Guccini e la libertà delle donne: perché <Piccola storia ignobile> è ancora così attuale

Ci sono canzoni che appartengono al tempo in cui sono state scritte e altre che, ogni volta che le riascoltiamo, ci costringono a domandarci quanto davvero quel tempo sia passato. Piccola storia ignobile di Francesco Guccini è una di queste.

È il 1976. In Italia l’aborto è ancora un reato e la legge 194 arriverà soltanto due anni dopo, nel 1978, al termine di una lunga battaglia politica e soprattutto femminista che avrebbe cambiato profondamente il rapporto tra le donne, il proprio corpo e lo Stato.

Guccini sceglie di raccontare quella storia non dalla parte della legge, non dalla parte della morale e nemmeno dalla parte della famiglia che giudica, ma dalla parte di una donna. Ed è forse proprio questo che rende la canzone ancora oggi così potente.

Non c’è una protagonista eroica e non c’è una donna trasformata in simbolo. C’è una ragazza immersa nella normalità di un mondo che ha già deciso per lei che cosa sia giusto, che cosa sia sbagliato, che cosa una donna possa desiderare e soprattutto di che cosa debba vergognarsi. Una gravidanza indesiderata diventa così molto più di un fatto privato, perché diventa il punto nel quale si incontrano il corpo delle donne, il controllo sociale, la famiglia, la sessualità, il potere e, soprattutto, il giudizio.

Dentro quella “piccola storia” c’è infatti un’intera cultura. C’è il padre per il quale ciò che è accaduto diventa disonore; c’è una madre che sembra avere interiorizzato a sua volta l’educazione ricevuta, il pudore, il sacrificio e una concezione della sessualità femminile nella quale il desiderio quasi non trova diritto di cittadinanza. C’è l’uomo che può sottrarsi e c’è lei, che resta con il proprio corpo, con la paura, con una scelta difficile e con la necessità di trovare una soluzione mentre intorno a lei tutti sembrano preoccuparsi più della morale che della sua vita.

È qui che Guccini compie, per quegli anni, un gesto potentemente politico. Non racconta quella donna come una peccatrice, ma non la racconta nemmeno soltanto come una vittima. La racconta come una persona, ed è forse questo l’elemento più radicale.

Quella ragazza ha desiderato, ha scelto, ha vissuto la propria sessualità, ed è proprio questa libertà che la società che la circonda sembra incapace di perdonarle. Per secoli abbiamo costruito intorno al desiderio femminile una gigantesca architettura di silenzi, dentro la quale il desiderio degli uomini veniva considerato naturale mentre quello delle donne doveva essere contenuto, la sessualità maschile diventava esperienza mentre quella femminile diventava reputazione, la maternità veniva raccontata come destino molto più spesso che come scelta. Quando qualcosa rompeva questa geometria, quasi sempre era la donna a doverne portare il peso.

La forza di Piccola storia ignobile sta proprio nello smascherare questa asimmetria. Un uomo può andarsene, mentre una donna rimane dentro la conseguenza. Un uomo può dimenticare, mentre una donna deve spiegare. Un uomo può vivere il proprio desiderio senza che questo definisca per sempre il suo valore sociale, mentre una donna rischia ancora di essere giudicata interamente a partire dal proprio corpo.

È una storia del 1976, eppure basta ascoltarla oggi per accorgersi che alcune domande sono ancora davanti a noi. Chi decide sul corpo delle donne? Chi stabilisce quali scelte siano moralmente accettabili? Quanto spazio siamo davvero disposti a riconoscere all’autodeterminazione femminile quando quella libertà entra in conflitto con le nostre convinzioni? E siamo capaci di rispettare la libertà delle donne anche quando produce una scelta diversa da quella che avremmo compiuto noi?

Perché l’autodeterminazione è semplice da difendere quando coincide con ciò che approviamo. Ma diventa un diritto collettivo quando siamo disposti a difenderla anche quando non coincide con la nostra idea di vita.

La legge 194 ha rappresentato una conquista enorme proprio perché ha sottratto l’interruzione volontaria di gravidanza alla clandestinità e ha riconosciuto alla donna uno spazio di decisione dentro un percorso pubblico di tutela della salute. Ha affermato un principio essenziale: non può essere la paura, la vergogna, la condizione economica o il giudizio sociale a decidere al posto di una donna.

Ma le leggi, da sole, non cancellano le culture. Una parte della battaglia femminista continua ancora oggi a svolgersi esattamente lì, nel diritto delle donne a non essere considerate incapaci di scegliere per se stesse e nel diritto ad attraversare anche le decisioni più difficili senza essere trasformate in imputate.

Significa difendere il diritto a essere madri e il diritto a non esserlo, il diritto a desiderare e quello di cambiare idea, il diritto a vivere la propria sessualità senza che questa diventi la misura della propria dignità. Significa, soprattutto, riconoscere che la libertà riproduttiva non è un privilegio concesso dalla società, ma parte piena della cittadinanza delle donne.

Forse è per questo che il titolo scelto da Guccini continua a colpire così profondamente. Quella storia è “piccola” solo perché, vista da lontano, potrebbe sembrare una vicenda privata, una delle tante destinate a rimanere chiuse dentro una famiglia. Ma è proprio nelle vite considerate piccole che spesso si manifestano le grandi strutture del potere.

E l’“ignobile” non è la donna. Ignobile è la società che la lascia sola, è un sistema nel quale la vergogna cade quasi sempre dalla stessa parte, è una morale che giudica il comportamento femminile molto più severamente di quello maschile. Ignobile è costringere una persona alla clandestinità proprio nel momento in cui avrebbe maggiormente bisogno di sicurezza, assistenza e ascolto.

Le grandi canzoni fanno questo: non ci consegnano risposte comode, ma conservano domande capaci di attraversare il tempo. Guccini, quasi cinquant’anni fa, raccontò una donna senza appropriarsi della sua voce, senza trasformarla in una caricatura e soprattutto senza giudicarla. Scelse di stare dalla parte della sua umanità.

Il poeta bolognese descrisse il corpo di una donna come luogo della sua libertà, una libertà complessa, qualche volta dolorosa, certamente responsabile, ma che resta sua.

Ed è impressionante pensare che una canzone scritta nel 1976 continui ancora oggi a ricordarcelo e a costringerci a guardare quanto di quella legge 194 ancora oggi non è attuata a distanza di 40 anni.

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