Il complesso dell’ostrica

<Siamo troppo attaccati allo scoglio, alle nostre sicurezze, alle lusinghe gratificanti del passato. Ci piace la tana. Ci attira l’intimità del nido. Ci terrorizza l’idea di rompere gli ormeggi, di spiegare le vele, di avventurarci in mare aperto. Se non la palude, ci piace lo stagno.>

Le parole di Don Tonino Bello sintetizzano benissimo quali sono le “trappole” che impediscono troppo spesso il cambiamento. La paura del fallimento.

Sappiamo di averne bisogno, sappiamo che la situazione lavorativa in cui ci troviamo non genera più effetti positivi, eppure ritardiamo il cambiamento.

Il cambiamento per realizzarsi necessità di spazio. Ha bisogno soprattutto di prendere <la giusta distanza> da ciò che non genera più azione positiva.

Ed invece siamo frenati da quello che Tonino Bello ha chiamato il Complesso dell’Ostrica.

Come l’ostrica, restiamo attaccati allo scoglio. Guardiamo ammirati il mare di nuove possibilità che si prospettano, ripetendoci ogni giorno il desiderio di mollare gli ormeggi.

Ma non lo facciamo, non prendiamo il largo, restiamo a riva attaccati allo scoglio, attaccati a ciò che non produce più valore. Il mare aperto di possibilità resta lì alla nostra portata. Ma non ci tuffiamo.

È difficile per noi rimanere sulla corda, camminare sui cornicioni, vivere abbandonando gli schemi di sicurezza.

Amiamo pagare una volta per tutte. Preferiamo correre soltanto per un tratto di strada. Ma poi, appena trovata una piazzola libera, torniamo alle nostre abitudini, alle nostre (anche se improduttive) certezze.

Il cambiamento ci chiama a lasciare l’area di sosta dei nostri parcheggi, per metterci sulla strada. Fermiamoci per un cambio gomme, ma poi rimettiamoci sulla strada.

Benché si dica il contrario, amiamo le cose costruite in serie. Amiamo l’area di sosta. L’innovazione insospettisce. Il pensiero generativo provoca scetticismo. La creatività intimorisce. Il cambiamento parte dall’accetta-zione del pluralismo, dal rispetto della molteplicità, dal rifiuto degli integralismi, dalla ricchezza della diversità.

Il cambiamento è fatto per chi vuole declinare i verbi al futuro, non al “passato imperfetto“.

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