La lezione di Alex Zanardi

<<Caro Alex, lo capisci che con la tua storia, ci hai reso tutto più difficile? In questi anni la crisi ci ha dato una mano, la disoccupazione pure, la denatalità, l’emigrazione dei cervelli, persino un virus ci ha costretto a chiudere tutto e ci ha privato del quotidiano. Tutto ciò ci ha aiutato a sentirci impotenti, ma non ci ha cambiato. Non lo ha fatto neppure una guerra: ci siamo accorti che non era ‘distante’ da noi solo perché sono schizzate alle stelle le bollette.

Continuiamo a prenderla con un nemico invisibile ed invincibile, continuando a sentirci rassicurati dalla sensazione che non dipenda dai noi. Che nessun cambiamento che parta da noi sia possibile. Come se fossimo in una grande giostra, dove però il manovratore ce la mette tutta per farci perdere l’equilibrio.

Ce la siamo presi pure con gli stranieri perché venivano a rubarci il lavoro che non avremmo comunque fatto.
Alex, ma tu lo sai o sapevi che in Italia abbiamo un numero esagerato di neet? Sono i giovani che non studiano, non lavorano e neanche cercano un lavoro. Sono oltre due milioni a quanto pare…e che fanno? Boh! si sono rassegnati. E dai social si lamentano perché nessuno sta costruendo un futuro per loro.

Caro Alex che ne sai tu. Tu che un futuro per te lo hai costruito più volte. Anche quando tutti ti invitavano a mollare. Tu che non hai mollato mai, hai sempre rilanciato e cambiato traiettoria.

Tu ci hai reso la vita difficile. Ogni volta che leggiamo la tua storia, ci sentiamo impotenti. Così comodi nella nostra comfort zone. Fermi nelle nostre (finte) sicurezze in attesa che passi il treno giusto. Tu fermo non ci sei stato mai, giusto per un breve pit-stop ma poi sei sempre ripartito. Senza aspettare treni.

Non sarà facile adesso per tanti sostenere che hai successo solo se qualcuno ti aiuta, se hai i giusti agganci, se hai la chiave giusta, se hai qualcuno di importante tra le conoscenze…

Oppure devi essere un genio, ma capita ad uno su mille.  E comunque devi fare valigia ed andar via e diventare un <cervello in fuga>. Non siamo mica tutti geni, come Steven Jobs. Non siamo mica Zanardi.

Caro Alex, ci hai fregato. Tu che hai iniziato con i kart per arrivare in formula 1. Tu che dopo 5 stagioni hai ricominciato tutto daccapo negli Stati Uniti in una formula minore, cos’hai trovato? Un incidente che ti ha portato via le gambe. Come hai fatto a non lasciarti andare? Come hai fatto a non dare a tutti la colpa di ciò che ti era successo e concentrarti invece a costruire la tua nuova vita? Dove hai trovato la forza?

Dopotutto era così facile sentirsi una vittima del destino. Avresti avuto il nostro appoggio, la nostra compassione. Eri all’apice del successo ma il destino ti ha portato giù. Da campione potevi diventare una vittima del destino avverso. E ci saremmo identificati in te. Saresti stato il nostro eroe. Il simbolo di chi voleva farcela ma il destino lo ha fermato.
“Vorrei ma non posso” questo è il motto di chi non cambia. E tu cosa vai a fare? Vuoi e decidi che allora puoi. Non ti arrendi, accetti il limite, ribalti il pensiero comune e…cambi. Cambi, e vinci.

Alex ma come fai a sorridere sempre e ad ogni curva ricominciare con ancora più determinazione di prima; come se a te gli ostacoli della vita ti dessero forza e felicità e ti facessero apprezzare ancora di più il valore dell’attimo?

Ma come fai a trovare la forza in ciò che sei e non in ciò che hai?
Mentre scrivo sto guardando, ammirata, una foto scattata in una delle tante gare che ti ha dato la medaglia d’oro, vedo i cordoli bianchi e rossi che accarezzavi con il tuo bolide a 300 all’ora in ogni curva del circuito. Come sei riuscito a rifarlo su quella sedia? Spingendoti con la forza delle sole mani. Come hai fatto a farlo sorridendo e dimostrando a tutti noi quanto ami la tua vita?

Perchè a 46 anni non si va alle Olimpiadi, se non le hai mai fatte prima. Tutti ti avevano sconsigliato di provarci. “Sei troppo vecchio, dove vuoi andare?” e poi “ti rideranno dietro” dicevano, ma tu no, il solito testardo, il solito guastafeste che vuole dimostrare che si può andare oltre i propri limiti, anzi oltre i limiti che gli altri ti impongono. Sei andato e hai vinto. E ci hai dato una grande lezione a tutti. Speriamo che adesso impariamo che è nella nostra volontà e nel nostro coraggio la nostra forza. Abbiamo bisogno di vederti ancora sorridere per capire quanta forza ed amore per la vita c’è in quel sorriso. Ed imparare. >>

Caro Alex abbiamo bisogno ancora delle tue lezioni .

Dedicato ad Alex Zanardi, aspettando che esca finalmente dai box e ritorni sulla pista della vita.

Da cigno nero a cigno bianco

L’economia post-covid ha bisogno di nuovi modelli. Lo shock accaduto con un evento mai successo nella nostra economia, ovvero la serrata di ogni attività per 70 giorni, è uno degli eventi che in sociologia economica viene definito “cigno nero”, che ha già modificato i paradigmi economici e forse stentiamo a comprendere quanto.

La teoria del cigno nero è un modello proposto da Nassim Nicholas Taleb per descrivere un evento non previsto, che ha effetti dirompenti. La teoria di Taleb vuole spiegare l’importanza di determinati eventi di grande impatto, difficili da prevedere e inattesi, che esulano da ciò che normalmente ci si attende e l’impossibilità di calcolare con metodi scientifici la probabilità di tali eventi rari e carichi di conseguenze. Ma anche le distorsioni psicologiche che impediscono alle persone (sia come individui sia come collettività), di cogliere l’incertezza e il ruolo enorme degli eventi rari nell’andamento della storia.

Il cigno nero indica il forte impatto di alcuni accadimenti imprevisti, caratterizzati da grande incertezza, che assumono un ruolo dominante nella storia, e della tendenza umana a trovare retrospettivamente spiegazioni semplicistiche in negazione all’impatto di questi eventi.

Accettare soluzioni semplicistiche ad avvenimenti rari ed imprevedibili, senza invece reinventare un nuovo presente, significa subire il cambiamento e non invece gestirlo.

La teoria del cigno nero, alla base dell’approccio di change management basata sull’antifragilità, punta a valorizzare non la resistenza allo shock ma la capacità di reagire trasformando i modelli di business e generando valore da un evento di straordinario impatto, che ha rotto i preesistenti equilibri.

Si tratta di arginare gli effetti negativi degli eventi “cigni neri”, sfruttandone anche la parte positiva, piuttosto che tentare di volerli minimizzare o negare. L’antifragilità significa ammettere “la caduta” e trovare una soluzione alternativa a ciò che facevamo prima. Insegna a trasformare in nuovo valore la crisi.

Secondo Taleb, la percezione di un tale evento dipende dall’osservatore. Ad esempio la visione di un evento di questo tipo per un tacchino non è sicuramente identica a quella che ne ha il suo macellaio. Gestire il cambiamento significa “evitare di essere il tacchino” scansando le aree di vulnerabilità per poter “trasformare i cigni neri in cigni bianchi“.

Lo abbiamo visto con lo smart working, in pochi giorni passato da modalità di innovazione non realizzata dalle aziende, benché normata, perché ritenuta non conveniente e soprattutto perché basata su valori che presuppongono un forse stravolgimento dei modelli aziendali, ovvero la fiducia ed il risultato, contrapposti al controllo ed alla presenza fisica sul luogo di lavoro (meglio se vigilata da sistemi di conferma presenza ed ore lavorate).

E stato così pure con l’e-commerce, ritenuto sinora patrimonio solo del grande commercio e perlopiù veicolato attraverso piattaforme internazionali (come amazon e booking) e che durante la fase 1 del covid ha conosciuto la diffusione su grande scala anche per piccoli negozi. E ha comportato anche un ripensamento dei modelli di produzione e vendita, implementando ad esempio nuove figure professionali come il personal shopper online ed il dropshopper.

Come per i servizi a domicilio, diventati pratica alternativa che ha permesso agli esercizi di ristorazione, ai negozi di commercio al dettaglio e di beni di uso quotidiano di restare sul mercato, riuscendo ad ammortizzare i costi fissi esosi e non comprimibili che permangono anche ad attività chiuse al pubblico.

Una mini rivoluzione ha riguardato il settore della ristorazione che si trova ad avere a che fare con modelli nuovi di consumo, che mescolano ristorazione in loco con la fornitura di pasti su richiesta nelle case, implementazione di servizi di catering giornaliero, adozione di menù digitali e di specifiche app personalizzate per aumentare la diffusione del mercato che prima contava solo sull’esercizio fisico e la sua accessibilità.

In alcune aziende é già entrato lo smart locker a sostituire il servizio mensa. Attraverso un’app al lavoratore é data la possibilità di ordinare la sera prima il suo pranzo, scegliendo da un menù digitale. Pranzo che gli sarà recapitato in ufficio, o a casa in casa di smartworking. Un “frigo intelligente” che permette di gestire la mensa personalizzando il servizio ed eliminando gli sprechi (e le incertezze dovute alla variabilità inserita dallo smartworking).

E tante altre sono le mini-rivoluzioni che stanno trasformando il mondo del lavoro. Innovando.

Perderemo tempo e risorse a cercare che il cigno nero diventi bianco. Impariamo invece a innovare. Impariamo a riconoscere il cigno nero. Accettiamo di cambiare.

Il potere della Gentilezza

La gentilezza è una <modalità>, che può orientare il cambiamento.

Essere gentili non è sempre il percorso più agile perché la nostra mente presta attenzione soprattutto alle cattive notizie e quando siamo sommersi da stimoli negativi, si tende ad innestare la “marcia della resilienza”, che è una marcia che trascura il valore della gentilezza a favore di una prospettiva che cerca di riportare “con ogni sforzo” allo status quo perso.

La prospettiva dell’antifragilità è invece diversa perché presta attenzione a ciò che va cambiato, che va costruito, non a ciò che si è perduto. La prospettiva antifragile costruisce la consapevolezza che “è finito un ciclo e bisogna costruirne un altro”. Accettare,consapevolmente, il chiudersi di un ciclo e il nascere di un altro, spinge a puntare (anche) sulla strategia della gentilezza. Come leva di cambiamento generativo.

La gentilezza è attivata dall’empatia cognitiva; il che significa non solo capire le emozioni degli altri, ma anche vedere la realtà come la vedono gli altri, prestare attenzione ai dettagli, ascoltare le ragioni dell’altro. Senza rimanere radicati pervicacemente nelle proprie (resistendo, per l’appunto).

La gentilezza consapevole, quella cioè messa in atto non per indole ma per scelta, é un pungolo al cambiamento.

«Per uscire dalle crisi bisogna cominciare a vedere il mondo con gli occhi degli altri», ha detto Barack Obama. Vedere il mondo non solo dalla propria (ferma) prospettiva, ma in movimento, attraverso gli occhi (e le idee) degli altri.

Il paradigma del cambiamento può trovare un alleato straordinario nella gentilezza, nella positività, nell’altruismo, nel pensare “al plurale”.

Per essere gentili bisogna essere “connessi”. L’agire gentile richiede consapevolezza ed attenzione, per tornare a notare e apprezzare le piccole cose. Perché son quelle che contribuiscono a dar senso e probabilmente risposte alle mille eterne domande dell’animo umano. Insomma, una nuova forma di linguaggio, una coraggiosa cultura, che mette in campo il vero cambiamento.

Ma richiede anche gratitudine: perché se non sappiamo riconoscere le cose e apprezzarle non sapremo imparare da esse.

Anche nel lavoro, perché permette lo sviluppo di leadership generative che mettono in circolo valore e talenti. In economia comportamentale, la gentilezza è una “strategia” per la gestione dei conflitti e delle negoziazioni.

