Vince chi risolve

<Smettiamola di pensare a quello che manca. Ci dobbiamo divertire. Guardiamo a ciò che abbiamo, non a quello che manca>

Cosi Julio Velasco in un’intervista a caldo subito dopo il suo ennesimo capolavoro: la finale per la pallavolo femminile che oggi ha centrato l’Oro olimpionico.

Lui, il <maestro>, colui che ha vinto tutto senza volere vincere <a tutti i costi>, ancora una volta ha dato una lezione a tutti. 

<La pallavolo e il giornalismo devono smettere di parlare dell’oro che manca. Si vede sempre quello che manca, è uno sport tutto italiano, l’erba del vicino è sempre più verde. L’oro olimpico quando arriverà arriverà: ci sono tante squadre forti, si può vincere e si può perdere>. 

Poche parole che sono un commento a queste Olimpiadi, in cui tante atlete hanno affermato il loro orgoglio per essere lì alle Olimpiadi, pur se ‘riprese’ da commentatrici incredule e invidiose. 

Si, perché alla base di un commento denigratorio ci sta l’invidia negativa (perché esiste invece anche un’invidia ‘positiva’ che è quella che ci fa alzare l’asticella del nostro talento). L’invidia negativa è quella che non riesce a vedere il sentimento che sempre sta dentro le cose. Come la meraviglia di essere – a 19 anni – lì a vivere e viversi la prima occasione olimpica (https://cleolicalzi.it/2024/07/31/il-giorno-piu-bello-di-benedetta/).

La risposta ai troppi commenti a contorno di queste Olimpiadi di quarti posti per gli atleti italiani, ce la dà sempre Julio Velasco in una sua lezione in un corso di leadership di qualche anno fa in cui facendo riferimento al ruolo di schiacciatori ed alzatori parlò di quanto possa essere nefasta nei team (sportivi o di lavoro, ma anche in politica) la <cultura degli alibi>

In una sua celeberrima lezione di leadership, Julio Velasco provocatoriamente diede la responsabilità della sconfitta all’elettricista. <L’attaccante schiaccia fuori perché la palla non è alzata bene. A sua volta l’alzatore non è stato preciso per colpa della ricezione. A questo punto i ricettori si girano a guardare su chi scaricare la responsabilità. Ma non possono chiedere all’avversario di battere facile, in modo da ricevere bene. Così dicono di esser stati accecati dal faretto sul soffitto, collocato dall’elettricista in un punto sbagliato. In pratica, se perdiamo è colpa dell’elettricista>.

Nella maggior parte dei team vige in misura più o meno importante la Cultura degli Alibi. Imperante anche in politica.

Questa attitudine mentale che fa sì che nessuno si prenda la responsabilità di ciò che ha fatto e di ciò che può fare per migliorare.

Scaricare la colpa su altri porta alla cristallizzazione del mancato raggiungimento degli obiettivi. L’alibi impedisce di percorrere la strada del miglioramento. Quella che ha portato la squadra di Velasco sino all-impresa storica del primo Oro Olimpico nella pallavolo femminile.

Per Velasco la cura alla cultura dell’alibi è allenare il team ed il singolo alla responsabilità.

<La regola che ho sempre dato ai miei giocatori è: gli schiacciatori non parlano dell’alzata in nessun modo, la risolvono>.

Per Velasco, compito di ciascuno di noi non è far parte della discussione, ma contribuire a raggiungere l’obiettivo.

Ma c’è un’altra lezione che Julio Velasco ci offre. Velasco è stato per anni allenatore della nazionale maschile. Quando è passato ad allenare le donne ha dovuto modificare il suo modo di guidare la squadra proprio studiando la differenza e facendo di questa un valore.

In una sua intervista disse <Se pretendiamo che le femmine imparino come imparano i maschi forse sbagliamo noi, perché sono donne, sono diverse. Dobbiamo cambiare noi, non possiamo appoggiarci alla nostra esperienza di giocatori maschi o di gruppi maschili perché le dinamiche sono diverse, spetta a noi capire, i buoni allenatori del femminile riescono a fare questo. Io voglio giocatrici autorevoli, che non si accontentano di fare quello che io dico. Voglio che loro sappiano di pallavolo e mettano in campo quel sapere. Se io so di pallavolo e loro no, che maestro sono? Autonomia significa più responsabilità, anche quando secoli di cultura patriarcale ti hanno trasmesso che non devi invadere spazi ma devono chiedere che vengano ‘concessi’. La cosa migliore, perché questa rivoluzione in atto nella società si completi, è far sì che le donne si prendano gli spazi, non che glieli diamo noi. >.

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