8 marzo: mentre celebriamo le donne, si smantellano gli strumenti per la parità

Ogni anno l’8 marzo torna a ricordarci che la parità tra donne e uomini non è ancora compiuta. Ed è un obiettivo ancora lontano.

I numeri parlano chiaro: l’Italia resta uno dei Paesi europei con il più basso tasso di occupazione femminile e con un divario salariale che continua a penalizzare le donne lungo tutto l’arco della vita lavorativa.

Il gender pay gap non è una statistica astratta. È la somma di carriere interrotte, di part-time involontari, di minori opportunità di crescita professionale, di un sistema di welfare che continua a scaricare sulle donne la maggior parte del lavoro di cura. È una diseguaglianza strutturale che produce una conseguenza precisa: una minore autonomia economica.

Ed è proprio l’autonomia economica la vera frontiera della libertà femminile. Senza autonomia economica non c’è libertà piena di scelta. Non c’è libertà di costruire il proprio futuro, di partecipare alla vita pubblica, di uscire da relazioni diseguali o violente.

Per questo le politiche per la parità non possono limitarsi agli annunci o alle celebrazioni simboliche: devono intervenire sulle condizioni materiali che producono la diseguaglianza.

E proprio alla vigilia di questo 8 marzo vengono prese di mira le Consigliere di parità, figure che svolgono un ruolo fondamentale nel nostro ordinamento: vigilano sull’applicazione delle norme contro le discriminazioni di genere nel lavoro, intervengono nei casi di disparità salariale o di trattamento, promuovono politiche attive per ridurre il divario tra uomini e donne nelle pubbliche amministrazioni e nel mondo del lavoro. Sono, in altre parole, uno degli strumenti concreti attraverso cui lo Stato prova a garantire che il principio costituzionale di uguaglianza non resti solo sulla carta.

Eliminare questa figura significa indebolire i presìdi istituzionali che servono a monitorare e contrastare le diseguaglianze. Significa togliere un punto di riferimento alle lavoratrici che subiscono discriminazioni. Significa ridurre la capacità dello Stato di intervenire per riequilibrare un sistema che continua a produrre divari.

È difficile non vedere la contraddizione: da una parte si moltiplicano i discorsi sulla centralità delle donne, sulla natalità, sulla famiglia. Dall’altra si smantellano gli strumenti che servono davvero per rendere più giusto il mercato del lavoro.

Ma la parità non si costruisce con gli slogan. Si costruisce con politiche pubbliche coerenti, con strumenti di controllo e con investimenti strutturali.

Per festeggiare davvero la Giornata internazionale della donna servono politiche che rendano sostanziale e non solo formale l’uguaglianza, esattamente come prevede l’art. 3 della nostra Costituzione.

Servono più servizi per l’infanzia e per la cura. Servono politiche che favoriscano l’occupazione femminile stabile. Servono congedi parentali davvero paritari. Servono strumenti che monitorino e contrastino le discriminazioni salariali e di carriera. Servono presìdi di vigilanza come le Consigliere di parità.

Perché il gender pay gap non si riduce da solo. Le diseguaglianze non si correggono spontaneamente. Hanno bisogno di politiche pubbliche, di vigilanza istituzionale e di una volontà politica chiara.

L’8 marzo dovrebbe ricordarci proprio questo: che la parità non è una conquista definitiva, ma un processo che richiede attenzione continua.

E che ogni volta che si indeboliscono gli strumenti di tutela, il rischio è quello di fare un passo indietro.

Per questo oggi, più che mai, parlare di diritti delle donne significa parlare di lavoro, di salari, di autonomia economica e di politiche pubbliche capaci di ridurre davvero il divario di genere. Perché la parità non si celebra, si costruisce ogni giorno.

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