Dal latino perseverantia, perseveranza è una parola composta da <severus> (rigoroso, forte) e da <per> (prefisso che indica durata, <a lungo>).
Così letta, la perseveranza rimanda all’idea del provare e riprovare con tenacia nonostante fatiche e contrarietà, sapendo che la motivazione ed il desiderio sono più forti di qualsiasi fatica (https://cleolicalzi.it/2021/05/25/costruisci-un-desiderio-condividilo-e-dagli-potere/).
Erroneamente consideriamo la perseveranza una virtù e non invece una competenza, un talento, da sviluppare. E di cui prima di tutto, diventare consapevoli del suo ‘potere’.
La perseveranza è la disposizione a re-agire di fronte agli urti inevitabili di situazioni avverse e contemporaneamente la capacità di rimettersi in cammino, senza fermarsi davanti gli ostacoli, senza arrendersi davanti ai <lavori in corso> che inevitabilmente incontreremo sul percorso (https://cleolicalzi.it/2021/04/08/lavori-in-corso/).
La perseveranza non va confusa con la testardaggine o con l’ostinazione. La differenza fondamentale sta nella responsabilità che guida la rotta.
La perseveranza guarda infatti all’obiettivo con respons-abilità, con l’abilità cioè di rispondere ai mutamenti ed alle difficoltà del cammino (https://cleolicalzi.it/2021/03/29/respons-abilita/). Non lasciandosi distrarre dalle soste o dalle deviazioni, ma puntando a raggiungere la meta.
Pur se dovesse essere diversa da quella disegnata sulle mappe prima di partire. Proprio come capitò a Cristoforo Colombo, che affrontò il mare con perseveranza cercando di giungere sino a scoprire il ‘nuovo mondo’.
La perseveranza ha apertura generativa, la capacità cioè di far accadere le cose. Mentre l’ostinazione è solo forza inutilmente consumata, che sbatte contro i limiti di un io che sta solo facendo una inutile ‘prova di forza’. Spesso, perché guarda in una prospettiva statica, con lo sguardo fisso sulle mappe, senza lasciarsi ‘contaminare’ dalle cose che accadono. Senza andare in esplorazione (https://cleolicalzi.it/2023/01/25/leadership-visitare-luoghi/).
La perseveranza mette invece in campo una forza che poi ti restituisce amplificata. Al contrario dell’ostinazione che consuma energie senza un ritorno.
La perseveranza richiede fermezza e motivazione, ma anche una mentalità di crescita capace di adattarsi alle risposte ed aggiustare agilmente il tiro quando è necessario.
La perseveranza usa gli errori per scoprire nuove strade, restando nel percorso anche davanti ad inattesi ostacoli.
L’ostinazione, al contrario, non impara nulla dall’errore. Ed è tipica della mentalità rigida, che in ogni impedimento cerca una colpa o un motivo, e non invece l’aggancio per sviluppare i propri talenti ancora inespressi e per imparare qualcosa di nuovo. L’ostinazione è come un’ancora che ci fa rimanere fermi e limitati dalle convinzioni e dalle abitudini. La perseveranza è invece la barca che prende il largo.
<Stupidità significa fare e rifare le stessa cosa aspettandosi risultati diversi>: così Einstein spiegava la differenza tra perseveranza innovante ed ostinazione.
E se la testardaggine e l’ostinazione sono individuali, la perseveranza è invece collettiva e chiede di declinare verbi al plurale.
Tutti possono nutrire sogni e attese, ma l’unico modo per realizzarli è perseguirli con perseveranza, stabilizzando i facili entusiasmi con la razionalità e spendendosi per essi con passione e in maniera responsabile.
Il vero grande nemico della perseveranza è nella pigrizia, nella scarsa convinzione nelle proprie possibilità, nel proprio talento (https://cleolicalzi.it/2021/05/20/il-nemico-che-ce-in-noi/).
La perseveranza è allora decisiva nel lavoro quotidiano della leadership. Per superare la propria pigrizia, fisica e mentale, ma soprattutto per coinvolgere ed attivare il gruppo e scatenare nell’organizzazione dinamiche generative.
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