Capii allora che per cambiare il mondo bisognava esserci

«Capii allora che per cambiare il mondo bisognava esserci». È dentro questa frase che si può leggere tutta la vita di Tina Anselmi. Una vita attraversata dalla convinzione che non basti osservare la realtà, indignarsi davanti alle ingiustizie o aspettare che siano altri a intervenire. Per cambiare le cose bisogna esserci. Entrare nei luoghi nei quali si decide, assumersi una responsabilità, prendere posizione e trasformare la propria presenza in azione politica.

Tina Anselmi lo comprese giovanissima, quando scelse di partecipare alla Resistenza come staffetta partigiana con il nome di Gabriella. E continuò a farlo per tutta la vita, nelle organizzazioni sindacali, nel partito, in Parlamento e nel Governo della Repubblica.

Non attraversò semplicemente le istituzioni: le cambiò, lasciando dentro di esse un’idea precisa della politica. Non l’esercizio individuale del potere, ma la responsabilità collettiva di rendere più giusta la vita delle persone.

Quando, nel luglio del 1976, divenne la prima donna ministra della Repubblica italiana, erano trascorsi trent’anni dalla nascita della Repubblica e, prima di lei, centinaia di uomini avevano ricoperto incarichi ministeriali.

La sua nomina rappresentò una frattura simbolica e politica profondissima. Una donna entrava finalmente nel Consiglio dei ministri. Ma Tina Anselmi non si limitò a essere la prima. Fece in modo che quella presenza producesse diritti, cambiamento e nuove possibilità per le altre donne.

Da ministra del Lavoro e della previdenza sociale promosse la legge sulla parità di trattamento tra uomini e donne nel lavoro. Fu un passaggio fondamentale nella costruzione della cittadinanza femminile, perché tradusse i principi costituzionali di uguaglianza in norme capaci di intervenire nella realtà concreta: nell’accesso al lavoro, nella retribuzione, nelle mansioni, nelle progressioni di carriera e contro le discriminazioni.

Tina Anselmi aveva compreso che il lavoro non è soltanto una fonte di reddito: è autonomia, libertà, dignità, possibilità di scegliere la propria vita. Aveva compreso anche che l’uguaglianza scritta nella Costituzione rischia di rimanere incompiuta quando non entra nei luoghi di lavoro, nelle famiglie, nelle relazioni economiche e nella distribuzione del potere.

Per questo la sua azione non fu soltanto quella di una donna arrivata per prima. Fu l’azione di una donna capace di aprire una strada per tutte quelle che sarebbero venute dopo.

La stessa visione attraversò il suo impegno come ministra della Sanità. Con Tina Anselmi al Ministero venne approvata, nel 1978, la legge istitutiva del Servizio sanitario nazionale: pubblico, universale e fondato sulla solidarietà: una delle più grandi riforme sociali della storia della Repubblica.

Prima di quella riforma, il diritto alla cura non era garantito nello stesso modo a tutte e a tutti. L’assistenza sanitaria dipendeva spesso dalla condizione lavorativa e dall’appartenenza a specifiche categorie mutualistiche.

Con il Servizio sanitario nazionale, la salute divenne pienamente un diritto della persona. Non una prestazione riservata a chi poteva permettersela, a chi svolgeva un determinato lavoro o a chi apparteneva alla categoria giusta.

In quella scelta c’era una visione alta della Repubblica: nessuno deve essere lasciato solo davanti alla malattia; nessuno deve rinunciare a curarsi perché è povero; la dignità di una persona non può dipendere dal suo reddito, dalla sua professione, dal luogo in cui è nata o dalla famiglia alla quale appartiene.

Il Servizio sanitario nazionale nacque da una precisa idea di società e dalla capacità della politica di trasformare un principio costituzionale in un’istituzione concreta. Ed è proprio per questo che difendere oggi la sanità pubblica significa difendere quella stessa idea di democrazia.

Quando l’accesso alle cure torna a dipendere dalla disponibilità economica, quando chi può paga e chi non può aspetta o rinuncia, non si indebolisce soltanto un servizio: si incrina il principio di uguaglianza sul quale è costruita la Repubblica.

La figura di Tina Anselmi e il suo agire attraversano ancora oggi le nostre vite, ma soprattutto continuano a indicarci una direzione.

Tina Anselmi possedeva fermezza, coraggio e una profonda capacità riformatrice. Ma aveva anche una delle qualità più alte della leadership generativa: la capacità di tenere insieme persone, posizioni e sensibilità differenti senza smarrire la direzione.

La sua non era mai una mediazione al ribasso. Non consisteva nel cancellare le differenze, attenuare ogni conflitto o rinunciare alle proprie idee pur di raggiungere un accordo. Era la capacità di unire la chiarezza dell’obiettivo alla pazienza necessaria per costruire il consenso intorno a una riforma.

Perché la buona mediazione politica non è un compromesso che riduce la forza di un’idea. È la ricerca del punto nel quale posizioni diverse possono concorrere alla costruzione di un risultato più avanzato. È la capacità di ascoltare senza perdere la propria voce, di dialogare senza rinunciare ai propri valori, di trasformare il confronto in decisione.

Tina Anselmi sapeva che una riforma non vive soltanto nella bontà di un’idea. Vive nella capacità di farla camminare dentro le istituzioni, di costruire alleanze, superare resistenze, tenere insieme le persone e trasformare una visione in una conquista concreta.

La leadership, nel suo agire, non consisteva nell’occupare uno spazio, ma nel dare a quello spazio una direzione. Era capacità di ascoltare, costruire e generare cambiamento, senza mai smarrire la chiarezza dell’obiettivo.

Tina Anselmi ci lascia un esempio che dobbiamo saper far rivivere ogni giorno: si può essere radicali negli obiettivi e responsabili nel metodo; determinati nei valori e capaci di ascolto; saldi nella propria appartenenza e, nello stesso tempo, consapevoli che le grandi conquiste collettive richiedono la costruzione di un terreno comune.

La sua vita ci consegna soprattutto una lezione sul valore della presenza delle donne nelle istituzioni. Esserci è indispensabile, ma non è sufficiente. La presenza acquista un significato politico quando cambia le priorità, modifica le regole, allarga i diritti e apre porte che prima erano chiuse.

Tina Anselmi non entrò nelle istituzioni per dimostrare che anche una donna poteva governare come avevano sempre fatto gli uomini. Entrò per portare dentro il Governo uno sguardo diverso sul lavoro, sulla salute, sulla dignità, sull’uguaglianza e sulla responsabilità pubblica.

Ricordarla significa assumere il suo esempio come misura della politica che vogliamo costruire. Una politica che non si limita a raccontare i problemi, ma prova a risolverli. Che non considera i diritti un costo, ma la sostanza stessa della democrazia. Che non confonde la mediazione con la rinuncia. Che sa trasformare la competenza in decisione, il potere in responsabilità e la presenza in cambiamento.

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