noi imparare a farne buon uso e, soprattutto, a collaborare per il bene comune con senso di responsabilità e visione di lungo periodo.

Il momento che attraversiamo è certamente straordinario, e come tale sta rivoluzionando la vita di tutti i cittadini e delle imprese. E se il dopo è un pagina ancora da tutta da scrivere, che avrà certamente bisogno di misure eccezionali per sostenere la ripartenza, di rinegoziare le regole di negoziato con l’Europa e di una riorganizzazione della finanza pubblica e della politica sanitaria, il presente certamente ci ha già cambiati.

In questi giorni, pur nello smarrimento, l’Italia sta comunque dando prova di grande maturità, affrontando questo momento di grande difficoltà facendo prevalere il  senso di comunità e di responsabilità.

Ripartiremo e ripartiremo più maturi. Avendo imparato il valore di tante cose date sino ad oggi per scontate. Anche il valore di innovare.

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