So di non sapere (tutto): la saggezza della Leadership

Nell’Apologia di Socrate, Platone riporta l’autodifesa di Socrate davanti agli Ateniesi nel processo a suo carico. Durante il processo, Socrate riferisce di quando un suo allievo, interrogando l’oracolo di Delfi – il dio Apollo – su chi fosse più dotto del proprio maestro, si sentì rispondere che nessuno era più dotto di lui. Socrate racconta come da quel momento, essendo in imbarazzo “sul senso di quel dire”, abbia incominciato la propria ricerca arrivando a comprendere che la sua saggezza risiedeva proprio nella consapevolezza della finitezza del suo sapere.

“So di non sapere”: così Socrate ammetteva il limite della sua conoscenza; ed essendone consapevole, la sua “dotta ignoranza” lo rendeva più saggio di coloro che, non avendo coscienza della propria ignoranza, si illudevano di sapere.

Il continuo porre domande da parte di Socrate creava, in chi dichiarava di saperne più di lui, un senso di stupore e smarrimento, quell’aporìa che apriva la strada all’incertezza.

La saggezza di sapere di non sapere abbastanza è la base della mentalità di crescita, che fa spazio sempre dentro di sé al generarsi di nuova conoscenza. La saggezza della leadership. L’atteggiamento che deve avere la leadership è infatti di riconoscere la limitatezza della propria conoscenza, e con spirito innovativo adottare la mentalità dinamica della sperimentazione, che va sempre alla ricerca di nuova soluzioni.

La vera differenza tra le persone rispetto alla propria ignoranza è infatti nella consapevolezza che se ne può avere.

Sapere di non sapere, come diceva Socrate, apre la persona all’apprendimento. Predispone all’ascolto attivo, apre all’osservazione attenta e libera da pre-giudizi, sviluppa intelligenza emotiva.

Questa consapevolezza della finitezza del sapere permette di lavorare sulle connessioni di fiducia, perché sviluppa la capacità di cogliere il complementare negli altri.

Di contro, il non essere consapevoli della propria ignoranza, il non sapere di non sapere, chiude la persona nella sua inamovibile comfort zone. E la deresponsabilizza: perché il chiudersi rispetto all’altro non consente di apprendere e mantiene nell’illusione di credere le situazioni anche loro fisse e immutabili.

Non sapere tutto, ma sapere molto. Essere autorevoli significa infatti sapere, ma non avere l’arroganza di sapere tutto. Ma essere invece pronti ad imparare ancora, anche dal confronto costruttivo con gli altri.

Pensare ed agire al di fuori di schemi preconfezionati, padroneggiare una materia, perché si è ascoltato attentamente chi ne sa di più in ogni livello dell’organizzazione, e non smettere mai di stare in apprendimento.

Sviluppare sempre nuova conoscenza, anche attraverso il confronto continuo con tutta la struttura organizzativa ci permette di far progredire il cuore pulsante dell’organizzazione d’impresa, di rafforzare quello che ne è il fondamento ovvero la cultura organizzativa. Che si concretizza nella forza delle relazioni generative, nei comportamenti, nei valori e nelle relazioni che caratterizzano l’organizzazione stessa, sia al suo interno che con l’ambiente esterno.

Saper incidere sulla cultura organizzativa della propria impresa è il vero senso della leadership e ciò che ne rafforza la capacità di guida.

La vera saggezza sta in colui che sa di non sapere; perché io so di sapere più di te, che pensi di sapere” Socrate

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