Donne e ragazze nella scienza: il divario di genere non è destino, ma una responsabilità politica

L’11 febbraio ricorre la Giornata internazionale per le donne e le ragazze nella scienza. Non una celebrazione rituale, ma un promemoria scomodo.

È un’occasione per riflettere e sensibilizzare sul ruolo fondamentale che scienziate e ricercatrici svolgono nello sviluppo delle conoscenze nelle discipline STEM – science, technology, engineering e mathematics – in un contesto in cui tecnologia, dati e innovazione incidono sempre di più sulla qualità della vita, sul lavoro e sulla competitività dei Paesi.

Eppure, proprio in questi ambiti strategici, la parità di genere è ancora lontana dall’essere raggiunta.

Il divario nelle discipline scientifiche non è un fatto naturale, né una semplice disuguaglianza statistica: è il prodotto di scelte culturali, sociali ed economiche che continuano a penalizzare le donne lungo tutto il percorso, dall’istruzione all’accesso al lavoro qualificato, fino ai luoghi del potere scientifico e tecnologico.

I numeri parlano chiaro. Le ragazze studiano, si laureano, spesso con risultati migliori dei loro colleghi uomini. Nella fascia 16-19 anni, la quota di ragazze con competenze informatiche almeno di base è persino superiore a quella dei ragazzi. Questo vantaggio, però, non si traduce automaticamente nella scelta dei percorsi STEM, soprattutto nei settori ICT, quelli oggi più avanzati e meglio retribuiti.

Man mano che si sale nella gerarchia accademica e professionale, le donne scompaiono. Meno ricercatrici strutturate. Meno direttrici di dipartimento. Meno scienziate alla guida di progetti strategici. Meno presenza nei settori tecnologici più innovativi.

È il soffitto di cristallo della scienza: invisibile, ma solidissimo.

La rapidità dello sviluppo tecnologico rende questo divario ancora più grave. Secondo il World Economic Forum, le competenze che cresceranno maggiormente nei prossimi anni riguardano l’intelligenza artificiale, i big data, la cybersecurity, la sicurezza delle reti e l’alfabetizzazione tecnologica. Ambiti che saranno centrali per l’occupazione e per le politiche industriali.

Anche l’Unione Europea ha individuato queste competenze come decisive, avviando il Digital Decade Policy Programme 2030, con l’obiettivo di raggiungere almeno l’80% della popolazione adulta con competenze digitali di base entro il 2030. Nel 2025, però, il divario rispetto a questo target supera ancora i 20 punti percentuali.

Su questi dati incidono istruzione, condizione economica, status occupazionale e contesto territoriale. Ma incide anche il genere.

Nella popolazione adulta, gli uomini mostrano livelli di competenze digitali leggermente superiori alle donne. Tra i più giovani, invece, la tendenza si ribalta: le ragazze registrano percentuali più alte dei ragazzi. È un fenomeno diffuso in quasi tutti i Paesi europei.

Eppure, questo vantaggio iniziale non si traduce in pari opportunità professionali.

In Italia, solo il 4% dei lavoratori è impiegato nel settore ICT, una delle percentuali più basse in Europa. Di questi, appena il 17,1% sono donne. Un dato che racconta una segregazione di genere profonda proprio nei settori che guidano lo sviluppo economico.

Secondo ISTAT, i laureati STEM tra i 30 e i 34 anni hanno il tasso di occupazione più alto in assoluto (88,9%). Ma anche qui il divario di genere persiste: all’interno dell’area STEM, la differenza occupazionale è più marcata nelle scienze e matematica e si riduce, senza annullarsi, in informatica e ingegneria.

Il problema, quindi, non è l’utilità delle discipline STEM. È l’accesso diseguale.

Questo divario non nasce nei laboratori. Nasce molto prima. Nasce nelle aspettative sociali e familiari che orientano le scelte educative. Nasce in una scuola che spesso non riesce a contrastare gli stereotipi di genere.
Nasce nel fatto che le studentesse tendono ad avere meno fiducia nelle proprie capacità in matematica e nelle materie scientifiche, nonostante, quando questa fiducia c’è, i risultati siano del tutto comparabili a quelli dei coetanei maschi.

Nasce, infine, in un sistema che continua a scaricare sulle donne il lavoro di cura, rendendo la genitorialità un ostacolo alla carriera invece che una responsabilità collettiva.

L’irruzione dell’intelligenza artificiale rischia di amplificare ulteriormente il divario di genere se non governata. Gli algoritmi non sono neutrali: apprendono dai dati esistenti e replicano – spesso rafforzandoli – gli squilibri sociali già presenti. Se le donne sono sottorappresentate nei settori ICT, nei team che progettano sistemi di intelligenza artificiale e nei luoghi decisionali che ne regolano l’uso, il rischio è che l’IA incorpori pregiudizi di genere nelle modalità di selezione del personale, nell’accesso al credito, nei sistemi di valutazione, nella sanità, nella sicurezza.

Inoltre, le professioni più esposte all’automazione coincidono spesso con lavori femminili a bassa tutela e ad alta precarietà, mentre i ruoli legati allo sviluppo, alla gestione e al controllo delle tecnologie emergenti restano prevalentemente maschili. Senza politiche di formazione, riqualificazione e partecipazione paritaria, l’intelligenza artificiale non sarà uno strumento di emancipazione, ma un moltiplicatore delle disuguaglianze esistenti.

La scienza infatti non è neutra. Chi produce conoscenza decide quali domande contano, quali problemi meritano risorse, quali soluzioni diventano politiche pubbliche. Escludere le donne dalla scienza significa impoverire la ricerca, limitare l’innovazione, rinunciare a uno sguardo plurale sul mondo.

Significa costruire progresso senza giustizia.

Per questo è necessario rivendicare un cambio di paradigma. Non bastano slogan o celebrazioni. Servono politiche pubbliche strutturali, che supportino: l’orientamento scolastico libero da stereotipi; investimenti nella ricerca con criteri di equità di genere; sostegno reale alla conciliazione tra vita e lavoro; trasparenza nei percorsi di carriera; contrasto alle discriminazioni salariali; modelli femminili visibili e riconosciuti.

L’11 febbraio non ci basta dire retoricamente <più donne nella scienza>.

Questo spazio va costruito. Bisogna creare le condizioni perché le donne possano restare, crescere, decidere. Perché l’accesso alla conoscenza e al potere scientifico è una questione di democrazia.

La scienza ha bisogno delle donne. Le donne hanno diritto alla scienza. E noi abbiamo il dovere politico di rendere questo diritto effettivo, qui e ora.

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