La leadership sportiva in un inchino

L’omaggio delle altre sportive ad una <piccola grande Donna>, che è un esempio di come, con impegno e perseveranza, si può invertire la rotta del proprio destino.

Rebeca Rodrigues de Andrade è nata in una favela di San Paolo, da una ragazza madre insieme ad altri 7 tra fratelli e sorelle.

A quattro anni inizia ‘per caso’ a frequentare una palestra accompagnando la zia che vi lavora come inserviente.

Ma Rebeca si appassiona alla ginnastica ed in più ha talento. Molto. E sarebbe davvero un peccato non potere esprimerlo.

In famiglia non ci sono i soldi per farla proseguire negli allenamenti. Ma Rebeca non molla e riesce a vincere una borsa di studio per bambine provenienti da contesti difficili. E così ad appena 10 anni lascia la famiglia ed entra al Centro di Eccellenza di Ginnastica del Paranà. 

L’anno dopo Rebeca firma il suo primo contratto con la squadra di ginnastica juniores del Flamengo. Debutta nelle gare mondiali ad appena 13 anni vincendo i campionati juniores del Brasile. 

Da lì è un crescendo di risultati, sebbene alcuni gravi infortuni che la fermano per ben 3 volte. Sino a queste Olimpiadi dove sale nel gradino più alto del podio.

Rebeca ha stretto la sua prima medaglia olimpica omaggiata dell’inchino di Simone Beils (medaglia d’argento) e di Jordan Chiles (medaglia di bronzo).

Una scena che ha incarnato i migliori valori dello sport e quelli dello spirito olimpico.

Un bellissimo gesto di fair play che da solo racconta quanta umanità, spessore e rispetto può esistere dentro lo sport, ed in questo caso tra donne che hanno affrontato percorsi di crescita similari.

E’ un gesto di grande potenza visiva, di riconoscimento simbolico del rispetto di fronte a qualcuno che oggi è stata più brava di te.

Anche se ti chiami Simone Biles e sei la leggenda vivente di questo sport.

Simone Beils che poi ripete questo gesto anche con le italiane Alice D’Amato e Manila Esposito, rispettivamente medaglia d’oro e d’argento alla trave olimpica. Sottolineando come nello sport si vince comunque, anche quando non si sale in vetta al podio. 

Anche Simone è cresciuta con una storia ‘difficile’, dopo che da piccolissima fu tolta insieme alla sorella alla madre che aveva problemi di tossicodipendenza e data in affido ad una famiglia, per poi essere adottata dai nonni. 

Ma il guizzo artistico di Simone si è da sempre imposto. Ad appena 16 anni, Biles presentò un salto che nessuno aveva mai fatto prima: il cosiddetto Biles I. È l’unica campionessa che ha ben 5 esercizi che portano il suo nome: due al corpo libero, uno alla trave e due al volteggio.

Ma la storia di Simone Biles è segnata da un gesto di dolore e di coraggio per tutte le donne. 

Nel 2018 fu infatti una delle atlete che denunciarono di essere state abusate sessualmente dall’ex medico della nazionale statunitense di ginnastica Larry Nassar. Biles, non ebbe paura di fermare la sua carriera sportiva, e testimoniò contro Nassar in tribunale e davanti al Senato, contribuendo alla sua condanna.

Alle Olimpiadi di Tokio del 2021, Simone si ferma durante un esercizio ed annuncia il suo ritiro. Portando in evidenza un altro tema che investe spesso le competizioni sportive: la salute mentale dei giovani atleti spesso troppo compressi dall’obiettivo del risultato <a tutti i costi>.

Ma Simone Biles ha superato anche questa e quest’anno è tornata alle Olimpiadi di Parigi, dove anche se ha sbagliato un esercizio alla trave, ha vinto dimostrando che quel che più di tutto conta è essere lì a festeggiare le altre. A festeggiare sè stessa.

Un gesto eccezionale ripetuto per ben 2 podi in cui Simone Biles ha voluto in qualche modo <celebrare> la felicità di essere – e di nuovo – alle Olimpiadi avendo superato prove di vita enormi.

Simone e Rebeca raccontano il valore dell’antifragilità, quel valore aggiunto che viene dall’elaborazione delle ferite e la trasformazione di esse come leva per valorizzare sé stesse.

Per noi la leadership di queste Olimpiadi è lei. A lei ci inchiniamo.

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