Ma è anche la caratteristica della leadership generativa. Che trae la sua forza da un pensiero collettivo e sa armonizzare i contrasti di opinione con competenza e metodo.

Serve allenamento, per imparare la gentilezza. Per far sì che la gentilezza sia autentica e generativa, e non mera esternazione senza valore.

La gentilezza infatti non è affabilità vuota, sorriso a 32 denti, pindarico esercizio di affabulazione lessicale. La gentilezza per essere autentica e vincente necessita di una corretta consapevolezza di sé, necessita della competenza necessaria a corroborare l’autostima e la capacità autentica di leadership generativa.

«Se ti viene data la possibilità di scegliere se avere ragione o essere gentile, meglio essere gentile» (Wayne Dyer)

Il Turismo é cambiato

Il turismo pre-Covid non esiste più. E questo deve essere il punto di partenza per qualsiasi politica per sostenere e far ripartire il settore. Serve ammortizzare il presente (con incentivi fiscali, contributi a fondo perduto, ed investimenti nella comunicazione e nella gestione), anche considerando la tempistica del ciclo turistico (che impedisce una ripartenza immediata), ma serve da subito ripensare il futuro.

Il mercato sta cambiando e continuerà a cambiare. La fase del rilancio dovrà allora essere orientata a minimizzare gli effetti negativi sul settore turistico, generando fiducia nel settore turistico locale e rafforzando l’immagine della destinazione come sicura e competitiva secondo i nuovi standard.
Servirà ripensare le nostre destinazioni non soltanto in chiave di marketing e promozione (agendo con adeguate politiche di comunicazione), ma anche e soprattutto riorganizzando in ottica competitiva la destinazione.

Il blocco dovuto all’emergenza pandemica ha rappresentato infatti per il settore Turismo uno shock asimmetrico, che necessariamente deve portare al cambiamento dei modelli di business. Sarebbe quindi un errore “resistere” attutendo gli effetti dello stop senza intervenire a monte per gestire la trasformazione inevitabile.
Al pari di quanto è successo per la crisi finanziaria del 2008 che portò alla nascita della sharing economy e al consolidarsi di nuovi operatori turistici con modelli di prodotto e di business prima inesistenti (come Booking, Uber o AirBnB) e che sono in breve diventati pilastri dell’economia turistica, sarà necessario lavorare al modello di economia turistica non per riportarlo alla situazione ante shock (cosa impossibile) ma per ripensarlo in funzione del cambiamento intervenuto.

Alcune delle tendenze in atto nella domanda turistica sono già chiaramente emerse:
– la trasformazione del turismo di massa: che porta a ripensare il modello di business e il modello organizzativo e di business degli operatori (tour operator, agenzie di viaggi, catene alberghiere, operatori low cost);
la crescita dello slow tourism: ovvero la domanda di destinazioni turistiche non affollate e quindi la necessità di adeguate offerte personalizzate atte a soddisfare la crescente ricerca di benessere e di sicurezza; cresce la domanda di destinazioni esterne alle traiettorie turistiche consolidate dove la bassa densità abitativa e la ridotta pressione antropica stagionale garantiscono un turismo più sicuro e agevole rispetto ai rischi di contagio (ad es. le aree interne, i borghi ed i parchi naturali, che pur presentando risorse ambientali, culturali e paesaggistiche di pregio, sono escluse dai circuiti turistici di massa a causa della scarsa infrastrutturazione, accessibilità e potenziale ricettività e, soprattutto, per l’assenza di una domanda già matura), permettendo anche un prolungamento del tempo medio di vacanza;
– la scelta della vacanza diventa sempre più digitale, con l’affermarsi di digital market place di incrocio sempre meno intermediato domanda-offerta: servirà quindi ripensare come al punto 1, l’evoluzione dei vari segmenti della filiera. Ma anche attrezzare la destinazione con quei servizi digitali quali il cashless;
– l’accelerazione del trend di domanda sul turismo del Ben-Essere a 360 gradi, che richiede la ricostruzione della destinazione attorno ad una filiera composta, che vada dal “viaggio” (lo spostamento inteso non più come meta per raggiungere la destinazione, ma esso stesso offerta turistica) al prodotto  enogastronomico, all’unicità di prodotti identitari;
– la valorizzazione del profilo esperienziale della vacanza, con conseguente maggiore attenzione alla prestazione di servizi, alla qualità ed alla reputazione dei luoghi, ma anche alla personalizzazione “taylor made” del viaggio;
– l’affermarsi della “smartholiday”, ovvero di un turismo basato su vacanze più brevi ma più spesso nell’anno, di attività turistiche “di prossimità” che richiedono una maggiore attenzione alle destinazioni penalizzate dai costi di trasporto, ma che possono “difendersi” organizzando il fenomeno della “home work holiday” ovvero la richiesta di luoghi più confortevoli (ad esempio al mare) ove sia possibile lavorare qualche ora al giorno durante la vacanza, usufrendo di location e commodity turistiche adeguate ad alternare lavoro e vacanza per tutta la famiglia.

Servirà investire su nuove competenze professionali per preparare il cambiamento. La piattaforme digitali territoriali possono rappresentare un valido supporto alla promozione dei nuovi circuiti turistici, fornendo in maniera integrata informazioni sull’offerta territoriale, alimentando e supportando le attività degli operatori economici, sociali e culturali locali, valorizzando risorse e competenze territoriali attraverso la loro messa a sistema. I nuovi modelli tecnologici applicati ai territori possono costituire un efficace strumento per creare o consolidare reti territoriali di stakeholder locali e offrire opportunità di inclusione in nuovi network nazionali ed internazionali.

Va posta la dovuta attenzione anche ad un dato che emerge: oggi le città d’arte, pur nella loro competitività mondiale, sono quelle che più stanno soffrendo gli effetti della crisi: occorrerà quindi ripensare il turismo delle città della cultura senza insistere a tornare ad uno status quo che ha subito le trasformazioni derivate dallo shock intervenuto. Devono dunque essere parte integrata del tessuto cittadino, essendo leva di sviluppo sociale, e non solo mere attrazioni turistiche. Il rischio è creare bellissimi non-luoghi, sbilanciandone l’intera offerta di servizi e piegando l’intera struttura organizzativa verso la sola gestione dei singoli contenitori culturali , prima ancora che verso una più stabile e sostenibile accessibilità.

Il turismo muove il 12/14% del PIL nazionale, e che l’80% del turismo è oggi turismo culturale, che impatta fortemente sulla crescita personale e sulla qualità della vita, ed attiva sistemi economici che attraggono investimenti e capitali. Le principali capitali economiche d’Europa sono quelle città che hanno anche la più alta incidenza di contenitori culturali (musei, teatri, biblioteche, università). Non investire in turismo e cultura in maniera coordinata, significa perdere questa occasione, rinunciando ad enormi quote di mercato per la crescita soprattutto locale. Parimenti è dannoso tentare di riproporre il mero sfruttamento culturale della città, ripristinando dinamiche, modalità e volumi turistici ante Covid.

Abbiamo davanti una sfida tutt’altro che facile.
Serve padroneggiare il cambiamento facendolo diventare un valore aggiunto in tutti i campi, anche quello turistico, per costruire nuovi trend turistici, nuove tratte, nuove destinazioni, nuove strategie.
Allora che non si spechi l’occasione, che non si rinunci pigramente a ingegnarsi, crogiolandoci in ciò che è stato, ma si lavori sa subito per trasformare la crisi in opportunità di ricostruire un turismo più sostenibile anche per le comunità locali ma che al contempo sia leva per l’attrazione di investimenti. Mettiamo in campo una più collettiva capacità progettuale, che serva a superare rapidamente l’emergenza, ma soprattutto a ridisegnare l’idea stessa di territorio che vogliamo iniziare a costruire oggi per i decenni a venire.

Si lavori allora a creare una consapevolezza basata su un principio di sana appartenenza e responsabilità dei luoghi, da trasmettere anche ai futuri visitatori. Lavorando ad una più ampia riforma economica del turismo, che nasca dal necessario cambiamento di alcuni paradigmi. Che passa dall’accoglienza attiva, non dall’intercettazione passiva; che si sviluppi sulle narrazioni, le voci dei territori, per trasmettere la singolarità dei luoghi e le diversità territoriali che rendono unica la destinazione; che esprima i bisogni e valori essenziali di chi di quel territorio ne è rappresentanza e parte integrante, per rafforzare il sentimento di appartenenza e di radicamento; e che si impegni a ricucire le relazioni tra società e territorio. Per un nuovo turismo.

Lavoro agile significa fiducia

La parola SmartWorking è entrata nel linguaggio quotidiano, come nuova ‘pratica di lavoro’ realizzata da remoto. Ma è davvero questo lo smartworking ?

Quello sperimentato sinora è stato telelavoro o lavoro reso a distanza. Più corretto sarebbe chiamarlo, se proprio vogliamo usare un termine inglese, homeworking. È mancata infatti la fase <smart>, quella che impatta sul paradigma organizzativo alla base del nuovo modello di lavoro, che implica soprattutto un cambiamento delle relazioni tra le parti di lavoro.

Lo SmartWorking, lo dice la parola significa “lavoro intelligente”, ovvero ”una nuova condotta manageriale fondata sulla restituzione alle persone di flessibilità e autonomia nella scelta degli spazi, degli orari e degli strumenti da utilizzare a fronte di una maggiore responsabilizzazione sui risultati”.

È quindi un modello organizzativo che interviene nel rapporto tra individuo e azienda, restituendo autonomia nelle modalità di lavoro a fronte del raggiungimento dei risultati e presuppone il ripensamento “intelligente” delle modalità con cui si svolgono le attività lavorative anche all’interno degli spazi aziendali, rimuovendo vincoli e modelli inadeguati legati a concetti di postazione fissa del luogo di lavoro che poco attiene ai principi di personalizzazione, flessibilità e virtualità.

Non é stato quindi Smartworking ma remotizzazione del lavoro, l’organizzazione del lavoro sperimentata da moltissime aziende che durante il lockdown hanno organizzato il lavoro dei collaboratori prevedendo fasce fisse in cui il terminale di lavoro doveva risultare operativo (a prescindere dal carico di lavoro smaltito e dagli obiettivi di avanzamento lavoro raggiunti).

Per sapere se state applicando modalità di lavoro <smart>, calatevi nella situazione di seguito descritta: <Affidate ad un vostro collaboratore un compito. Lui lo conclude in anticipo sui tempi e con la qualità attesa e vi manda alle 8 una mail con allegati tutti i documenti richiesti ed ogni specifica da cui si evince l’alta performance del lavoro svolto. Se chiamate alle 9 per complimentarvi per il lavoro svolto e non ricevete risposta immediata, ma vi richiama lui un’ora dopo dicendovi che terminato il lavoro in anticipo rispetto la scadenza concordata, era andato a fare sport, e che adesso è di nuovo al lavoro, che reazione quest’asserzione produce in voi?>. Date più importanza al risultato o alla presenza fisica sul posto di lavoro?

Se l’assenza del controllo sul lavoratore che non risponde subito alla vostra chiamata in quello che voi ‘ tradizionalmente’ considerate ‘tempo di lavoro’ siete in una situazione di homeworking, dove il lavoro è ancora pratica non-agile e non-intelligente ma legata meccanismi di controllo temporale.

In tal caso il cambiamento deve riguardare la pratica manageriale e le relazioni di lavoro più che il modello di lavoro.
Lo SmartWorking prevede infatti il cambiamento del paradigma di lavoro dal <controllo> alla <fiducia>, dallo spazio temporale ai risultati, dal carico di lavoro ai risultati conseguiti.

Il cambio culturale riguarda la centratura sulla <persona> e sul concetto di fiducia lavorativa, l’investimento sulla relazione di lavoro. Per realizzare vantaggio e crescita di performance dallo SmartWorking bisogna essere disposti a passare dal <comprare il tempo> dei propri collaboratori a <remunerarne le performance>, diventando il luogo e lo spazio temporale nel quale vengono prodotte irrilevanti.

Un’organizzazione del lavoro rigida, fondata sul controllo, incide negativamente sulle prestazioni lavorative ma anche sulla crescita del capitale umano che è capitale dell’azienda.

