Fare pace: per la leadership significa fare scelte di futuro

L’etimologia della parola <pace> si ricollega alla radice sanscrita pak, che significa fissare, concordare, pattuire, cioè mediare per trovare un punto di equilibrio che unisca due parti contrapposte.

La pace è quindi quella preziosa condizione di armonia, di convergenza, di unione che crea una forte connessione tra le parti.

Una condizione di alleanza costruita sulla ricerca di un equilibrio raggiunto tra le parti, che parte proprio da una circostanza di contrapposizione, per convergere verso una nuova situazione in cui le parti – ‘disinnescati’ i motivi del contendere – fissano comuni obiettivi ed insieme si impegnano per la loro realizzazione. Costruendo un’alleanza sulla reciproca fiducia, ovvero sulla motivazione ad af-fidarsi anche al talento dell’altro per costruire insieme il risultato.

Tale condizione presuppone però che ogni individuo, prima ancora di costruire la con gli altri, sia in pace con sé stesso. Ed abbia sviluppato il giusto grado di fiducia nelle proprie potenzialità.

Molti dei conflitti, e soprattutto dei conflitti che non arrivano a risoluzione e quindi alla costruzione della pace generativa, dipendono infatti proprio dalla mancanza di architravi di fiducia dentro di sé.

Per costruire pace ci vuole allora capacità assertiva, ovvero l’abilità a trovare un punto di equilibrio che vada ben oltre la propria dimensione. Serve quindi avere sviluppato l’agilità emotiva necessaria per abbandonare la staticità di posizioni ancorate a convincimenti magari superati ma che manteniamo vivi come nostro ancoraggio di ‘sicurezza’.

Ci vuole la capacità di essere autentici e fedeli ai propri valori, ma flessibili ad abbracciare le idee degli altri, mantenendo sempre il baricentro sui propri valori ma permettendo ai valori degli altri di affermarsi.

L’assertività è il combinato di autorevolezza e fiducia e proprio per questo è un mattone importantissimo per tendere a quella convergenza generativa che è la pace. Generativa proprio perché va oltre e dà vita a qualcosa di più potente delle due parti.

Pace significa infatti anche legare, unire, saldare, ovvero creare quei legami e quelle connessioni da cui deriva poi una forza superiore che porta entrambe le parti a percorsi di crescita.

Spesso però ci fermiamo un passo prima di costruire la pace. Preferiamo la provvisorietà dell’armistizio, ovvero la cessazione della contrapposizione, senza però effettivamente risolvere il conflitto.

Spesso usciamo dai conflitti con tregue che somigliano più ad armistizi provvisori che a scelte di pace.

Le occasioni di scontro sono molteplici, e in un’organizzazione direi sono anche segno di vitalità. Se non si lavora per costruire la pace, si finisce per vivere nell’alternanza tra conflitti e armistizi temporanei. Basterà allora davvero poco per trovare qualcuno che ci toglie qualcosa, che ci danneggia, qualcuno a cui contrapporsi ed identificare come ‘nemico’ per il solo fatto di esistere e di essere diverso da noi.

Scegliere la pace – ovvero la saldatura di differenti visioni – è una scelta è una scelta di responsabilità. Significa scegliere di costruire e di farlo insieme ad altre prospettive, ad altre intelligenze.

Significa investire nel potere dell’intelligenza collettiva, che necessariamente prevede la possibilità di visioni contrapposte, ma che in un processo di convergenza – basato proprio sulla costruzione di reciproca fiducia – arriva a quella preziosa condizione di unione che crea una forte connessione tra le parti.

La pace generativa è una scelta di futuro, che non viene da una rinuncia, ma dalla scelta di un bene superiore in cui crediamo più che nella difesa delle conquiste del passato e delle rendite di posizione sinora acquisite.

Ed è una scelta che poi va nutrita e mantenuta, con responsabilità e determinazione.

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