Correttezza: assomigliare alle parole che si dicono

La correttezza è un tema molto complesso che erroneamente si dà per semplice. E’ infatti una parola poliedrica che viene utilizzata molto spesso. E non sempre in modo ‘corretto’.

Nel dizionario il primo significato associato al termine correttezza è la <mancanza di errori>. Ed invece gli errori sono necessari perché ci mettono sulla strada dell’innovazione e sono quindi elementi necessari al cambiamento.

Gli errori accadono, sono inevitabili in qualsiasi percorso. La loro mancanza è un segnale di non azione. Correttezza è allora nella prospettiva con cui guardiamo ad essi: come un ostacolo o come un maestro da cui imparare.

La correttezza non sta infatti nella mancanza che accade, ma nell’occasione che cogliamo di apprendere la lezione che ogni errore porta con sé.

Ed allora la correttezza non è ciò che tende alla perfezione, ma ciò che fa accadere le buone trasformazioni.

Ci sono anche errori – e sono i più insidiosi – che facciamo per paura di fare altri errori. E lo facciamo pensando di agire in correttezza. Quando invece sottraendoci, tradiamo la nostra possibilità di crescita e di formazione di consapevolezza feconda.

Correttezza è coltivare gli errori ‘fecondi’, quelli che ci fanno abbandonare la nostra zona comfort, spesso irta di pregiudizi e convinzioni limitanti.

Ed allora il punto di partenza per correggere le mancanze è sempre porsi nella giusta prospettiva: mai identificare l’errore con la persona o con la singola situazione.

Siamo invece abituati a classificare le mancanze guardando alle conseguenze più che ai processi che innescano. Concentrandoci sulle conseguenze e sulle colpe e non invece sulle trasformazioni che genera nel nostro sistema di consapevolezze, creando anche gli alert necessari a leggere diversamente, sotto una nuova prospettiva, le cose che accadono.

Per leggere in modo nuovo la <correttezza> nel nostro divenire.

Questo fa sì che siamo più inclini a vedere gli inevitabili stop della vita attraverso il filtro negativo, guardando unicamente alle conseguenze. E non alle lezioni che ci permette di apprendere, a quelle correzioni che ci permettono di crescere.

Così facendo corriamo il rischio di trascurare il fatto che gli sbagli non sono negativi in sé. Anzi molti percorsi fuori strada hanno proprio il valore di innescare il cambiamento e la crescita.

Ciò che è negativo è solo lo sbaglio ‘che non metabolizziamo’ usandolo come pungolo per la nostra evoluzione.

Per costruire quella correttezza che parte prima di tutto dentro noi stessi.

Il distaccarsi da quella che solo fideisticamente viene interpretata come correttezza viene visto come qualcosa da evitare rigorosamente. E non invece come un formidabile punto di partenza per dare il via ad una trasformazione generativa.

Per farlo basta cambiare la prospettiva e fare risuonare la parola non-correttezza nella giusta accezione suggerita dalla sua etimologia: deviare dalla strada per trovarne un’altra.

La ricerca della correttezza ci permette allora di tracciare una nuova mappa nella nostra conoscenza, aprendoci finestre nuove. E spostando un pò oltre l’orizzonte delle nostre convinzioni. Diventa una guida per la creatività e l’innovazione.

Per imparare e correggere la rotta occorre farsi sorprendere, meravigliare. E lavorare sulla nostra vulnerabilità come seme di errori fecondi e sulla consapevolezza come condizione necessaria ad abilitare il cambiamento. 

La correttezza riletta così diventa il percorso che ci avvicina alla nostra autenticità.

Ma perché la deviazione sia generativa, occorre mantenere sempre saldo il baricentro sui valori e sull’etica. E non su quelli soggettivi, ma sui valori condivisi.

Sono proprio i valori condivisi che danno senso e confini alla correttezza.

E’ un modo di intendere la correttezza che ci riporta al significato profondo di consapevolezza, che vuol dire <stare dentro le cose>, comprendere sempre quello che ci succede, non per evitare le mancanze, ma per trarre il massimo da ogni esperienza, anche da quelle che non arrivano (apparentemente) al risultato auspicato. Talvolta anche perché non era il percorso sbagliato, ma era l’obiettivo a <non essere corretto>, a non essere adeguato. 

Il termine correttezza va infatti misurato in relazione non a quanto si avvicina alla perfezione, ma in relazione a quanto ci avvicina alla nostra autenticità e ai nostri valori.

Il termine correttezza va riletto in relazione alla nostra ‘preziosa imperfezione’. La correttezza diventa allora metro di misura dei nostri confini valoriali. Siamo corretti quanto più siamo autentici e agiamo in coerenza con la nostra struttura valoriale.

La correttezza definisce i confini dentro di noi ma soprattutto i confini della relazione con gli altri.

Correttezza è infatti sinonimo di lealtà. Ed è nella differenza tra fedeltà (alle persone) e lealtà (ai valori) che si crea valore nel cambiamento.

Correttezza significa assomigliare alle parole che si dicono. E’ riflettere nell’azione i valori che sono il fondamento dei nostri pensieri.

La correttezza, in qualsiasi contesto, e ancor di più nei contesti relazionali, è il mattone di base su cui si costruisce la fiducia.

La correttezza è dunque una componente importante nelle persone, una componente che lavora sul sistema emozionale, che fa emergere la nostra autenticità, ma anche la nostra capacità di leadership.

<Siate giusti e avrete un grande seguito>. Nell’essere giusti, c’è il senso della correttezza della leadership che costruisce la sua efficacia sulla condivisione dei valori e sulla capacità di sviluppare i talenti nei collaboratori, anche attraverso il pungolo a tirar fuori la capacità di sperimentare, a portare fuori tutto il proprio potenziale per mettersi veramente in gioco.

La correttezza diventa allora modalità di comportamento verso gli altri che si alimenta del rispetto e della fiducia. Che punta a generare, a costruire quelle connessioni necessarie alla crescita.

Diventando moto perpetuo: perché la correttezza porta correttezza come risposta.

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