Nel 1996 l’Italia compì una delle più importanti svolte di civiltà della sua storia repubblicana. Con l’approvazione della Legge 15 febbraio 1996 n. 66, la violenza sessuale cessò di essere considerata un reato contro la morale pubblica e divenne finalmente un reato contro la persona.
Non fu soltanto una modifica tecnica del codice penale, ma un cambiamento profondo di paradigma: al centro non c’era più un’idea astratta di ordine morale, ma la libertà, la dignità e l’autodeterminazione delle donne. La loro libertà di scelta.
Quella legge nacque da un patto tra donne. Un patto politico, trasversale, un’alleanza tra donne di diverse appartenenze partitiche che decisero di unire le forze, superando divisioni e logiche di schieramento, per affermare un principio non negoziabile: il corpo delle donne non è proprietà di nessuno.
Fu scritta allora una pagina inedita di autonomia e coraggio femminile. Non fu facile, ma l’idea di capovolgere il metodo mise in angolo i conflitti tra gruppi, gli individualismi e le contrapposizioni ideologiche.
Fu una battaglia culturale prima ancora che legislativa. Una battaglia condotta nelle aule parlamentari, nelle piazze, nei movimenti, nelle associazioni. Una conquista che parlava a tutte, perché affermava che la libertà femminile non è subordinata a codici morali, ma è diritto pieno, costituzionalmente fondato, parte integrante della cittadinanza.
La legge 66/1996 segnò uno spartiacque perché riconobbe che la violenza sessuale è violazione della libertà personale. E dentro quella libertà vi è un concetto centrale: il consenso.
Il consenso non è una formula retorica, ma il fondamento stesso della libertà sessuale. Senza consenso non c’è reciprocità, non c’è relazione, non c’è libertà. C’è abuso.
Oggi, a trent’anni da quella conquista, assistiamo a un tentativo che rischia di indebolirne l’impianto culturale. La proposta avanzata dalla senatrice Bongiorno interviene – anche contro le pronunce dei tribunali – sulla formulazione del reato di violenza sessuale e riapre il nodo delicatissimo della centralità del consenso.
Cancellare o ridimensionare quella parola non è un dettaglio lessicale. Le parole nel diritto sono sostanza. Sono visione. Sono intenzione politica.
In un tempo in cui continuiamo a contare femminicidi, violenze domestiche, aggressioni sessuali, non possiamo permetterci ambiguità normative né arretramenti simbolici. Ogni segnale che indebolisce il principio del consenso rischia di alimentare una cultura che ancora fatica a riconoscere pienamente l’autodeterminazione femminile.
Il consenso è ciò che distingue un rapporto libero da una violenza. È ciò che afferma che senza un “sì” libero e consapevole, ogni atto è sopraffazione. È la linea di confine tra libertà e dominio.
Difendere la parola consenso significa difendere una visione di società fondata sul rispetto reciproco, sulla responsabilità, sulla parità. Significa ribadire che la libertà sessuale non è una concessione ma un diritto.
Trent’anni fa le donne dimostrarono che l’unità può cambiare la legge e la cultura patriarcale. Oggi serve la stessa consapevolezza. Perché la civiltà di un Paese si misura anche dalla capacità di proteggere le sue conquiste più profonde. E l’autodeterminazione delle donne è la prima di queste.