Cambiare cultura organizzativa, spostando l’asse sulla fiducia ed investendo nel talento, conviene. Ma per farlo serve flessibilità nel lavoro, ma anche dell’organizzazione di lavoro.

Perché il lavoro sia smart, serve soprattutto una nuova cultura del lavoro, fondata sul risultato.

È una questione di sensi

La via del cambiamento è un percorso che richiede l’attivazione dei cinque sensi. Ma non solo.

Non basta vedere, udire, toccare, annusare, per dire che si stanno pienamente usando i 5 sensi. Serve attivare l’intelligenza emotiva per attivare veramente i nostri 5 sensi.

Il primo senso: la vista. Non basta vedere, ma dobbiamo imparare a guardare le cose non soltanto dalla prospettiva da cui li abbiamo guardate sinora, ma da nuove prospettive. Cogliendo il dettaglio imperfetto, la crepa da cui emerge l’istanza di cambiamento, la fragilità dentro le cose, la luce che ci guida verso un nuovo scenario. Rallentiamo allora per osservare con maggiore attenzione quello che abbiamo intorno. Grazie a questo potremo cogliere finalmente quelle che sembrano piccole cose ma che, in realtà, nascondono significati e insegnamenti preziosi e fondamentali. Impariamo a guardare e a ri-guardare, vista e cura delle cose, delle persone, dei momenti. Del nostro personale momento.

Il senso del tatto serve per sentire il momento e sperimentare il cambiamento. Con il tatto sentiamo il liscio e il ruvido delle cose, il freddo e il caldo, il soffice e il duro ma anche gli spintoni, gli urti, le carezze, gli abbracci; sentiamo le cadute, gli appigli a cui legarci per rialzarci. Attraverso il tatto impariamo a scoprire e a riconoscere il ruolo che hanno gli oggetti, le persone, le relazioni, le attività nel nostro quotidiano. Ed impariamo a costruire il nostro “bagaglio leggero” (https://cleolicalzi.it/2020/08/07/bagaglio-leggero/).

L’udito, uno dei sensi che meno viene correttamente usato. L’udito non serve soltanto ‘per sentire’, deve servire invece per <ascoltare> le vibrazioni di chi ci parla. Serve per riuscire a sentire <i suoni> degli altri. ed attivare con gli altri quelle connessioni che non passano solo dalle parole, e men che mai dal ‘rumore’ che spesso c’è dentro le conversazioni.

L’orecchio è abituato a sentire un susseguirsi e un mescolarsi di rumori, suoni, voci, ma non sempre è abile nel distinguere le diverse percezioni ed utilizzarle come fonti di informazioni.

Impariamo allora a stare in ascolto attivo. A cogliere nel silenzio la nota del cambiamento e costruire intorno ad essa l’armonia della trasformazione.

Impariamo a leggere il labiale, a cogliere nel paraverbale tutte le forme del dialogo. Impariamo che la conversazione non è fatta di parole ma è soprattutto fatta di ascolto attivo. (https://cleolicalzi.it/2022/02/02/fare-conversazione/)

Per ascoltare, per cogliere i suoni e discriminarli ci deve una condizione essenziale: il silenzio interiore. Impariamo allora a sentire il suono del silenzio e cogliervi dentro le istanze di cambiamento. Esattamente come nella musica. Come nel brano 4’33” di Cage, in cui il silenzio dirige una sinfonia di significati (https://cleolicalzi.it/2020/08/10/433/).

Il quarto senso, l’olfatto, serve per riconoscere le mutazioni dell’ambiente intorno a noi. Osservare la natura e l’ ambiente che ci circonda, per scoprire come le stagioni mutano il paesaggio e le abitudini delle persone. La propensione al cambiamento è correlata alle trasformazioni legate al succedersi delle stagioni (https://cleolicalzi.it/2021/02/25/le-stagioni-del-cambiamento/). Ed è proprio l’olfatto il primo ad accorgersi che nell’aria é cambiato qualcosa.

Il quinto senso, il gusto, ci aiuta ad ‘assaporare’ il sapore della trasformazione. Esistono studi sull’impatto delle mutazioni ormonali e di gusto in persone impegnate in processi di riattivazione legati ai cambiamenti avviati. Il cambiamento dà un gusto diverso alle cose.

Nessuno di questi sensi funziona quindi veramente se non ci facciamo guidare dall’intelligenza emotiva.

C’è infine un sesto senso, essenziale per generare cambiamento e crescita. E per trasformare i cinque sensi da percettori a leve di cambiamento, ed è la consapevolezza. La consapevolezza ci insegna infatti a <stare dentro> il cambiamento. Con-sapere, conoscere qualcosa perché si è dentro. Nel cambiamento bisogna starci dentro. Serve stare dentro le cose, per trasformare un limite in un cambiamento.

Per generare cambiamento bisogna avere bene attivi i cinque sensi e soprattutto bisogna avere sviluppato il sesto senso: la consapevolezza.

Il mare di settembre

Il mare di settembre parla di cambiamento.
È un mare che sussurra pensieri nuovi. Che sembra portare con sè i detriti del mare di agosto e invece ha già mutato colori e la sua acqua adesso è cristallina.
È un mare che ha aspettato, paziente, lasciando che facessero il loro tempo le mareggiate invernali, i primi bagni di giugno, le risacche di luglio e la folla di agosto.
Lambisce la riva in un abbraccio silenzioso, riportando al largo i detriti lasciati dalla stagione trascorsa.
Il mare di settembre ha riflessi luminosi che rivelano il colore dei fondali. Gli stessi fondali che appena qualche giorno prima, nella confusione di agosto, non vedevamo.
La sua risacca ha un suono leggero come quelle nenie che ti cullano i pensieri senza la pretesa di cambiarli.
È un mare che dà fiducia e suggerisce l’azione generativa tipica del cambiamento.
Il mare di settembre ci insegna il valore dell’antifragilità. Ci aiuta a farci domande ed entrare dentro i nostri pensieri. Ci fa sentire il rumore del mare dentro la conchiglia.
E’ un mare colto nei suoi colori autentici, che profuma di verità. Che ha spazzato le effimere illusioni dell’estate quando insieme ai vestiti alleggeriamo i pensieri e preferiamo bruciarci al sole ed esporci nelle peggiori ore, invece che accettare il passare delle stagioni e cambiare le nostre abitudini. Il mare di settembre non brucia, ma regala la brezza che invita a mollare gli ormeggi e lasciare il porto.
Il mare di settembre è infondo come le cose autentiche di cui ci accorgiamo solo dopo che ci siamo bagnati in mari di effimere illusioni o rischiato di affogare in onde confuse. Nei tanti mari affollati d’estate in cui abbiamo invano cercato il cambiamento, senza esserne consapevoli.
Il cambiamento non appartiene all’estate delle cose. E quando arriva, cioè quando cambiano le stagioni, te ne accorgi. Perché ha già iniziato a scaldarti i pensieri. A prepararti ad una nuova stagione.

Maratoneti

La maratona è metafora del cambiamento.
Osservando le regole della maratona possiamo trarre importanti spunti per guidare il cambiamento.
La maratona infatti insegna a camminare verso una meta vivendo ogni fase del percorso con impegno e con la giusta andatura.

Un percorso di resilienza che non sarà facile concludere, se ogni fase non viene vissuta adeguatamente e sapendo di dovere dosare le proprie risorse per affrontare tutto il percorso senza mai perdere l’equilibrio.

Imparando a gestire le fasi nel tempo, senza sprint iniziali che poi tolgono le energie necessarie per affrontare le ultime fasi .

Lo sanno bene i maratoneti. Sanno che allungare il passo all’inizio, mostrando baldanza e sicurezza non permette di arrivare al traguardo.

Il cambiamento ha i suoi tempi, esattamente come la maratona.

Il tragitto avrà cicli differenti, a volte in salita a volte in discesa, ma sempre si dovrà tenere l’andatura che più si adatta a sè stessi per non andare in debito di ossigeno o per risentirne con strappi muscolari.

La Maratona insegna che non importa la corsa degli altri: ciò che conta è il proprio percorso. Insegna che dopo una caduta conta rialzarsi e riprendere il cammino, non conta mai se nella caduta si sono persi attimi di camminata, c’è sempre un tempo per recuperare.

La maratona non è arroganza, è coraggio. Non è forza, è consapevolezza.
Non è una corsa nella vita ma un percorso. Non è arrivare primi ma è arrivare alla meta. Scegliere una meta e costruire il percorso per raggiungerla, costruendo con consapevolezza gli strumenti necessari.

La maratona è uno sport che richiede pazienza, serve avere il senso dell’attesa. E serve sapere affrontare il tragitto tra una sponda all’altra con il coraggio di chi le corse le corre sulle proprie gambe.
La maratona è un esercizio di vita che guarda avanti. Che non necessita di una divisa né di strumenti ma solo di coraggio, forza e determinazione. Di voglia di andare oltre. Esattamente come nel cambiamento.

L’incastro giusto

Per cambiare bisogna innanzitutto <scegliere> di cambiare.

Il primo passo e il più difficile per cambiare è cambiare prospettiva. Cambiare l’idea che abbiamo del cambiamento.

Iniziamo a scegliere di cambiare le parole. Il cambiamento è interpretato troppo spesso come un <via da> e non come un <verso cosa>. Chi è coinvolto nel processo di trasformazione ha ben chiaro da cosa deve staccarsi ma non cosa acquisisce. Il cambiamento è visto come rinuncia a qualcosa di noto per muoversi verso l’incertezza. Al cambiamento viene associata l’idea del rischio. Ci si domanda: Ne vale la pena? Quanto mi costa cambiare? Posso rimandarlo? E così il momento del cambiamento viene rinviato, sino magari a realizzarlo quando non genera più valore. Quando non è più una scelta di cambiamento ma è diventato adattamento alla situazione.

Importante è scegliere il momento. Il cambiamento per avvenire ha bisogno di svolgersi nel giusto tempo. Né troppo presto, ma nemmeno rimandato perdendo di significato. Può succedere per un evento improvviso, radicale e totalizzante, per una vera e propria crisi. In questa prospettiva il cambiamento non è una scelta ma un rimedio e perde il suo significato ma soprattutto il suo valore. Biosgna quindi imparare a scegliere i tempi del cambiamento.

Altrettanto importanti sono le motivazioni del cambiamento. Erroneamente per qualcuno il cambiamento è inteso come segno di fallimento: si deve cambiare perché, prima, si è sbagliato tutto (questa è la convinzione erronea che si radicalizza nella mente di chi è coinvolto nel processo di trasformazione). Perciò non si cambia e ciò al solo scopo di non dovere ammettere il fallimento. E’ un errore di prospettiva: invece di guardare l’orizzonte della trasformazione, il pensiero resta ancorato alla difesa dello status quo. Il cambiamento deve invece essere <scelto> e vissuto come un successo, la capacità di trasformarsi per generare valore. La motivazione giusta nasce quando affrontiamo il cambiamento con consapevolezza. Quando siamo presenti nel cambiamento.

Bisogna imparare a gestire la combinazione tra le proprie scelte e il volere giustificare le proprie azioni adottate sino al momento del cambiamento. Vincere la resistenza al cambiamento e accettare la sfida.

Il cambiamento ha un inizio e una fine: è un percorso e chi lo compie è come il viandante, che attraversa il deserto ma lo fa ben consapevole sia del luogo di partenza che di quello di arrivo. Che ha le scorte giuste per far fronte alle avversità e ai bisogni che emergeranno lungo il cammino. E soprattutto ha una meta.

Il cambiamento è come un mosaico, che si completa tassello dopo tassello.

Un puzzle fatto di pezzi da incastrare. Senza forzarne i bordi. Ma costruendo gli incastri giusti per arrivare a comporre la figura.

E come tutti i puzzle, il cambiamento inizia quando troviamo l’incastro giusto. Autentico. Poi da lì, la figura si completa agilmente, tassello dopo tassello.

Costruttori o giardinieri?

