Che cos’è il talento ?

L’errore comune è ritenerlo una predisposizione naturale in dote a pochi, una sorta di dono, un capitale che ci portiamo dentro dalla nascita. Una dotazione ‘statica’ che ci caratterizza e che ci distingue dagli altri.

Visto così, diventa una sorta di ingombrante fardello che alimenta le altrui aspettative ed a cui dobbiamo dare risposta nel corso della nostra vita.

Diventa un ostacolo alla nostra creatività. La pagina di un copione già scritto, di cui noi finiamo per essere un (non sempre adeguato alla scena) attore non protagonista.

Parola derivata dal greco tàlaton, il talento indicava originariamente il piatto di una bilancia in disequilibrio poiché su uno dei due veniva posato qualcosa di più pesante, più prezioso e più importante. Una merce di scambio con gli altri. Non a caso, presto la parola fu usata per identificare il concetto di ‘ricchezza’.

Ma in realtà l’etimologia della parola ci riporta a ciò che mettiamo nel piatto della bilancia. Da una parte le sfide che scegliamo di affrontare, dall’altro ‘i mezzi’ (le competenze, le connessioni, le capacità, l’esperienza, etc…) con cui le affrontiamo.

Riletto così il talento significa allora la capacità di <far accadere le cose>. Di stabilire un nuovo diverso equilibrio.

Non quindi una qualità in sé, ma una potenzialità su cui lavorare. Un punto di partenza dal quale costruire competenze, esperienza, connessioni, ma soprattutto occasioni di crescita.

Questa ‘rilettura’ del talento sfata allora il comune sentimento che ne fa una mera dote riservata a pochi eletti, corredati ab origine di questa magica capacità.

Vi sono, dunque, talenti nascosti, che vengono scoperti nel corso dell’esistenza. Ed è proprio questo il compito della leadership generativa.

Mentre ci sono talenti che non vengono mai messi in gioco e diventano <occasioni mancate>.

Oggi chi ha talento è definito come qualcuno che eccelle in qualcosa. Ma il talento non è solo una dote innata che cresce con l’accumularsi di competenza e di sapere, ma è piuttosto quella capacità di <mettere in equilibrio> sfide e capacità, nutrendo quel potenziale che è latente in noi.

Il talento, solo se intuìto e nutrito attraverso una profonda ricerca interiore, diventa <occasione riuscita> ed evolve nel punto di forza della leadership.

<Intuito per tempo>, ovvero solo se compreso nel giusto tempo attraverso un lavoro di consapevolezza e scoperta e nutrito da un percorso di apprendimento e crescita.

Per nutrire il talento servono quindi mentalità di crescita (sfida) e fiducia.

E se alla leadership generativa tocca il compito di guidare lo sviluppo del talento di ogni componente della squadra, il primo talento che deve ‘fermarsi’ a riconoscere e sviluppare è proprio il suo.

Senza alcuna pigrizia, quella che ci fa pensare di non doverci mettere in gioco (il piatto delle sfide deve essere opportunamente calibrato, e tocca a noi farlo).

Ma mettendosi invece in gioco per far sbocciare ciò che è solo ‘in potenza’. Cogliendo così quel significato della parabola dei talenti ove è proprio l’inerzia e la pigrizia non operosa che viene considerata ‘spreco del talento’.

<Servo malvagio e pigro, tu sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse. Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché a chiunque ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha.>

Lo spreco del talento a cui la parabola fa riferimento altro non è che la dissipazione della nostra creatività. Quell’autosabotaggio a cui andiamo incontro spesso per mancanza di equilibrio dentro di noi (https://wordpress.com/post/cleolicalzi.it/2811).

Il talento generativo nasce invece dall’incontro con il proprio imperfezionismo.

Sono le ‘crepe’ delle nostre imperfezioni l’occasione per crescere, purché vengano vanno accolte e dipanate nel loro significato. E non ignorate o rifiutate.

Il ‘dono’ naturale non serve, o meglio non serve sia così unico da essere esemplare. Serve invece mettere in campo una mentalità sfidante e due doti di grande potenza: la motivazione e la perseveranza.

La mentalità di crescita serve a non ‘conservare’ ciò che si è ricevuto in dote ma anzi lavorare con impegno e passione per realizzare i propri talenti, non smettendo mai di imparare. La motivazione per alzare l’asticella della sfida e non perdere il focus sui propri obiettivi e la perseveranza per guidare il percorso di crescita dentro il labirinto degli (inevitabili) ostacoli.

Come ha detto Seneca, il momento in cui il talento incontra l’occasione, è lì che accadono le cose.

<La fortuna non esiste. Esiste il momento in cui il talento incontra l’occasione.> Seneca

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