Il Rendiconto di genere 2025 dell’INPS non è soltanto un documento statistico. È la fotografia di una disuguaglianza che attraversa tutta la vita delle donne italiane.
Novantadue pagine di dati che documentano come il divario di genere non sia un incidente del sistema, ma il risultato di un sistema che continua a funzionare in modo strutturalmente diseguale.
La prima contraddizione emerge già dalla scuola: le ragazze studiano di più, abbandonano meno, si laureano prima e con risultati migliori. Nel 2024-2025 quasi il 60% dei laureati triennali è donna, percentuale che sale oltre il 69% nei corsi magistrali a ciclo unico.
Se davvero il merito fosse l’unico criterio di selezione, questo dovrebbe tradursi in una presenza femminile più forte nel mondo del lavoro. Accade invece l’opposto.
Il tasso di occupazione femminile in Italia si ferma al 53,3%, quasi venti punti in meno rispetto a quello maschile. Un divario enorme che racconta un mercato del lavoro che continua a considerare la presenza delle donne come marginale o subordinata.
E quando le donne lavorano, spesso lo fanno in condizioni più fragili. Solo il 36,7% dei contratti a tempo indeterminato riguarda lavoratrici.
Le donne restano sovrarappresentate nei contratti precari, nei part-time involontari, nelle carriere più instabili. E quando riescono ad accedere a ruoli di responsabilità, la distanza resta evidente: tra i dirigenti le donne sono appena il 21,8%.
Il risultato è un divario retributivo impressionante: le donne guadagnano in media il 25,7% in meno degli uomini, con picchi che superano il 40% in alcuni settori.
C’è poi un altro elemento che contribuisce ad ampliare il divario: la maternità. Il nostro sistema continua a scaricare sulle donne quasi tutto il lavoro di cura. Nel 2024 le donne hanno usufruito di oltre 15 milioni di giornate di congedo parentale, mentre gli uomini meno di 3 milioni. Questo significa che la maternità incide sulle carriere femminili quasi sei volte più della paternità su quelle maschili.
Il problema è strutturale e riguarda anche i servizi.
Solo circa il 30% dei bambini tra 0 e 2 anni riesce ad accedere a un posto negli asili nido, mentre l’obiettivo europeo è del 45%. Quando i servizi mancano, il costo dell’assenza di welfare viene pagato dalle madri.
È così che nasce una delle trappole più insidiose del lavoro femminile: il part-time involontario.
Nel 2024 riguarda il 13,7% delle donne, contro il 4,6% degli uomini. Non è una scelta di conciliazione, ma spesso l’unica possibilità per restare nel mercato del lavoro.
Meno ore lavorate significano meno reddito, meno contributi e meno opportunità di carriera.
Il conto finale arriva con la pensione.
Le lavoratrici dipendenti private percepiscono pensioni di vecchiaia inferiori del 46,2% rispetto a quelle degli uomini.
È la conseguenza logica di tutto ciò che accade prima: salari più bassi, carriere interrotte, part-time forzati, lavoro di cura non retribuito.
Eppure, nonostante questi dati, si continua a mettere in discussione gli strumenti necessari per contrastare le disuguaglianze, mentre il divario di genere viene spesso trattato come se fosse un problema delle donne.
Non lo è. È invece un problema della qualità della nostra democrazia e del nostro sviluppo economico.
Un Paese che forma donne altamente qualificate e poi le espelle dal mercato del lavoro o le relega in posizioni marginali è un Paese che spreca talenti, competenze e crescita.
Ridurre il divario di genere non è una battaglia identitaria. È una scelta di giustizia sociale, ma anche una scelta di politica economica.
Significa investire nei servizi per l’infanzia, rendere davvero condivisi i congedi parentali, contrastare la precarietà che colpisce soprattutto il lavoro femminile, garantire trasparenza salariale e strumenti efficaci contro le discriminazioni.
Significa, in altre parole, riconoscere che l’autonomia economica delle donne è una delle condizioni fondamentali della libertà.
Finché questo divario continuerà ad attraversare scuola, lavoro e pensioni, la parità resterà una promessa incompiuta.
E i numeri continueranno a ricordarcelo con una chiarezza che nessuna retorica può nascondere.
Il divario di genere raccontato dai numeri