4’33”

4’33” é un brano musicale di John Cage che ha una caratteristica: sono 4 minuti e 33 secondi di silenzio. L’eclettico artista ha costruito una composizione che costringe il musicista a non suonare. Il musicista resta in silenzio e ascolta. Solo così riesce a prestare attenzione a tutti i suoni circostanti. Ed i suoni, l’ambiente, i fruscii, i dettagli diventano musica. 

4’33” ci suggerisce come sia necessario “fermarci” per ripartire. Come sia fondamentale creare spazi di silenzio per prestare attenzione all’ambiente circostante e da questo prendere ispirazione per nuovi progetti. 

Cage usa la pausa per fermare il momento. Per concedere meno attenzione a sé stesso e a ciò che si sta facendo e per prestarla invece altrove. Per trovare <altrove> nuove idee di lavoro. 

È una risposta a quei manager sempre piu concentrati su di sé, impegnati più nel progetto che sul risultato, poco inclini ad ascoltare, attenti a dimostrare e sempre meno a ragionare, confrontare, relazionare. Ascoltare.

Manager che continuano a guardare il telefono anche quando sei di fronte a loro a spiegargli qualcosa di profondamente importante, mentre loro annuiscono ma non stanno seguendo una sola parola di ciò che dici.  Sono dentro il loro smartphone (che di smart ha sempre meno). Non c’è niente di più inutile e dannoso di un manager che a pranzo non abbia altri argomenti che i clienti, il budget, il business e sappia parlare solo di lavoro. Niente è più svilente di un interlocutore senza interessi, senza una passione. 

Si dice che il business spesso si fa a tavola, ma per fare business devi aver qualcosa di cui parlare che non sia solo business. 

In un mondo che va (inutilmente) veloce e che rifugge il silenzio creativo, si ha quasi paura di concedersi periodi di pausa lavorativa. Dimenticando il potere generativo delle pause. 

Non è un bravo manager chi risponde alle mail a mezzanotte o resta perennemente connesso per dimostrare attaccamento al lavoro e efficienza 24/24 non servono più a nessuno, nè mai sono serviti. Alimentano una catena di (im)produttività che esalta attività inutili generate di proposito in orari presidiati da nessuno. 

Si é perso il valore delle relazioni.  Si è perso il senso dell’essere autentici anche sul lavoro. L’importanza della connessione tra suoni e pensieri.

Per cambiare, dobbiamo dare alle cose la possibilità di contaminarci. Essere capaci di sperimentare periodi di <di-stacco> in cui dedicarci alla ricerca di nuove ispirazioni, nuove conoscenze, nuove relazioni, nuove esperienze da far confluire nel lavoro. Suoni, da trasformare in nuovi progetti. 

Un bravo manager si riconosce nel momento delle pause. 

Il manager generativo é capace di di-staccarsi, per dedicarsi ad attività che ossigenino il cervello, rigenerino idee, alimentino la curiosità, ricaricano di nuove energie.

Stressati  dagli impegni mal gestiti e frustrati dalla totale mancanza di creatività, si finisce per confondere i valori aziendali con i propri interessi.

Bisogna imparare a <di-staccare>. 

Creare spazi in cui i progetti possono aspettare, gli impegni possono prendere una pausa. Rallentare il ritmo e prestare attenzione ai suoni. Distaccarsi per farsi contaminare. Disconnettersi per riscoprire il valore delle connessioni.

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