70 Battiti d’ala al secondo

Tu sei un colibrì perché come il colibrì metti tutta la tua energia nel restare fermo

È così Marco, il protagonista del romanzo di Veronesi, che parla di cambiamento.

E lo fa mostrando il “dietro le quinte” del cambiamento di una persona che ce la mette tutta per non cambiare. Perché del cambiamento ha paura, teme possa scombinare la perfetta imperfezione della sua vita.

Ma accade, malgrado tutto, quel “quid” che lo porta a cambiare. Un po’ come tutte le crisi, arriva la scintilla che scompiglia i piani di resilienza e mette in moto il cambiamento.

Marco, il protagonista del libro è un colibrì, perché ha una caratteristica unica: il dono dell’immobilità. Batte le ali, continuamente, una fatica immane per rimanere fermo, piantato per aria. Sospeso, senza darsi un senso, senza dare un senso alle sue rinunce.

Settanta battiti d’ali al secondo, per rimanere fermo piantato nello stesso posto. Fermo, immobile, mentre la sua vita scorre densa di avvenimenti che avrebbero cambiato chiunque. Ma non lui.

Marco vive la sua vita così, muovendosi per stare immobile, rifuggendo il cambiamento. Mentre tutti vanno avanti, lui pratica una resilienza tenace, riavvolgendo continuamente il nastro all’indietro. Non solo lo ferma il tempo, addirittura meticolosamente insegue il tempo perduto.

Marco più che volare in avanti, vola all’indietro, esattamente come il colibrì.

Ma il suo battere d’ali, anche se non lo porta subito dove vorrebbe, muove comunque le cose attorno a lui. Ma lui, caparbio a mantenere il suo disequilibrio, con tutta la sua energia, lotta contro la sua consapevolezza. E questo lo fa stare fermo.

Sono stati scritti fiumi di parole sul cambiamento nel mondo delle organizzazioni. Come mai allora anche quando si è ben disposti a cambiare, poi, alla fine, non si cambia?

Perché come Marco, le organizzazioni, i manager, i sistemi economici mettono tutta la loro energia per rimanere fermi? Perché, pur parlando spesso di cambiamento, pur battendo le ali continuamente, molti restano immobili e addirittura volano indietro nel tempo ?

Forse un primo passo dobbiamo farlo nella nostra empatia con la parola cambiamento. Dobbiamo provare, prima di tutto, a cambiare il punto di vista lessicale. Il cambiamento è interpretato troppo spesso come un “via da” e non come un  “verso cosa

Chi è coinvolto nel processo di mutamento ha (forse) chiaro da cosa deve staccarsi, ma non cosa acquisisce. Delega il risultato, ma se ne assume il rischio. Decisamente un pessimo investitore. Destinato a disperdere il suo capitale.

Il cambiamento viene visto – e vissuto – come rinuncia a qualcosa di noto per muoversi verso l’ignoto, verso qualcosa la cui costruzione deleghiamo al destino. Peggio, deleghiamo al destino anche la capacità di immaginarlo quel cambiamento. Ed apotropoicamente, nemmeno ci proviamo ad immaginarlo.

Ed è questo che ci frena, che ci ancora a qualcosa che da cui vorremmo mutare. Che ci fa sbattere, inutilmente, le ali, 70 volte al secondo. Per paura anche solo di pensarlo il cambiamento.

Lo stare sempre fermi, facendo tutta quella fatica che fa Marco, praticando la resilienza come pratica di vita, non è la cura. E’ la ferita.

Il cambiamento per avvenire ha spesso bisogno di un evento improvviso, radicale e totalizzante, una vera e propria crisi. Krisis, parola, che significa proprio scelta consapevole.

Al colibrì Marco non sono mancate le crisi lungo tutta la sua tortuosa vita, anzi credo che ne abbia accumulate più di quanto capita mediamente. Ma non si mai fermato a chiamarle con il loro nome. Gli è mancato proprio questo per quasi tutta la sua vita, passata a cambiare il nome a tutto ciò che non voleva accettare. Fino al giorno in cui la consapevolezza gli presenta il conto della sua resilienza. E la ferita partorisce Miiraijjn. E Marco impara a cambiare il suo lessico. Si ferma, e finalmente cambia.

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