“Ogni essere umano, nel corso della propria esistenza, può adottare due atteggiamenti: costruire o piantare. I costruttori possono passare anni impegnati nel loro compito, ma presto o tardi concludono quello che stavano facendo. Allora si fermano, e restano lì, limitati dalle loro stesse pareti. Quando la costruzione è finita, la vita perde di significato.

Quelli che piantano soffrono con le tempeste e le stagioni, raramente riposano. Ma, al contrario di un edificio, un giardino non cessa mai di crescere. Esso richiede l’attenzione del giardiniere, ma, nello stesso tempo, gli permette di vivere come in una grande avventura.” P.Coelho, Brida

Il costruttore ha un progetto, ben chiaro, di cui studia tutte le variabili. E si impegna così tanto nel definire il progetto, che resta ingabbiato nella sua definizione senza avere la capacità di adattarsi all’imprevisto.

Persegue un obiettivo e si dilunga per anni nei suoi compiti, stando ben attento a proteggere la sua idea. Ma arriva il giorno in cui termina la sua opera, e il costruttore si ritrova in uno spazio delimitato dalle mura che ha eretto, ne mira la perfezione e da quel momento si chiude tra le mura della sua costruzione e così resta prigioniero della sua stessa opera.

Il Costruttore lavora al suo progetto, ma non appena si avvicina alla conclusione, pur intravedendo l’inizio di un nuovo progetto, resta ancorato al “fine cantiere” della sua costruzione non riuscendo a goderne.

Il Giardiniere invece vive nel presente ed il suo progetto è realizzare la vita. Affrontando salite e discese. Soffrendo per le tempeste e le stagioni, e per tutte le imprevedibili interruzioni al suo cammino.

Ma al contrario di un edificio, il giardino non smette mai di crescere. Esso richiede l’attenzione continua del giardiniere, ma nello stesso tempo, gli permette di realizzare il suo cambiamento.

Il Giardiniere sa di non avere il controllo assoluto del giardino ma sa che i frutti che genererà il suo giardino dipenderanno dall’attenzione che metterà nella cura ma anche dalla flessibilità con cui accetterà l’imprevedibilità delle stagioni.

Il Giardiniere si mette in ascolto attivo del suo progetto, pronto a generare cambiamento se la stagione lo richiede.

Il cambiamento necessita di pazienti giardinieri, che si pongano nei confronti della vita con l’atteggiamento di chi semina e sa che dovrà prendersi cura della crescita della sua semina ed affrontare le tempeste e i capricci delle stagioni.

E’ nella perseveranza, l’accadere delle cose.

L’avventura della crescita passa attraverso scoprire lo svolgersi delle cose, nel realizzare l’incontro con l’altro, nel sentirsi responsabilmente creatori delle cose e non semplici spettatori, nel piantare i semi del vivere insieme, nella conoscenza profonda e partecipativa alla vita.

Con gratitudine

Non esiste altro modo per festeggiare il proprio compleanno che esprimere gratitudine per la VITA.

Mi appartiene pienamente. Ha i miei colori, la mia andatura, i miei pensieri. E’ costellata di amici, di affetti autentici di compagni di viaggio con cui condivido progetti di futuro.

Cosa posso volere di piu ?

Ripenso a quest’anno e penso che ho avuto il privilegio di vivere intensamente ogni mio giorno, magari sbagliandone qualcuno, ma sempre ricercando autenticità in ogni mia azione.

Anche quest’anno ho prestato attenzione a parole nuove che hanno cambiato il senso alla mia direzione e le ho fatte diventare il mio vento. 

Ho cancellato momenti che non appartenevano più alla mia vita. E fatto spazio a nuove occasioni. 

Ho ripreso fili che credevo interrotti e che sono invece essenza di me. 

Ho intrapreso percorsi nuovi, e per me un tempo inimmaginabili perché non accettavo il cambiamento. Ed ho fatto spazio ad emozioni nuove e nuovi progetti. 

Ho creduto in progetti nuovi e ho messo su con pazienza le pietre, una sopra l’altra. Non mi sono arresa quando ne ho visto cadere qualcuna, ed ho ripreso la mia costruzione con ancora più dedizione e cura.

Ho trovato nel mio cammino tante persone con i miei stessi valori che mi hanno aiutato a invertire il senso di marcia alla mia corsa, abbassando lo sguardo con quell’umile sicurezza che riesce a convincerti come mille discorsi non avrebbero mai potuto.

Ho incrociato occhi in cui ho letto la Vita. Ed ho avuto voglia di illuminare i miei occhi del riflesso di queste luci. 

Mi sono persa tante volte in un sorriso, uno sguardo, un modo di stringere le mani, in tutto ciò che trasmette attenzione e che riscalda ed illumina ogni attimo rendendolo a suo modo unico. 

Ho trovato calore nelle parole e nei gesti di persone speciali. Nelle loro attenzioni alle parti più preziose di me. 

Ho cercato di passare il mio tempo con chi ha avuto cura di me. E non sempre ci sono riuscita. Ma sono stata autentica. Ho scambiato con gli altri Tempo ed Attenzione. E c’ho messo cura nel farlo. 

Sono stata felice di ritrovare nella mia strada ancora compagni di viaggio che hanno reso il viaggio una continua scoperta. Ho conosciuto Persone mi hanno fatto scoprire nuovi sentieri e ritrovato Persone con le quali il sentiero è un cammino di perenne crescita. 

Ho trovato sempre accanto Persone che mi sono complici nella vita e che si occupano di me come meglio io non saprei fare, aiutandomi a conquistare i miei territori.

Ho riempito una nuova lavagna di progetti. Guardando sempre al futuro e pensando sempre al plurale.

Ho vissuto la sorpresa di vedere realizzate cose che credevo non si sarebbero mai compiute. E così ho ripreso a credere che tutto sia possibile, ma che c’è un Tempo per ogni cosa. Ed ho imparato ad aspettarlo quel Tempo.

Ho vissuto la meraviglia nell’attesa. Credendo nell’attesa. Perché se attendi, vuol dire che Qualcosa ti ha toccato. E non c’e cosa più in bella che farsi toccare dalle cose

Ho imparato che sono ancora tante le cose che vorrei vivere e vorrei sentirne il gusto di ognuna a suo tempo e nel suo modo.

Per questo festeggio con gratitudine un altro anno del mio meraviglioso puzzle. Certa che il meglio lo devo ancora realizzare.

Bisogna sempre osare di essere felici

Tempo circolare

<Il tempo è un’emozione ed è una grandezza bidimensionale, nel senso che puoi viverlo in lunghezza o in larghezza. Se lo vivi in lunghezza, in modo monotono e sempre uguale, dopo 60 avrai 60 anni. Se invece lo vivi in larghezza, con alti e bassi, innamorandoti e magari facendo pure qualche sciocchezza, magari dopo 60 anni avrai solo 30 anni. Il problema è che gli uomini studiano come allungare la vita, quando invece dovrebbero studiare come allargarla.> L. De Crescenzo

Siamo abituati ad un tempo che scorre linearmente e inesorabilmente in avanti. In lunghezza, come dice De Crescenzo.

Il cambiamento scardina il concetto di tempo lineare a cui siamo abituati e crea spazio per una nuova percezione del tempo. Più ampia. Di qualità.

Il tempo del cambiamento è infatti un tempo circolare. Il cambiamento considera l’opportunità di aprire e chiudere cicli, apprendere e riapprendere, ripartire dopo una chiusura, formare nuove consapevolezze, ristabilire nuovi equilibri che generino nuove azioni.

Il cambiamento allarga l’orizzonte del tempo. Apre nuove prospettive, Sapere leggere il tempo in chiave circolare significa muoversi in uno spazio sferico e senza spigoli e non lungo una linea retta. Significa darsi l’opportunità di allargare il proprio tempo.

Il cambiamento allena ad incontrare e imparare a vivere un tempo rallentato, di pausa, necessario a cambiare prospettiva per ampliare il valore del nostro presente.

Imparare a riconoscere che il tempo rallenta nei momenti intensi, ritorni nelle sorprese, si fermi nella noia, scorra monotono e implacabile quando siamo bloccati nelle nostre decisioni di cambiamento.

Nel lavoro ad esempio, l’orario di lavoro è qualcosa che ci inchioda irrimediabilmente al tempo lineare: ripetitivo, uguale ogni giorno dopo l’altro. Andare nello stesso ufficio, alla stessa ora, tutti i giorni, non è una scelta, è una convenzione, un prodotto culturale di modelli organizzativi sbagliati basati sul controllo spazio-temporale anziché sulla fiducia e sui risultati. E questa modalità non performante di lavoro ci incatena allo scorrere implacabile del tempo lineare. Ogni giornata un piccolo mattone di tempo, sempre uguale, che giorno dopo giorno lastrica il sentiero della nostra vita. Diverso sarebbe se potessimo lavorare scegliendo un tempo circolare, che ci permetta di incastrare, in armonia, lavoro e vita personale.

Esiste un tempo esterno e un tempo interno. Il tempo esterno è Kronos, ed è quello degli orologi, dei calendari, ed è uguale per tutti. Il tempo interno, invece, è Kairos ed é ciò che decidiamo di fare del nostro tempo. Ovvero quello che <scegliamo> di fare con la variabile tempo.

Il cambiamento ci dice una cosa semplice e potente : usa il tuo tempo in modo diverso. Scegli tu cosa farne, come frammentarlo in spazi di produttività, come renderlo circolare in funzione delle attività che richiedono priorità (magari perché ne mettono in circolo altre).

Lavorare in modo agile, secondo un tempo circolare, significa mettere in equilibrio tempo interno e tempo esterno, scoprire il ritmo più favorevole a creare azioni generative, significa mettere sé stessi al centro della giornata lavorativa, “guidando” il proprio tempo e coordinandolo con quello degli altri, senza subire le imposizioni di un tempo unico lineare.

Significa armonizzare il tempo esterno con il tempo interno, allungando gli orizzonti temporali e dandosi la possibilità di godersi un tempo diverso di lavoro e di vita.

Significa fare spazio a nuove connessioni che generino valore.

Barra dritta

Tra vent’anni sarai più infastidito dalle cose che non hai fatto che da quelle che hai fatto. Perciò molla gli ormeggi, esci dal porto sicuro e lascia che il vento gonfi le tue vele. Esplora. Sogna. Scopri.
Mark Twain

Il cambiamento che non lasciamo realizzare diventa un’ombra che ci accompagna. Un pensiero che tornerà a rincorrerci ogni volta – ed è inevitabile che succeda – ci troveremo a fare il bilancio di un periodo.

La non scelta diventa la bonaccia che ci terrà ormeggiati in porto. La non scelta ci porta a privarci di fare nuove esperienze, vivere nuovi percorsi, attraversare nuove strade.

La barca che lasciamo ormeggiata in rada perché ci fermiamo a studiare così a lungo la mappa, dettaglio per dettaglio, tracciando ogni possibile imprevisto, ogni ostacolo che potrebbe farci desistere dal mollare l’ormeggio, ogni cambio di vento, tanto da rimandare la partenza.
L’autosabotaggio é una lunghissima lista di “e se…” che scriviamo per opporci al cambiamento.
Lasciamo allora che il vento gonfi le vele. Permettiamo il ‘lusso’ di cambiare traiettoria. Scoprendo un tragitto inedito, pieno di inevitabili incognite. E scopriremo che forse la principale incognita eravamo proprio noi, che non riuscivamo ad esprimere la nostra autenticità e preferivamo rimanere in rada.

Cambiare é tenere la barra dritta e sguardo verso l’orizzonte. E vele pronte per accogliere il vento giusto.

Ed allora molliamo gli ormeggi: i nostri limiti. Molliamo l’ancora: la nostra resistenza. Lasciamo il porto. E lasciamoci esplorare nuove possibilità.

L’Architetto delle scelte

Per cambiare, ci deve essere, prima di ogni cosa, un’idea di cambiamento.

O il pungolo giusto al momento giusto.

Ognuno di noi può fare scelte di cambiamento. E non è detto che sia la migliore delle decisioni possibili, ma è quella che scaturisce dal combinarsi dei fattori che <arredano> lo scenario in cui si svolge il cambiamento.

