In un tempo attraversato da conflitti permanenti, esposizione mediatica costante e pressione decisionale continua, la politica rischia di confondere la forza con la rigidità e la determinazione con l’arroganza. Eppure la competenza strategica più necessaria oggi non è soltanto tecnica: è emotiva.
L’intelligenza emotiva – concetto portato al centro del dibattito pubblico da Daniel Goleman – non riguarda una generica gentilezza o disponibilità d’animo. È invero la capacità di riconoscere, comprendere e regolare le proprie emozioni e quelle collettive, trasformandole in direzione e in strumento di connessione generativa. Ed è l’infrastruttura invisibile della leadership.
Nella politica, dove il conflitto è fisiologico, l’intelligenza emotiva diventa una competenza democratica. Non elimina la dialettica, ma la rende abitabile. Insegna a distinguere tra dissenso e delegittimazione, tra critica e attacco personale, tra tensione e minaccia. In un’epoca di polarizzazione permanente, è proprio la differenza tra reattività e regolazione emotiva a segnare il confine tra leadership responsabile e leadership distruttiva.
Il cuore di questa competenza è l’ascolto attivo. Non l’ascolto rituale, non la consultazione formale, ma la disponibilità autentica a sospendere il proprio punto di vista per comprendere quello dell’altro. L’ascolto attivo è difatti presenza, attenzione non giudicante, capacità di riformulare ciò che si è compreso, apertura alla possibilità di essere trasformati da ciò che si ascolta. È un atto di umiltà e, proprio per questo, di potenza. Perché la politica è davvero forte quando non teme di apprendere.
Essere umili non significa essere deboli. Significa riconoscere che nessuna leadership possiede da sola la verità e che ogni decisione pubblica nasce da una trama complessa di bisogni, paure, aspirazioni. Prima di governare costruendo risposte concrete, bisogna avere l’umiltà di riconoscere. Riconoscere il disagio sociale, le fratture territoriali, le diseguaglianze strutturali. Riconoscere anche i propri limiti.
Una politica che vuole essere generativa deve nutrirsi dei contraddittori. Deve attraversare le dialettiche senza scadere nella conflittualità ideologica. Deve crescere passo dopo passo insieme alla comunità che rappresenta. L’umiltà è la condizione dell’autorevolezza, perché consente di costruire fiducia e di rendere le istituzioni permeabili alla realtà.
Ascoltare attivamente significa anche saper leggere le emozioni collettive. Le domande che emergono dai territori non sono mai soltanto tecniche: sono cariche di insicurezza economica, di desiderio di riconoscimento, di bisogno di protezione. Senza intelligenza emotiva si rischia di produrre norme formalmente corrette ma emotivamente distanti. L’ascolto, invece, consente di trasformare il vissuto in politica pubblica, di tradurre la complessità in decisione, di restituire senso di appartenenza.
Anche nella gestione dello stress l’intelligenza emotiva è decisiva. La pressione mediatica, le critiche, la velocità del ciclo comunicativo possono generare chiusura e aggressività. L’autoconsapevolezza permette di riconoscere il sovraccarico, di distinguere tra urgenza reale e urgenza percepita, di evitare che la fatica si trasformi in durezza. Governare sé stessi è il primo atto del governare la comunità.
In una fase storica segnata da trasformazioni tecnologiche rapide e da una crescente distanza tra istituzioni e cittadini, la tentazione è oscillare tra tecnocrazia fredda e populismo emotivo. L’intelligenza emotiva rappresenta l’equilibrio tra queste derive: impedisce la disconnessione elitista e la manipolazione delle paure. Tiene insieme competenza e relazione, visione e umanità.
La politica deve imparare a essere umile per essere potente. Potente non nel senso del dominio, ma della capacità di generare futuro. Deve imparare ad ascoltare davvero, ad attraversare i conflitti senza irrigidirsi, a crescere con la comunità che rappresenta. La leadership più solida non è quella che alza la voce, ma quella che sa creare connessioni, costruire fiducia, trasformare le differenze in energia comune.
L’intelligenza emotiva non è un accessorio della leadership: è la sua infrastruttura invisibile. Ed è forse la chiave per rendere la politica più vicina ai cittadini, più credibile, più generativa.
Più vincente, se per vincente intendiamo – come dovrebbe essere – una politica partecipata, capace di ridurre le disuguaglianze e di perseguire con coerenza il bene collettivo.