Nel tempo che viviamo l’ <io> è diventato il principale palcoscenico della vita pubblica. La visibilità sostituisce la reputazione, l’esposizione prende il posto della profondità, il consenso immediato conta più della coerenza nel tempo.
È ciò che molti studiosi hanno definito cultura del narcisismo.
Il termine è stato coniato dallo storico e sociologo americano Christopher Lasch, in un testo del 1979 in cui descrive una società sempre più centrata sull’immagine di sé, sulla ricerca di approvazione e sulla paura dell’irrilevanza, una società che sposta il baricentro dall’etica pubblica alla psicologia individuale, dalla responsabilità condivisa alla gestione della propria immagine.
Non è solo una critica morale: è un’analisi strutturale. L’individuo moderno, scrive Lasch, è sempre più concentrato sulla propria rappresentazione, sulla ricerca di approvazione, sulla paura dell’irrilevanza. È una società in cui la visibilità sostituisce la reputazione e l’esposizione prende il posto della profondità.
«Nel mondo contemporaneo la democrazia corre seri rischi non tanto per intolleranza quanto per indifferenza».
Siamo abituati a individuare il pericolo democratico nell’estremismo, nella violenza verbale, nell’attacco frontale ai diritti. Ma Lasch ci invita a guardare più a fondo: la democrazia si indebolisce anche – e forse soprattutto – quando i cittadini smettono di sentirla come cosa che li riguarda direttamente.
Lasch sottolinea il rischio più insidioso, quello di una cittadinanza che smette di sentirsi coinvolta, di sentire la politica come qualcosa che li riguarda direttamente.
L’indifferenza è più silenziosa dell’intolleranza, ma altrettanto corrosiva. Non attacca frontalmente le istituzioni: le svuota. Non nega formalmente i diritti: li lascia inerti.
Quando la politica si trasforma in spettacolo, quando il dibattito pubblico diventa competizione per l’attenzione, quando la partecipazione si riduce a reazione emotiva o a commento digitale, la democrazia non viene formalmente demolita: viene progressivamente disabitata. Le procedure restano, ma il legame civico si indebolisce.
La cultura del narcisismo in politica alimenta proprio questa forma di indifferenza. Se l’energia psichica e sociale è assorbita dall’auto-rappresentazione, dal bisogno di visibilità, dalla costruzione del proprio brand personale, resta poco spazio per il bene comune.
L’altro non è più interlocutore, ma pubblico; non è cittadino, ma follower; non è soggetto politico, diventa spettatore inerte. Il conflitto sociale si trasforma in polemica identitaria. La cittadinanza si riduce a commento.
La democrazia vive di conflitto regolato, di pluralismo, di partecipazione. Ma vive soprattutto di responsabilità condivisa. Se la cittadinanza diventa spettatrice, se il “noi” si dissolve nell’“io”, le istituzioni restano formalmente in piedi ma si svuotano di senso.
Per questo la risposta non può limitarsi a una retorica contro l’odio. Se il rischio è l’indifferenza, la risposta deve essere la ricostruzione del legame civico: riaprire spazi di partecipazione reale; investire in educazione critica; rafforzare corpi intermedi e comunità; restituire alla politica il tempo lungo delle scelte strutturali. Significa riportare al centro l’idea che la democrazia non è un palcoscenico, ma un patto.
L’ossessione per il sé restringe l’orizzonte. Ciò che non incide direttamente sulla propria immagine o sul proprio immediato interesse perde rilevanza. Le diseguaglianze strutturali diventano rumore di fondo. Le politiche pubbliche sono percepite come tecnicalità lontane. Le scelte di lungo periodo faticano a trovare attenzione perché non generano gratificazione istantanea.
E qui si innesta il rischio democratico più serio: l’indifferenza è pericolosa normalizza l’ingiustizia e rende accettabile la diseguaglianza. Trasforma i diritti in questioni private. Se ogni successo è letto come esclusivamente individuale e ogni fallimento come colpa personale, scompaiono le strutture, i contesti, le responsabilità collettive. Con esse si indebolisce l’idea stessa di politica come strumento di trasformazione.
Una società che interiorizza la cultura del narcisismo rischia allora di leggere ogni successo come esclusivamente individuale e ogni fallimento come colpa personale. Così scompaiono le strutture, i contesti, le responsabilità collettive. E con esse l’idea stessa di politica come strumento di trasformazione.
La cultura del narcisismo promette centralità individuale, ma produce solitudine e fragilità. La democrazia chiede invece relazione, reciprocità, responsabilità.
La frase di Lasch riletta oggi non è un monito astratto, allora, ma un avvertimento attuale: la democrazia non muore solo quando viene attaccata; muore quando smettiamo di prendercene cura.
E prendersene cura significa uscire dalla bolla per tornare a costruire un “noi” consapevole, esigente, partecipe. Per tornare a guardare insieme nella stessa direzione. Per costruire quello che sembra un termine desueto ma che è tutto il senso della politica come servizio: essere comunità.