Un ruolo importante lo svolge l’Architetto delle scelte, ovvero colui o colei che “arreda” il contesto, nel quale gli individui prendono decisioni. Che costruisce pungoli per dare forma alle scelte.

E come per ogni architettura, quello che conta sono i “dettagli”. Nelle scienze comportamentali , ogni dettaglio conta. Ogni dettaglio influenza le decisioni. Magari non nello stesso momento in cui il dettaglio entra in scena, ma quando ci si accorge del carico di significati che c’è nel dettaglio.

Come sempre, la consapevolezza funziona come focalizzatore dei dettagli. Ma anche da bussola per orientarsi nel cambiamento.

Per questo cambiamenti apparentemente piccoli nel modo in cui le scelte sono presentate possono avere grandi effetti sulle decisioni delle persone senza cambiare la scelta sottostante.

La teoria dei nudge, lanciata da Richard Thaler e Cass Sunstein, postula che minimi cambiamenti di contesto possono incoraggiare le persone a prendere naturalmente la miglior decisione. Il pungolo agisce sull’irrazionalità decisionale, in modo “gentile”, guidando una prospettiva diversa che possa favorire il cambiamento.

Come in un labirinto, si viene guidati nella complessità verso l’uscita.

Il modo migliore di stimolare le scelte corrette è allora quello di creare un percorso, tra pungoli e spinte gentili, che ci guidi spontaneamente al miglior risultato.

Tocca quindi all’architetto delle scelte progettare ambienti in grado di orientare il percorso del cambiamento, fornendo la bussola per le scelte da compiere.

Nel percorrere il labirinto del cambiamento, non si deve cercare la mappa perfetta, ma imparare ad elaborare i fallimenti. Bisogna imparare ad essere sufficientemente coraggiosi per compiere i passi sbagliati, aprendo la via a nuovi tragitti.

Come ogni ambiente ben arredato, quello che ci deve colpire è il dettaglio imperfetto. Quello da cui nasce la nuova idea.

4’33”

4’33” é un brano musicale di John Cage che ha una caratteristica: sono 4 minuti e 33 secondi di silenzio. L’eclettico artista ha costruito una composizione che invita il musicista a non suonare.

Il musicista resta in silenzio e ascolta. Solo così riesce a prestare attenzione a tutti i suoni circostanti. Ed i suoni, l’ambiente, i fruscii, i dettagli diventano musica. 

4’33” ci suggerisce come sia necessario “fermarci” per ripartire. Come sia fondamentale creare spazi di silenzio per prestare attenzione all’ambiente circostante e da questo prendere ispirazione per nuovi progetti. 

Cage usa la pausa per fermare il momento. Per concedere meno attenzione a sé stesso e a ciò che si sta facendo e per prestarla invece altrove. Per trovare <altrove> nuove idee di lavoro. 

È una risposta a quei manager sempre piu concentrati su di sé, impegnati più nel progetto che sul risultato, poco inclini ad ascoltare, attenti a dimostrare e sempre meno a ragionare, confrontare, relazionare. Ascoltare.

Manager che continuano a guardare il telefono anche quando sei di fronte a loro a spiegargli qualcosa di profondamente importante, mentre loro annuiscono ma non stanno seguendo una sola parola di ciò che dici.  Sono dentro il loro smartphone (che di smart ha sempre meno). Non c’è niente di più inutile e dannoso di un manager che a pranzo non abbia altri argomenti che i clienti, il budget, il business e sappia parlare solo di lavoro. Niente è più svilente di un interlocutore senza interessi, senza una passione. 

Si dice che il business spesso si fa a tavola, ma per fare business devi aver qualcosa di cui parlare che non sia solo business. 

In un mondo che va (inutilmente) veloce e che rifugge il silenzio creativo, si ha quasi paura di concedersi periodi di pausa lavorativa. Dimenticando il potere generativo delle pause. 

Non è un bravo manager chi risponde alle mail a mezzanotte o resta perennemente connesso per dimostrare attaccamento al lavoro e efficienza 24/24 non servono più a nessuno, nè mai sono serviti. Alimentano una catena di (im)produttività che esalta attività inutili generate di proposito in orari presidiati da nessuno. 

Si é perso il valore delle relazioni.  Si è perso il senso dell’essere autentici anche sul lavoro. L’importanza della connessione tra suoni e pensieri.

Per cambiare, dobbiamo dare alle cose la possibilità di contaminarci. Essere capaci di sperimentare periodi di <di-stacco> in cui dedicarci alla ricerca di nuove ispirazioni, nuove conoscenze, nuove relazioni, nuove esperienze da far confluire nel lavoro. Suoni, da trasformare in nuovi progetti. 

La Leadership si riconosce anche nel momento delle pause. 

La leadeship generativa é capace di di-staccarsi, per dedicarsi ad attività che ossigenino il cervello, rigenerino idee, alimentino la curiosità, ricaricano di nuove energie.

Stressati  dagli impegni mal gestiti e frustrati dalla totale mancanza di creatività, si finisce per confondere i valori aziendali con i propri interessi.

Bisogna imparare a <di-staccare>. Riprendersi ‘la leadership’ anche del proprio tempo.

Creare spazi in cui i progetti possono aspettare, gli impegni possono prendere una pausa. Rallentare il ritmo e prestare attenzione ai suoni. Distaccarsi per farsi contaminare. Disconnettersi per riscoprire il valore delle connessioni.

Bagaglio leggero

L’immagine di una farfalla legata ad un sasso. Che le impedisce non solo di volare, ma di percorrere quotidianamente i gradini della vita. Che le impedisce di imbarcarsi per il viaggio del cambiamento necessario.

Lo zaino ingombrante della farfalla, che diventa il suo immenso limite, il bagaglio del suo vissuto e dei suoi pensieri, delle sue esperienze pregresse e dei suoi errori, ci insegna a riflettere su come attrezzarci nel viaggio del cambiamento. Ci dà indicazione su come fare il bagaglio per <partire>.

Nel viaggio del cambiamento bisogna infatti imparare a viaggiare leggeri. Imparare a scegliere cosa portare con sé nel viaggio.

Viaggiare leggeri presuppone selezionare cosa portare. Scegliere l’indispensabile, il ‘necessario’. Che sia un vestito multiuso, un accessorio funzionale, persino un colore non invadente. Oppure un pensiero, un ricordo, un progetto. Lasciando fuori dal bagaglio ciò che invece soddisfa solo il nostro desiderio di restare a casa (nella comfort zone) anche quando ci mettiamo in viaggio.

Un bagaglio leggero porta dentro solo ciò che è funzionale al viaggio. Eppure, facciamo il bagaglio mettendo ‘dentro’ e non lasciando ‘fuori’. Siamo abituati a fare il nostro bagaglio per andare e non per <partire>, pensando a cosa lasciamo e non a cosa vogliamo trovare dove andiamo.

La valigia è il contenitore col quale ci mettiamo in viaggio. Diventa la nostra appendice, tutto quello che ci mettiamo dentro ha a che fare con la nostra identità. Con il modo in cui ci rappresentiamo. Non è un caso che si abbia paura di perderla, smarrirla, scambiarla con quella di altri.

All’interno del bagaglio mettiamo il nostro corredo simbolico, una piccola cassaforte di aspetti interiori che rappresentano il modo in cui intendiamo affrontare la parte di ignoto che ogni viaggio – ed ogni cambiamento – ci porta ad affrontare.

Ogni ritorno a casa ci trova cambiati, disposti ad aumentare la conoscenza dei nostri limiti, delle nostre certezze, vere o false che siano. Il bagaglio fa parte di queste.

Fare una valigia che assomiglia a un trasloco significa non essersi ancora liberati dell’abitudine a pensarci ‘così come siamo a casa’ e non essersi ancora appropriati dell’immagine di noi ‘così come siamo in giro per il mondo’. 

Imparare a viaggiare leggeri aumenta la fiducia in sé stessi, perché insegna ad attraversare quel percorso imprevisto e imprevedibile, che unisce la partenza al ritorno, e grazie al quale sviluppiamo capacità organizzative, improvvisazione e autonomia. Il viaggio di formazione della nostra consapevolezza. Il viaggio in cui impariamo soprattutto a rinunciare all’effimera (impossibile) certezza che usiamo come scusa per non cambiare.

Il bagaglio del viaggiatore è simbolo di un modello che vede nel “perdere” una forma di ricchezza.Senza” diventa allora una scelta da fare, per cambiare.

Se nel momento in cui veniamo chiamati a scegliere di dare contenuto a ciò a cui non possiamo fare a meno nel viaggio, mettendo in moto una critica del possibile, ci ritroviamo a riempire il bagaglio di tutto ciò che non dovrebbe starci, vuol dire che non siamo pronti per il viaggio.

Prima di partire, impariamo allora a pianificare il momento in cui metterci in viaggio. E diamoci il tempo giusto che permette al bagaglio di alleggerirsi.

Imparando a viaggiare, si impara ad alleggerire il bagaglio. I viaggiatori a lungo termine, quelli che sono spesso in viaggio, portano un carico leggero. Sanno che il movimento richiede leggerezza, agilità, ed hanno imparato a separarsi dalle cose spostando l’attenzione sulle emozioni, sulle esperienze, sulla ricerca di nuovi punti di vista. Hanno imparato a viaggiare <sentendo> l’esperienza e non consultando una mappa scritta da altri.

Il viaggiatore leggero impara a non portare sulle spalle quel peso che è proprio la motivazione del viaggio: abitudine, routine, sicurezza, comodità, dipendenza, desiderio di fuga. E ritrova sé stesso.

Il bagaglio leggero ridisegna una nuova mappa del viaggio, dove avremo meno peso e più spazio per goderci il viaggio. Non appesantiti da un fardello che ci impedisce di percorrere nuove strade e scoprire quell’ignoto per cui ci siamo messi in viaggio.

Viaggiare leggeri. Essere leggeri. Vivere leggeri.

Per viaggiare leggeri, bisogna rinunciare a ciò che ingombra. Rinunciare ad essere ingombranti a sé stessi, prima di tutto. Tornando ad avere spazio per battere le ali.

<Il futuro è una valigia da aprire accettando ogni possibile contenuto. Possiamo provare a prepararcela da noi, ma senza esagerare, appesantirci, illuderci> G. Romagnoli

Tra parentesi

Il presupposto di un cambiamento si svela spesso attraverso le frasi tra parentesi. Quelle che nessuno sottolinea mai. Ma che cambiano il significato di una frase.

Così come sono le parentesi a cambiare il risultato di un’espressione matematica, stabilendo quale è l’ordine dei fattori che determina il risultato.

Le parentesi sono potenti, al punto da riuscire ad intrufolarsi ovunque, rompere ogni costrutto sintattico e deviare dal significato più scontato, svelando scenari di significato a cui nessuno avrebbe mai prestato attenzione.

Il potere delle parentesi svela dettagli preziosissimi. Che possono essere la via per un cambiamento. Aprono infatti lo squarcio su prospettive nuove.

Le parentesi sono il semaforo dei significati. Rivelano particolari appena sussurrati, celati ai più.
Solo chi ha un vero interesse arriva a leggere tra parentesi. Per questo quando si vuole davvero conoscere una persona occorre entrare nelle sue parentesi.

Quando si vuole affrontare un cambiamento, bisogna partire dalle parentesi. Da ciò che chiudiamo tra le parentesi e da ciò che teniamo fuori.
Sono le parentesi che ci svelano le situazioni, non i punti esclamativi. 
Ed è partendo da quelle frasi, pregne di significato, che ingabbiamo dentro le parentesi, che si costruisce il cambiamento.

Ho fatto un viaggio dentro la Bellezza

Ho fatto un viaggio dentro la bellezza con un accompagnatore di eccellenza, che mi ha fatto dono del suo entusiasmo e della preziosità delle sue narrazioni.
Insieme abbiamo viaggiato dentro magnifiche conversazioni provando a capire perché la Sicilia non sfrutta le immense potenzialità che ha e lascia andare via i suoi figli migliori.

