L’inganno della presunta ‘eccellenza’

Da più parti torna ad emergere la questione della scelta di una Donna per il ruolo di Presidente della Repubblica. Fioccano gli appelli ed in molte esclamano: <E’ il momento!> A dire il vero sono almeno 32 anni che ‘sarebbe’ il momento. Lo disse già Nilde Iotti nel 1990. E’ un ‘momento’ che è invecchiato senza mai realizzarsi. Rimanendo – ed ancora oggi – solo uno slogan illusorio.

Ed è così perché nel frattempo non abbiamo costruito le fondamenta necessarie per realizzare quel momento. Siamo cresciute e cresciuti – questo sì ! – tutti in consapevolezza e abbiamo dal 1990 ad oggi registrato cosi tante “la prima volta che una donna diventa …” che dovrebbe suonarci ormai ‘indifferente’ il genere che assurge ad una carica, potendoci così concentrare sulle qualità e sul merito della scelta.

E se non abbiamo saputo cogliere in 30 anni il momento forse la colpa un poco è anche di noi donne. Maneggiamo ancora con difficoltà la parola ‘potere’, che sia economico, politico o istituzionale. E ci accontentiamo ancora oggi di un Ministero per le pari opportunità (senza portafoglio), invece di pretendere di sederci al Ministero del Lavoro o dell’Economia per varare provvedimenti che riguardino le misure necessarie a garantire pari opportunità per tutti.

Il potere è per sua natura <neutro>: ciò che lo qualifica non è il genere ma come viene esercitato. Eppure ancora in troppi sono convinti che una donna per avere potere debba essere la migliore, migliore persino degli uomini. La donna deve possedere il dono dell’eccellenza.

Inutile sottolineare che in media (è sempre la media che ci frega!) le donne sono più brave, più preparate, più oneste, più competenti, più empatiche degli uomini. Forse in una cosa le donne sono meno brave: a costruire alleanze, a fare lobbying.

Che le donne sono più brave rimangono allora parole al vento, purtroppo, che nella battaglia per i diritti e per il potere giocano solo contro le donne.

E che nascondono un inganno di fondo: l’inganno della presunta eccellenza.

L’eccellenza non è mai stata il criterio di giudizio con cui si esercita e si distribuisce il potere. La scelta del Presidente della Repubblica è frutto, e lo sappiamo del risultato di diversi complessi equilibri e di contrappesi politici, da cui le donne sono ancora tagliate fuori.

Forse se le donne si proponessero con le stesse capacità di medianità degli uomini, andrebbero alla lotta per il potere con gli stessi mezzi e la partita si giocherebbe sulla capacità di tessere le giuste relazioni. E invece ancora oggi nel 2022 serve ed è necessaria una legge sulla doppia preferenza per non escludere la presenza delle donne nei luoghi della politica.

Ci siamo del resto cullate per anni sulla frase infelice “dietro un grande uomo, c’è sempre una grande donna” pensando che esaltasse le doti di eccezionalità della donna ed invece rifletteva solo la posizione subalterna della donna, decisiva come consigliera ma non come condottiera in campo.

Pensiamo ad esempio a come in campagna elettorale Kamala Harris è stata esibita da Joe Biden come fondamentale, per poi sparire dal mirino dei media – e soprattutto dai tavoli decisionali – quando dai proclami si è passati a governare.

Smettiamola allora con l’eccellenza e guardiamo al merito! Smettiamola di proclamare che le donne sono più brave degli uomini (ammesso poi che siano davvero più brave, visto che non è provato dalla scienza). Non dovrebbe nemmeno essere la bravura il terreno di gioco, ma l’<appropriatezza>, la capacità cioè di essere la persona giusta al posto giusto.

Non rincorriamo allora uno slogan, perché gli slogan servono solo a voltarci dall’altra parte pensando di avere comunque detto una cosa politically correct. Ma non incidono sui cambiamenti.

Proviamo invece a farci la domanda giusta. Davvero una Donna Presidente della Repubblica renderebbe l’Italia di colpo un paese diverso, capace di declinare finalmente una parità tra tutti i cittadini e realizzare uguali diritti per tutti ?

Potrebbe. Ma solo se fosse una donna davvero consapevole del valore politico del suo essere donna e che si impegni contro le disuguaglianze, attivando tutte quelle azioni necessarie e funzionali all’equità sociale, non solo a quella di genere. Una donna che non si limitasse ad essere un ‘simbolo’ ma che davvero abbia la capacità di incidere nel cambiamento. Di costruire quel percorso necessario che consentirebbe a tutti di credere veramente di avere i numeri giusti per accedere ad ogni posto di potere per i meriti raggiunti.

Per realizzare questo momento che abbiamo tanto atteso dobbiamo lavorare – e ancora tanto – sulla base. Costruire leadership femminili capaci di innestarsi in quei giochi di potere che stanno alla base delle scelte.

E qui dobbiamo essere oggettive: le donne nei tavoli delle decisioni non si sono o comunque non ci sono abbastanza per incidere. Ci sono invece negli slogan e in tutte le occasioni in cui dobbiamo spostare l’attenzione dal merito alla…percentuale.

E’ da lì che dobbiamo partire, costruendo queste fondamenta che sono quelle che hanno fatto ‘invecchiare’ il momento senza mai realizzarlo.

Senza rimanere fregate dall’ossessione di dover sempre dimostrare di essere qualcosa ‘di più’. Puntiamo ad essere. Ad esserci. Concretamente, però.

Questa è la battaglia di senso (compiuto) che dobbiamo provare a vincere. L’unica che ci porterà un giorno ad avere il miglior Presidente – e non solo quello – senza bisogno di soffermarsi sulla desinenza di genere dell’aggettivo talmente saremo abituati all’alternanza tra generi.

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