E adesso Responsabilità e Riforme

Il Piano “Recovery Fund” è il banco di prova della capacità dell’Italia di uscire dalla crisi più forte di prima. Ma per farlo più che resilienza, serve dimostrare responsabilità e riformismo.

Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), che entro tre mesi dovrà essere approvato a Bruxelles, superando anche gli ostacoli che stanno interessando l’arena della politica nazionale, si propone di affrontare, in modo radicale e di rottura rispetto al passato, le profonde trasformazioni imposte dalla duplice transizione – ecologica e digitale – attivando quella collaborazione partecipativa fra pubblico e privato che fino ad oggi è mancata.

Attraverso un approccio integrato e trasversale, ha una valenza straordinaria mirando al superamento dei grandi divari che frenano lo sviluppo del Paese: territoriale (con una faglia sempre più evidente in termini sia di PIL sia di infrastrutture tra nord e sud); di genere (per recuperare quella differenza di opportunità occupazionali tra i generi che colloca l’Italia agli ultimi posti in Europa) e generazionale (per costruire quella base che dia un significato al “next generation” e che punti quindi sui giovani come leva per la ripresa).

L’azione di rilancio del Paese delineata dal Piano è affidata a tre assi strategici condivisi a livello europeo che guidano il Next Generation EU: digitalizzazione e innovazione, transizione ecologica, inclusione sociale.

Il Piano si articola in sei missioni, declinate in 47 linee di intervento, che rappresentano “aree tematiche” strutturali di intervento: digitalizzazione, innovazione, competitività e cultura; rivoluzione verde e transizione ecologica; infrastrutture per una mobilità sostenibile; istruzione e ricerca; inclusione e coesione.

Le risorse complessivamente allocate nelle sei missioni del PNRR sono pari a circa 210 miliardi di euro. Non sono pochi. Di questi, 144,2 miliardi finanziano “nuovi progetti” mentre i restanti 65,7 miliardi sono destinati a “progetti in essere” che dovrebbero ricevere, grazie alla loro collocazione all’interno del PNRR, una significativa accelerazione dei profili temporali di realizzazione e di spesa. Impiegando le risorse nazionali del Fondo di sviluppo e coesione 2021-2027 non ancora programmate, è stata portata a 223 miliardi la dotazione complessiva stanziata per la ripresa del Paese, dando priorità nei primi anni alle sovvenzioni necessarie ad immettere liquidità nel sistema.

Rispetto alle precedenti versioni, è da riconoscere il valore di avere aumentato le risorse destinate agli investimenti e la quota di risorse europee destinate a finanziare programmi addizionali rispetto a quelli già previsti. Permettendo così anche un’anticipazione dei tempi di spesa e la possibilità di concentrare nel primo anno la quota di risorse destinate a sovvenzioni.

Il documento è un ottimo lavoro di programmazione e di centratura dei bisogni del paeseIl tema sarà però adesso passare dai bisogni ai progetti. Sono infatti tre le parti del Programma che da ruolo comprimario (e non abbastanza approfondito nel documento) devono diventare protagoniste se davvero vogliamo realizzare non solo spesa, ma spesa utile a creare sviluppo: a) la valutazione ex ante per la selezione di progetti/interventi puntuali; b) la struttura di gestione; c) le riforme necessarie e propedeutiche alla spesa.

Si tratta di tre temi cruciali perché il Piano realizzi i suoi obiettivi e permetta di trasformare il prestito europeo in leva di creazione di valore aggiunto per il Paese. La non adeguata attenzione a questi temi, a favore invece di un dibattito solo sull’articolazione delle missioni e delle priorità strategiche, riguardano le stesse lacune che confinano l’Italia a livelli di performance realizzativa dei fondi strutturali inferiore alla sua capacità di redigere Piani ambiziosi e sfidanti. Non perché manchino competenze ma perché sono stati smantellati i luoghi dove si deve programmare e progettare, mentre si è costruito, quasi a compensazione, un sistema di attuazione e controllo paralizzante.

Sul primo punto, sarà necessario approfondire la non esaustiva trattazione della valutazione di impatto riportata nel documento (sintetizzata in sole 2 pagine) organizzando a monte il sistema della valutazione come sistema fondamentale che suffraghi le valutazioni di merito del decisore pubblico e garantisca la sua sostenibilità e con analisi controfattuali ponga nella giusta evidenza i correttivi che con urgenza devono accompagnare l’attuazione del Piano.

Sul secondo punto, l’Autorità di gestione, la questione è tutt’altro che risolta. Non è ancora identificata l’autorità capofila che avrà la responsabilità generale per l’attuazione dei programmi, inclusi adeguati sistemi di selezione dei progetti (rimettendo così ordine in quel caos di auto promozione di priorità che provengono a vario titolo dai territori e che avanzano anche “quote” di destinazione che non sono invece previste dal PNRR né, a dire il vero, dalla logica che guida il NextGenerationUe). Non tanto quindi chi dovrà coordinare e controllare l’esecuzione dei progetti, quando questi ci saranno, ma a chi compete redigere il piano unitario valutando, e validando, per le singole componenti gli obiettivi, la pertinenza, gli strumenti di attuazione, i benefici diretti e indiretti.

Ma la questione dirimente è nelle riforme che dovranno essere prontamente disegnate ed attuate affinché il Piano realizzi veramente i suoi obiettivi di ripresa. Tali riforme sono ancora appena solo elencate nel documento, ma è su queste che si gioca la vera partita del PNRR che è una straordinaria e irrinunciabile occasione di rilancio degli investimenti nel nostro Paese: a patto che si “correggano” le distorsioni in essere, a partire dalla riforma delle riforme che è quella della Pubblica Amministrazione e della semplificazione, e proseguendo su quelle delicatissime delle giustizia e del welfare.

In un contesto in cui sembrano prevalere invece interessi distorsivi mirati a distrarre l’attenzione dai temi essenziali per la ripresa del Paese, lo sforzo di tutti sia invece concentrato a fare e a costruire tutte le condizioni per accelerare la spesa e favorire le riforme necessarie. Questa è la vera responsabilità a cui tutte le forze di governo sono chiamate.

Articolo pubblicato su L’opinione il 18.01.2021

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