Abbiamo provato ad  immaginare come la Sicilia possa ripartire dalla sua bellezza. Dal narrare la sua bellezza.
Il turismo, ad esempio. Quante volte sentiamo dire “potremmo vivere solo di turismo…” (pur sfumato da tanti “si però” l’ho detto anche io quando sono stata assessore al turismo di questa straordinaria terra).
Ma come possiamo mai vivere di turismo se non proviamo a leggere la nostra terra con i cinque sensi ed il cuore di chi viene a visitarci?

Il turismo, mi ha fatto notare il narratore guida, è la più sana, florida e sostenibile risorsa economica del mondo. Il turismo, ho ribattuto io, in territori come la Sicilia, influenza la crescita di tutti gli altri settori, commercio, artigianato, ristorazione, agroalimentare, etc…
Il Pil prodotto dal turismo é ovunque in crescita, ma non per quei territori e quelle comunità che si accontentano di vivacchiare, che sono rassegnate al degrado e che sono maestre nell’arte della lamentazione (noi siciliani siamo i maestri della drammatizzazione lamentosa). Per quelle comunità che non sono educate alla bellezza.

Il turismo è però una magnifica opportunità – e lo sappiamo –  dobbiamo solo imparare a vedere la nostra terra con occhi diversi. Con occhi pieni di quella meraviglia con cui ci guardano e ci sperimentano gli altri. Con i 5 sensi di chi ci viene a trovare, quegli stranieri stupiti dalla bellezza unica del nostro Paese, ma annichiliti dall’incuria, dal degrado e dalla disorganizzazione. Increduli di come noi siamo rassegnati a fare turismo “con il freno a mano tirato”.

Pensando che fare turismo significa vivere di rendita da eredità passate e di riconoscimenti unesco, e non invece avere una “visione” e programmare sviluppo rileggendo il territorio e le dinamiche di mercato.

Il narratore guida mi ha condotto in un mini viaggio attraverso i suoi  racconti, storie che raccontano di chi ci vede con “occhi da turista” per capire che per quanto poca sia la distanza tra noi e loro, questa distanza fa la differenza in termini di valore che generiamo dal turismo. Narrazioni che svelano perché non siamo ancora pronti a “vivere solo di turismo”. Ma nemmeno a generare sviluppo dal turismo.
Sono storie intrise di speranza e di fiducia, quelle di chi prova a realizzare un sogno anche in condizioni estreme (in Sicilia ancor di più é un gesto quasi eroico), ma sono anche idee su come insieme si può migliorare.

Insieme, parola magica.
Perché il cambiamento, e su questo siamo subito stati d’accordo, riguarda tutti, perché gli attori in gioco siamo noi, non gli altri.

Prenderne coscienza è il primo passo.
Cambiare il secondo.
Agire il terzo.

Sembra semplice, ma dobbiamo prima imparare a narrarci, a narrare il nostro territorio con tutte le sue sfaccettature.
La narrazione è uno strumento importante che abbiamo per ritrovare la coscienza della nostra identità. Fondata sulla bellezza e sulla felicità. E sugli incontri inattesi con generatori di nuove progettualità.

Narrare, per conoscere. Conoscere per capire. Capire per fare.

Il narratore con i suoi racconti mi ha “costretta” a riprendere il cammino. Con quella forza che ha solo chi ti contamina di futuro.

Classificazione: 1 su 5.

L’imperfetta meraviglia

Il cambiamento si nutre di cose imperfette.

Di un’opera d’arte, ciò che colpisce sono le sue imprecisioni, non i colori definiti, ma le sbavature. Quella pennellata che attira l’attenzione e che disegna dentro di noi un’idea di cambiamento.

Lo stesso accade con le persone: quello che le rende uniche sono le sfumature del carattere, le fragilità dell’anima, le imperfezioni del corpo, l’inesattezza delle loro vite. Sono i dettagli imperfetti quelli a cui ci leghiamo. Non c’è forse niente che susciti maggiore sprone dell’imperfezione se è ben dosata ed in equilibrio con il tutto.

E così gli incontri. Impariamo da quelli sbagliati le lezioni che ci fanno prendere strade diverse. Che ci fanno intraprendere cammini generativi che non avremmo seguito, se non condotti lì dall’imperfezione.

Di una composizione musicale, colpisce la nota dominante. Un’imperfezione, nella musica, non è mancanza di attenzione: è invece manifestazione di talento, se diventa il dettaglio attorno al quale viene costruita la variazione musicale.

Ne sapeva qualcosa il Maestro Morricone che nel brano “The Crisis“ che fa da colonna sonora a “La leggenda del pianista sull’oceano”, magistralmente centra il pezzo su una nota sbagliata. Tutto il brano ruota, infatti, sulla presenza di una nota sbagliata. La nota imperfetta. Scelta, voluta, che, con il crescere della musica e nel mescolarsi alla altre, viene valorizzata e resa unica nella sua stonatura.

Solo chi sa perdersi dietro la perfetta imperfezione del brano, riesce a sentire le note inseguirsi una con l’altra, perché ognuna ha bisogno dell’altra. Solo prestando attenzione alla “nota sbagliata” scopriremo la via del cambiamento.

L’imperfezione, in qualche misura, la portiamo tutti dentro. E’ in un ricordo, in un rimpianto, in quel qualcosa che non è andato esattamente come sarebbe dovuto andare.

La nota sbagliata, il colore sbagliato, la parola sbagliata, il momento sbagliato. Le relazioni di lavoro sbagliate. Tutti dettagli imperfetti che possono dar vita al cambiamento.

L’imperfezione si avverte quando si presta attenzione alle cose, filtrandole attraverso i ricordi, le emozioni, il proprio vissuto ma lasciando che la fantasia immagini nuove prospettive.

Ci viene spontaneo associare ciò che è bello e giusto e naturale alla perfezione. Ma le cose non stanno così: in natura domina l’imperfezione, perché solo dove c’è imperfezione ci sono cambiamento, creatività, innovazione. In natura il criterio dominante è proprio la trasformazione dell’esistente.

Pensiamo al panda, un orso carnivoro che per contingenze ambientali si ritrova a nutrirsi di soli bambù; e così gli cresce un pollice in più per agevolare la presa del cibo.

Quel che caratterizza il cambiamento è che uso ne facciamo delle imperfezioni. L’imperfezione necessita del cambiamento per diventare meraviglia.

<Perché la meraviglia non dura? Perché è imperfetta.> (A.De Carlo).

Classificazione: 5 su 5.

Riscopriamo l’orgoglio della nostra identità.

C’è una caratteristica propria del siciliano che filtra ogni avvenimento ed ogni cosa attraverso le lenti negative del pessimismo, impedendo agli occhi di godere della Bellezza che impregna la nostra terra. E lo autorizza a non sentirsi responsabile di valorizzare questa Bellezza creando – con impegno quotidiano (le cose non accadono, ma con fatica si perseguono) – le condizioni per sviluppare la Sicilia partendo proprio da ciò di cui è più feconda.

L’apotropaico spirito del siciliano è un’ancora che non permette alla nave della creatività di liberarsi dal porto, ma che soprattutto restringe le profondità degli orizzonti. Stare ormeggiati nel porto (credendosi così al riparo dalle intemperie del mare) ha spesso rassicurato i siciliani.

Non siamo abituati a guardare l’orizzonte, ad avere una vision. Un punto a cui tendere.

Siamo stati abituati dalle etichette date dalle classificazioni europee a pensarci come una regione che “a cui toccavano” le risorse dell’Europa.

“Regione Convergenza“ é il termine attribuito alle Regioni europee il cui prodotto interno lordo pro capite (Pil/abitante) è inferiore al 75% della media dell’UE: a queste Regioni viene concesso un maggior numero di risorse e con tassi di cofinanziamento massimi.

Convergere era una parola positiva che avremmo dovuto comprendere e sfruttare, ma ci siamo persi dietro le rendicontazioni (e le recriminazioni) tardive ed i cantieri mai finiti. O peggio, finanziando a pioggia progetti pubblici che non hanno sviluppato i territori né creato equità sociale e progetti di impresa che non hanno superato la prova di mercato e non hanno quindi prodotto quel salto nella classe superiore.

Forse ci siamo lasciati ingannare dalla parola Convergere che nella Treccani è indicato come un verbo di moto <Tendere, muovendo da punti diversi, verso un unico punto o limite>. Ma invece di metterci in moto ci siamo fermati spaventati dal limite. E abbiamo preferito dibattere per due decenni sulle percentuali di spesa certificata, attribuendo a questa o a quella fase politica la responsabilità di non avere saputo investire sulla Bellezza della nostra terra.

Le risorse dell’Europa non ci toccano per principio comunitario ma sono l’occasione che l’Europa ci mette a disposizione solo se ci dimostriamo in grado realizzare un processo di crescita mirata che ci porti a <convergere> verso i livelli di competitività delle altre Regioni d’Europa.

Non è una lista dei bisogni dei territori o peggio la lista dei disavanzi che decenni di malagestione hanno lasciato in eredità, una cambiale che ci ha indebitato il futuro e che pensiamo di portare in cassa. L’Europa è un’opportunità. Ma solo per chi intraprende percorsi di crescita, non per chi presenta il conto del passato.

Oggi l’etichetta che l’Unione Europea dà alle Regioni con un PIL minore della media e che sono caratterizzate da un divario infrastrutturale e di equità sociale che le rende beneficiarie dei Fondi in misura massima è di una chiarezza inequivocabile : Regioni LD, Low Development: Regioni a basso tasso di sviluppo.

Detto così suona (finalmente) come un ultimo appello. Convergere era il fine da perseguire ed invece siamo rimasti ancorati al porto. A motore spento e a vele ammainate. Sottosviluppato invece è un’equazione matematica che deriva dall’analisi secca di tutti gli indicatori che ci vedono indietro rispetto la crescita delle altre Regioni d’Europa.

E di solito quando il Siciliano lo metti davanti all’evidenza reagisce. Spunta l’orgoglio siculo. Quello che fa alzare le vele e mollare gli ormeggi. Perché se sono io che mi sento svantaggiato passi, ma che nessuno mi dia sentenze di ultimo della classe.

E ripartiamo allora da questo, riscopriamo l’orgoglio di investire nella nostra identità, nella capacità dei nostri giovani, nella creatività, nella cultura, nell’agricoltura, nella innata capacità di accogliere e con generosità condividere la nostra Bellezza.

Cambiamo le lenti ai nostri occhiali. Modifichiamo il nostro frasario. Narriamo la Bellezza della nostra terra con la lucidità di chi fa esperienza di tutto ciò che non va, ma costruisce navi per prendere il largo. Riscopriamo il senso di appartenenza puntando sulle eccellenze della nostra terra e valorizzando i tanti progetti che raccontano storie positive. E appropriamoci di un termine nuovo che guarda avanti: progettiamo sviluppo. Non presentiamo liste di progetti presi dal cassetto, ma creiamo opportunità concrete di crescita endogena.

C’é una scommessa nuova che ci lancia l’Europa ed è quella che ci invita a diventare autonomi nello sviluppo e che ci farà uscire in rada: selezioniamo le energie migliori e ripartiamo. Orgogliosamente. 

Classificazione: 4 su 5.

Una nave in porto è sicura, ma non è per questo che le navi sono state costruite” (Benazir Bhutto)
 

Turismo lento, ripartiamo dalla Bellezza

Il turismo post covid sta ripartendo dal turismo esperienziale, che proprio per le sue modalità di viaggio permette di garantire maggiore fiducia nella destinazione.

Il turismo lento ci permette di conquistare quello che abbiamo messo in cima ai desideri nella fase di lockdown: ripartire dall’essenziale. Il turismo lento infatti é quello in cui alla fine del viaggio contano le emozioni vissute e l’autenticità delle relazioni e non solo le stelle che classificano le strutture.

Un’esperienza di viaggio in cui l’ambiente diventa la cornice naturale a quei giorni di vacatio dai ritmi quotidiani dove la parola d’ordine è sempre più “rallentare il ritmo”, dare valore alla luce, ai colori e ai sapori; dove si riscopre il gusto di parlare, di sentire e farsi contaminare dalle comunità del luogo, facendosi coinvolgere dalle tradizioni e dalle tipicità dei luoghi, ognuno dei quali nasconde persone con esperienza sociali e culturali diverse.

Investire nel Turismo lento con opportune strategie, anche di marketing territoriale e mettendo in rete gli operatori, permette di far risaltare quei beni paesaggistici e storici meno noti e soprattutto di valorizzare le tradizioni ed i prodotti tipici di quei siti, di cui la Sicilia è ricca, che risultano impropriamente  “minori” rispetto ai più grandi attrattori turistici, ma che finora lo sono solo perché fuori dai tradizionali circuiti turistici o perché difficilmente raggiungibili.

E che invece oggi si affermano perché tappe di un turismo che crea valore dal distanziamento fisico.

Che dimostrano un valore aggiunto che deve essere la pietra miliare da cui ripartire: la Bellezza.

Il Turismo lento è soprattutto una filosofia di vita perché insegna a guardarsi dentro e che richiede amore per il proprio territorio e rispetto ed attenzione per ciascuno dei viaggiatori e per l’ambiente che diventa il primo “socio in affari”.

A domandare turismo lento sono sempre più quei popoli che vivono in contesti ad alta componente competitiva ma che proprio per questo ricercano una vacanza non scandita da un calendario di impegni ed una lista di cose da fare ma desiderano Ben-Essere e ritornare a casa sapendo di avere vissuto un’esperienza unica che li ha rigenerati interiormente.

In questo la Sicilia è un mercato sempre più ricercato e apprezzato dal turismo internazionale: Borghi storici, parchi, riserve naturalistiche, cammini turistico-naturalistici e religiosi, incredibili scenari in cui si consumano prodotti a chilometro zero, si apprezza la manifattura artigianale e si vive a pieno il territorio in tutte le sue tipicità. E in cui la ricettività diventa un tutt’uno con il concerto di accoglienza.

Destinazioni dove la padrona di casa é la Bellezza.

È sempre più crescente, la componente di turismo lento, un turismo pieno di contaminazioni emozionali volano eccezionale di sviluppo per i nostri territori, ma anche una straordinaria occasione di lavoro per i giovani che scelgono di restare ad investire nella loro terra.

Il turismo lento ha un’importanza anche sociale perché sviluppa un nuovo senso di comunità e di integrazione sociale e culturale. Investire nel turismo lento vuole dire infatti investire nelle Relazioni e nella crescita sociale e culturale di una comunità.

Turismo lento significa infatti contaminazione, perché stimola le interazioni con la comunità ospitante e sviluppa le relazioni tra persone che sono portatori di diverse esperienze, credenze, saperi, culture e usa la capacità del sistema di offerta al fine di creare fertili opportunità di scambio tra loro.

Significa autenticità, perché esalta le specificità dei luoghi e valorizza la capacità di offrire prodotti e servizi non standardizzati in grado di esaltare le differenze, rimarcando all’ospite l’unicità del luogo con le sue peculiarità ed eccellenze.

Il turismo lento implica sostenibilità, ovvero una minimizzazione dell’impatto sull’ambiente, ecologicamente leggero nel lungo periodo, economicamente conveniente, eticamente e socialmente equo nei riguardi delle comunità locali.

Significa ancora emozione, perché il viaggiatore viene coinvolto in un’esperienza multisensoriale. La capacità di generare momenti memorabili, che fanno ripartire l’ospite diverso da come è arrivato, segnato da un’esperienza realmente coinvolgente e gratificante. Ispirando la voglia di tornare e il passaparola, che è nel mondo globale è diventato uno dei principali strumenti di marketing turistico. La costruzione, promozione e offerta di servizi e prodotti di turismo lento, dai ritmi non frenetici, non massificati, in grado di far partecipare l’ospite a un’esperienza completa, profonda e coinvolgente, che gli consenta di assimilare gradualmente i legami con la realtà locale.

Classificazione: 3.5 su 5.

Magari domani resto…al Sud

Sulla quarta di copertina dell’ultimo libro di Lorenzo Marone, giovane scrittore napoletano c’è scritto : “Ci proviamo tutti a spiccare il volo, per poi la sera ripararci sotto le pergole dei nostri piccoli gesti quotidiani. Essere abitudinari non è così da sfigati. I bambini sono abitudinari. E i cani. Il meglio che c’è in giro”.

Sembra un inno all’inerzia, alla rassegnazione. E invece è un inno a smettere di delegare ad altri la nostra crescita e tirare invece fuori caparbiamente il meglio che abbiamo, liberando le energie più valide e mettendoci in gioco. Da adulti. Perché i bambini ed i cani – essere certamente superiori – solo una cosa non hanno: la consapevolezza e l’esperienza che possono rendere responsabilmente autonomi nelle scelte.

Solo leggendo il libro in compagnia della protagonista Luce che ci fa  ritrovare immersi tra i suoni, gli odori, l’ironia e la positività dei vicoli di una città del migliore Sud, si coglie il senso della provocazione dell’autore, che è poi il bivio con cui oggi devono fare i conti i nostri giovani : andarsene seguendo l’impulso di spiccare il volo come chi lo ha fatto nel libro (talvolta solo per scappare dalle responsabilità di una vita differente dalle generiche e popolari aspettative collettive senza poi mai realizzare veramente quel volo ma solo cercando un altro nido dove stare a covare) oppure restare trovando la felicità proprio nel piccolo pezzetto di mondo  in cui si è avuto il dono di nascere e cercare di costruirsi la propria realizzazione con fatica ma rivendicando con orgoglio la propria identità territoriale e il diritto ad essere protagonista della propria vita?

La risposta ve la suggerisce il titolo del libro: Magari domani resto.

Magari è una meravigliosa parola molto usata nel frasario del Sud Italia ma su cui forse non abbiamo mai riflettuto sul suo vero significato. Magari deriva dalla parola greca Makarìe che vuol dire Felice. Esprime in modo sintetico una particolare emozione che contiene desiderio ed entusiasmo e che viene spesso seguita da una proposizione con il verbo all’imperfetto (“magari fosse vero”).

Magari esprime l’essenza della nikefobia, la paura di avere successo, che determina quei comportamenti tipici dell’autosabotaggio (https://cleolicalzi.it/2021/05/20/il-nemico-che-ce-in-noi/). Quelle insidie dove nascondiamo la nostra incapacità di affrontare le nostre sfide.

Magari è una parola che racchiude insieme tutte le meravigliose contraddizioni del Sud: quel difficile equilibrio tra la voglia di rivoltare il mondo e il pessimismo che fa fermare alla soglia degli propri entusiasmi mettendosi da solo l’etichetta di non-raggiungibilità dei propri obiettivi, quasi per ereditaria condizione.

Solo una “grande femmena del Sud che proprio non ci sta a farsi mettere i piedi in testa” di nome Luce (ed il nome non è un caso) poteva spingere i giovani con il linguaggio giusto a pretendere di scegliere di investire nel loro futuro al Sud.

Sliding Doors

Per chi l’ha saputa cogliere, ci è stata data una straordinaria opportunità in questo periodo: riscrivere il copione delle nostre giornate.

Non scorrendolo distrattamente come abbiamo magari fatto sinora, dando per scontato il finale. Ma inserendo un co-autore nuovo: la consapevolezza.

E’ un coautore prepotente, che cambia la trama, inserisce nuovi personaggi, modifica il finale.

Il cambiamento ha bisogno di un protagonista (la decisione di cambiamento) e di un co-protagonista (le cose che accadono).

Ha bisogno di una sceneggiatura, che è il percorso di cambiamento. E la sceneggiatura deve prevedere una scenografia potente, in grado cioè di generare valore dal cambiamento. In grado di andare oltre il desiderio di cambiamento.

Per questo una parte importantissima ce l’ha il direttore della fotografia. Il cambiamento si svolge infatti in 4-5 fotogrammi essenziali, che disegnano le tappe del percorso di cambiamento.

Talvolta lasciamo troppo tempo in camera oscura i negativi di queste foto e cosi ingialliscono, senza avere generato innovazione.

Come in sliding doors, ci sono date piú opzioni. Solo che a differenza del film, nessuno ci svela che l’imprevisto subito all’inizio dà poi il via ad una trasformazione generativa.

Impariamo allora a soffermarci, per cogliere i suggerimenti di cambiamento che incontriamo nella vita. Suggerimenti che si presentano nella forma dell’imprevisto, almeno sino a quando non interviene il nostro co-autore.

Classificazione: 1 su 5.

Abbiamo una vita sola. Nessuno ci offre una seconda occasione. Se ci si lascia sfuggire qualcosa tra le dita, è perduta per sempre. E poi si passa il resto della vita a cercare di ritrovarla” Rosamunde Pilcher

Direzione d’Orchestra

Il cambiamento ha bisogno di un’orchestra, e di uno scenario in cui svolgersi. Ma soprattutto necessita di un Direttore d’Orchestra.

Il Direttore a guida di un’orchestra ha un ruolo interpretativo; è cioè colui che fa le scelte musicali fondamentali (andamento, tempo, profilo dinamico, coordinamento tra le parti, etc…) caratterizzando il proprio punto di vista sul contenuto e dando l’impostazione generale dell’esecuzione.

ll Direttore d’Orchestra non è solo un musicista che mette insieme i suoni e i diversi strumenti dell’orchestra. E’ una guida che mescola il respiro dei musicisti dell’orchestra insieme con le emozioni del pubblico, sincronizzando suoni e battiti, ma anche rendendo armoniche prospettive musicali differenti.

Da diversi suoni, il Direttore d’Orchestra tira fuori un unicum. Il cambiamento. Che è diverso dalla somma di ogni singolo strumento, ed è una musica a sé.

Anzi, due musiche: una composizione che si ascolta e si apprezza ed allo stesso tempo una sinfonia di pensieri sonori che diventano ritmo mentale, battito cardiaco, un sensibile ed invisibile canto corale interiore, che ognuno che ascolta la musica sperimenta.

Il cambiamento genera infatti cambiamento.

Il Direttore di un’orchestra deve essere al contempo vaso recipiente e contenuto irradiato, capace di far fluire la materia sonora, senza diminuirla né deformarla. Ma semplicemente facendola attraversare il prisma della sua personalità.

Più di ogni altro artista, il Direttore d’orchestra possiede il sovrano dominio della rappresentazione ideale della partitura. E attraverso i singoli strumenti, è lui a guidare il cambiamento dell’opera. Dandole la personalità di quella singola orchestra, in quella singola rappresentazione.

Nell’orchestra sinfonica l’autorevolezza della leadership si fonda su meccanismi e interazioni molto sottili e complicati, che fanno riferimento agli aspetti non verbali come quelli del ritmo, della visione interpretativa implicita, della presenza fenomenica del direttore.

Ecco, il cambiamento è una partitura a più strumenti. E come tale necessita di una buona direzione d’orchestra che sappia guidare la sinfonia, interpretandola e dandole armonia. Ma soprattutto rendendo autentico e generativo il cambiamento.

Man-tenere

Mantenere e Manutenere hanno la stessa etimologia.
Man-tenere cioè “tenere per mano”. Mantenere una promessa significa tenerla per mano. Non lasciarla. Tenerla sempre con sé. Averne cura e operare per realizzarla.
Se una promessa la posi, poi rischi di scordarti dove l’hai messa. E non la trovi più. Per questo non si possono fare più promesse di quelle che possiamo “tenere in mano”.

Manutenere significa “prendersi cura”. Occuparsi di qualcosa perché mantenga sempre il suo valore nel tempo. Averne cura e preoccuparsi per essa.
Tutte le promesse – come tutte le cose, tutte le opere pubbliche – andrebbero sempre mantenute e manotenute.
La vera sfida in cui dovremmo tutti impegnarci é “manutenere”.  Prenderci cura non solo delle cose ma – soprattutto – degli aspetti più importanti: le persone, le idee, le relazioni, i saperi, le competenze e le speranze.


Ed evitare che un viadotto crolli giù o che una pioggia spezzi la vita di una comunità solo perché non abbiamo saputo prenderci cura e rispetto del suolo. O che un terremoto, come quello terribile accaduto in Siria e Turchia, spezzi via in pochi istanti oltre 2.000 vite.
Dobbiamo avere la responsabilità di attuare un grande piano di manutenzione che si prenda cura del bene più importante: il futuro delle persone.

Se non facciamo la manutenzione le cose si rompono.
Se non manteniamo le promesse i legami si rompono.

Se non manuteniamo le vite si spezzano.

Mantenere e manutenere. Questo dobbiamo imparare a fare. Sia le promesse, sia le persone, sia le cose.
Il primo cambiamento parte dal prendersi cura e dal man-tenere, dall’avere cura delle nostre idee di cambiamento. Diventare meritevoli di Fiducia.

 <C’è un verbo che vale una promessa: mantenere. Man tenere è tenere per mano per sempre>
Erri De Luca

Con-sapere

Laddove c’è un limite, si crea spazio per il cambiamento.

Questo ci insegnano i tramonti. Una delle manifestazioni più spettacolari della natura.
I tramonti che, sbagliando, associamo alla fine di qualcosa e non invece al chiudere qualcosa che ha esaurito il suo ciclo per lasciare spazio al nuovo.
Ripensiamo allora al tramonto come il passaggio di un testimone tra un ciclo vitale ed un altro.
È nel tramonto che ha la sua più potente espressione la combinazione di luci ed effetti speciali della natura.
Non a caso, possiamo averne visti quanti vogliamo, ma rimarremo sempre emozionati nel momento in cui il sole si poggia sull’orizzonte.

Il tramonto ci insegna una delle regole fondamentali del cambiamento.
Nessun cambiamento é imprevedibile, ma non sempre quando accade siamo lì presenti a goderne l’effetto.
E anche quando non siamo presenti, il tramonto accade lo stesso.
Finiamo per subirlo, senza coglierne la potenza rinnovatrice.
Dobbiamo programmare di viverlo, prepararci a farlo. Coglierne il senso nella capacità di cambiarci. Altrimenti ci renderemo conto che il giorno é finito ed un altro è già in corso; e noi ci siamo persi lo spettacolo e la potenza del tramonto.
Il modo in cui il cambiamento da semplice chiusura di sipario diventa spettacolo é la consapevolezza.

Con-sapere, conoscere qualcosa perché si è dentro. Serve stare dentro le cose, per trasformare un limite in un cambiamento.

Fermiamoci allora a vedere un tramonto, ad ‘ascoltarlo’ e scopriamoci dentro lo svolgersi di un cambiamento. Scorgiamo sempre dentro il tramonto l’inizio di un nuovo ciclo.

<Sapete, è geniale questa cosa che i giorni finiscono. È un sistema geniale, i giorni e poi le notti. E di nuovo i giorni. Sembra scontato, ma c’è del genio. E là dove la natura decide di collocare i propri limiti, esplode lo spettacolo. I tramonti.>
[Baricco, Oceano mare]

Disinnescare

Il cambiamento nasce dalla mossa che esce fuori dagli schemi.

Talvolta, nasce proprio dalla capacità di gestire in modo generativo un conflitto. Perché interrompe il flusso di un processo disfunzionale, in cui tra le parti manca la <connessione>.

Disinnescare é una scelta di cambiamento.
Perché cambia le coordinate di una negoziazione.
Le due parti, per scelta consapevole di uno, esce fuori dalla reiterazione di comportamenti antagonisti che agiscono da freno all’evoluzione generativa.
La lotta per la supremazia é il terreno per involvere.

In un conflitto serve sapere fare il <giusto> passo indietro. Quel passo che – se fatto bene – è la “miccia” che accende il cambiamento. E permette di fare il passo avanti verso un più alto livello di relazione.
Anche in contesti lavorativi, le relazioni negoziali necessitano di un passo indietro per fare avanzare il processo negoziale. Il conflitto ignorato o non gestito correttamente è distruttivo. Al contrario, se i conflitti vengono gestiti con abilità e creatività possono essere generativi di valore.

Sapere disinnescare significa sapere riconoscere le leve per il cambiamento, prendendo la giusta distanza. Quella che permette di guardare alle cose da un’altra prospettiva. Non di difesa, né di attacco. La prospettiva equilibrata, che permette di innovare.

“Però una cosa importante l’ho imparata.”
“Cosa ?”
“Saper disinnescare.”
“Cioè?”
“Non trasformare ogni discussione in una lotta di supremazia. Non credo che sia debole chi è disposto a cedere, anzi, è pure saggio. Le uniche coppie che vedo durare sono quelle dove uno dei due, non importa chi, riesce a fare un passo indietro. E invece sta un passo avanti.”

[Perfetti Sconosciuti]

X_nature

Ieri, in un contesto di rara bellezza, ha attratto la mia attenzione un particolare, un bellissimo albero ad X.
Un esempio di come la natura trova comunque la sua strada per svilupparsi quando il terreno è impervio e le condizioni non favorevoli.
I nodi dell’albero sono le sfide che l’albero ha dovuto affrontare e risolvere trovando alternative.

Un albero che disegna una X, a simboleggiare l’incognita che precede il cambiamento.
Quel ramo sceso sino a terra a sostenere il ceppo principale dimostra che solo il cambiamento può portarci a sperimentare direzioni che non pensavamo. A tracciarci nuovi sentieri.

E portarci a costruire nuovi equilibri alternativi.

Bisogna ricominciare il viaggio, sempre.

<Il viaggio non finisce mai. Solo i viaggiatori finiscono. E anche loro possono prolungarsi in memoria, in ricordo, in narrazione. Quando il viaggiatore si è seduto sulla sabbia della spiaggia e ha detto: “Non c’è altro da vedere”, sapeva che non era vero.>

Ecco. Cosi inizia il cambiamento. Inizia quando ci scopriamo a dire “non c’è altro da vedere”. E sappiamo che non è vero. Sappiamo benissimo che l’orizzonte possiamo spostarlo sempre un pò oltre. Oltre la narrazione che facciamo a noi stessi del viaggio.

Se invece ci mettiamo in movimento, dopo esserci fermati, riprendiamo a vedere quello che non avevamo visto andando di corsa. Che non avevamo visto, perché non ci siamo soffermati. Non abbiamo soffermato la nostra attenzione.

Dobbiamo talvolta fermarci, per rimetterci in movimento. Tutti i viaggi hanno bisogno di una sosta per cercare la posizione sulla mappa e ritracciare la rotta.

Quando ci mettiamo sulla strada del cambiamento, avendo recuperato dentro di noi la direzione, rivediamo le cose già viste e le vediamo in altre prospettive. Un pò come quando prendiamo la lonely planet del luogo e scopriamo meraviglie che non avevamo visto quando eravamo nel luogo.

Fermarsi serve per rivedere le cose in altri colori. In altre sfumature.

Ed improvvisamente ci sembrano nuove. Invece sono solo messe a fuoco da un’altra inquadratura.

Il viaggio del cambiamento è fatto di piccoli passi. E di soste.

Impariamo allora a ritornare sui nostri passi, per ripeterli. E per tracciarvi a fianco nuovi cammini.

Impariamoci a fermarci, a sostare. Non è andando veloci e sempre perseguendo la stessa direzione, che si fanno passi in avanti.

Non è facile, significa sapere mettere da parte le nostre convinzioni e mettersi in ascolto.

Significa apprendere nuove cose. Oppure nuovi modi di vedere le stesse cose.

Solo così il viaggio del cambiamento non finisce mai.

<Bisogna vedere quel che non si è visto, vedere di nuovo quel che si è già visto, vedere in primavera quel che si è visto in estate, vedere di giorno quel che si è visto di notte, con il sole dove la prima volta pioveva, vedere le messi verdi, il frutto maturo, la pietra che ha cambiato posto, l’ombra che non c’era. Bisogna ritornare sui passi già dati, per ripeterli, e per tracciarvi a fianco nuovi cammini. Bisogna ricominciare il viaggio. Sempre. >

Classificazione: 1 su 5.

Noi siamo immortali (storia di un In-Super-abile)

<Non ho mai messo di vivere e volare. Non ho chiuso a chiave i miei sogni. Sono molte le cose che mi mancano: mi manca suonare uno strumento, abbracciare gli amici, accarezzare un cane, passarmi le mani tra i capelli o affondarle nella terra del mio giardino, prepararmi il caffè, dare calci ad un pallone, correre a perdifiato…>

Noi siamo immortali è la storia di un cambiamento. Un libro, scritto a 4 mani ed una sedia a rotelle, che fa venire voglia di <camminarci dentro>, insieme a Giovanni, un change trainer In-Super-Abile.

E’ la storia vera di un cambiamento generativo. Il cambiamento, non facile, sofferto, progressivo, vissuto da Giovanni Cupidi e dal suo esercito (in primis il Generale, suo Padre, ma anche la mamma di Giovanni, Chiara la sorella, e tutta la squadra di amici), che ha lavorato non sull’Io ma sul Noi e così “da un improvviso limite” ha generato azione e valore collettivo.

Giovanni infatti oggi guida un movimento collettivo per la difesa dei diritti di tutti, per una cultura della disabilità che altro non è che una cultura ai diritti e doveri di tutti; che è nato nel 2017 con “la rivolta delle carrozzine” dove Giovanni insieme a migliaia di altre persone rivendica il diritto ad essere un contribuente e non un assistito.

Un cambiamento di prospettiva necessario se si vuole lavorare sul cambiamento di paradigma culturale.

Le parole ironiche con cui Giovanni racconta il suo cambiamento di vita ci costringono a <rallentare>, e a soffermarci curiosi di conoscere Giovanni ed insieme a lui condividere la storia di tutti gli IMMORTALI, che non sono coloro che non muoiono mai, ma coloro che non si arrendono mai.

E che se trovano la strada barrata da un imprevisto che ne scombussola la direzione, ricuciono le vele strappate dal naufragio, raddrizzano l’albero maestro e riprendono il largo. Su un’altra rotta. Ma sempre con lo sguardo rivolto all’orizzonte e non alla riva.

Una lezione di cambiamento. Perché è una storia che fa sentire impreparati a sperimentare la vita attraverso un’altra prospettiva. Ci mette davanti ai nostri limiti e dà una scossa a tutti quelli che gettano via il guanto di sfida della vita alla prima difficoltà. E non provano invece a ricominciare, con un altro sguardo.

Infondo nel libro di Giovanni ci siamo tutti noi, e se non ci ritroviamo è perché siamo (dis)abili, e non abbiamo ancora sviluppato l’abilità di cambiare guardando il mondo da ogni possibile prospettiva, compreso quella dell’imprevisto che ti cambia la vita (e la cambia al sistema di relazioni che ci circonda) rimanendo bloccati solo sulla nostra traiettoria. Rimanendo resilienti culturalmente, invece di lavorare sul necessario cambio di prospettiva.

La sfida che ci manda Giovanni è di metterci in gioco, nonostante le difficoltà. Proprio come ha fatto lui. Riprendere sempre il largo dopo un naufragio.

Questo libro ci regala anche importanti riflessioni sull’amore per la vita – la vita a qualunque costo – e sull’importanza di essere liberi di scegliere cosa fare della nostra vita. L’autodeterminazione come variabile cha cambia l’equazione della vita.

Chi è Giovanni? Giovanni è un In-Super-Abile. Una Persona che ha deciso di vivere nel miglior modo possibile. Convinto, come dice nell’ultima pagina del libro, che il meglio deve ancora venire.

E’ un punteruolo animato, che ha scardinato certezze ed obbligato chi si imbatte in lui a riflettere sul senso delle cose e sulla vita. Impossibile non accorgersi di Giovanni, perché Giovanni è un atleta della vita, uno che anche dopo la malattia che a 13 anni lo ha immobilizzato, non ha mai smesso di “correre”.

“Per merito mio”, piace ripetere a Giovanni, per ribadire la sua voglia di autodeterminazione, fattore chiave del suo percorso di cambiamento. Giovanni lotta per una vita che dipenda da lui, per il diritto di compiere le sue scelte di cambiamento, di uscire da casa quando vuole, di andare ai concerti, di poter fare il lavoro per il quale si è laureato e specializzato.

Nella vita, dice la storia di Giovanni, tutti dovremmo avere il diritto a volgere la prua verso l’alto e dirigerci verso l’orizzonte. Non accontentarci di rimanere ancorati alla boa, dando ad altri il timone delle nostre scelte.