Vola solo chi osa farlo

<Vola solo chi osa farlo>: la gabbianella, raccontata da Luis Sepulveda, dopo tante incertezze, spicca finalmente il volo, dimostrando al mondo, e soprattutto a sé stessa, che l’unico modo per volare risiede nel coraggio e nella prova.

Quel coraggio e quella determinazione di cui facciamo esperienza spesso solo quando siamo costretti dagli eventi a tirar fuori il meglio di noi.

Nel mezzo di una crisi, di un imprevisto cambio lavorativo che sconvolge la nostra quotidianità, o nel momento in cui dobbiamo fare quelle <grandi scelte> davanti alle quali ci paralizziamo sulla soglia di quel <se potessi cambierei> che ci paralizza (https://cleolicalzi.it/2023/05/24/il-cambiamento-e-un-agire-qualcosa/).

Sono proprio i momenti di grande incertezza, che portandoci sul precipizio delle nostre abitudini e sicurezze, ci offrono la possibilità di scoprire dentro di noi il coraggio di cambiare. 

Per innovare, occorre abbandonare le proprie sicurezze, affrontare il cambiamento, e spiccare il volo.

Nessuno, infatti, può davvero imparare a volare, o se volete a cambiare, se non trova il coraggio di abbandonare le sue certezze per acquisire nuove consapevolezze, di abbandonare alcune ‘nozioni’ superate per apprenderne di nuove, di modificare prospettiva.

Ogni volta che accettiamo il cambiamento, rendiamo ‘agile’ la nostra mentalità, impariamo ad avere sulle cose uno sguardo diverso. A definire nuove priorità. Ad orientare in modo diverso i nostri pensieri. A ristabilire nuovi equilibri. Impariamo ad <ascoltare> quello che accade e ci disponiamo ad imparare nuove lezioni dalle trasformazioni.

E’ su quel precipizio salvifico che impariamo ad avere a che fare con l’incertezza.

E’ li che perdiamo la sicurezza nel nostro sapere, quella che ci tiene fermi ai blocchi di partenza di qualsiasi cambiamento. Per generare nuovo valore, dobbiamo prima di tutto, imparare a disapprendere (https://cleolicalzi.it/2021/01/04/imparare-a-disapprendere-2/).

Cambiare sguardo significa prima di tutto rinunciare a dare una risposta certa a tutto. Ammettere di non potere né prevedere né controllare tutto, di non poter avere il dominio di conoscenza su tutto.

Solo questa consapevolezza ci permette di acquisire un modo nuovo di fare le cose e superare le nostre insicurezze celate dietro il bisogno di farsi trovare “sempre sul pezzo”.

L’incertezza ci rende invece insicuri e quindi potenti, perché ci fa accorgere del valore del nostro imperfezionismo, ci rende sensibili a cogliere l’imperfetta meraviglia che è in noi e dalla quale generare crescita (https://cleolicalzi.it/2020/07/12/limperfetta-meraviglia/).

Ci impedisce di pensare di poter programmare nel dettaglio il nostro futuro, senza avere nemmeno compreso tutte le coordinate del presente.

Ci lascia andare in esplorazione senza rimanere ingabbiati nelle nostre statiche e superate ‘mappe mentali’, ci fa abbandonare i copioni predestinati per permetterci di scrivere pagine nuove (https://cleolicalzi.it/2023/05/09/4394/).

Chi gestisce progetti complessi sa che l’incertezza è una variabile inevitabile e necessaria: non esiste progetto senza un grado di incertezza. Solo l’incertezza permette di guardare al problema da prospettive diverse da quella solita. Quella prospettiva che ribalta il pensiero ordinario, scatena la creatività e genera l’innovazione (https://cleolicalzi.it/2021/04/20/ribaltare-il-pensiero-ordinario/).

La via per osare e volare è imparare ad avere nuovi punti di riferimento. Andare ben oltre la resilienza ed innestare la marcia verso nuovi traguardi. Innovando prima di tutto i nostri pensieri, e solo dopo i nostri schemi organizzativi di lavoro e di crescita.

La seconda lezione ci invita a “rallentare”. A fermarci sul Focus. Solo fermandoci possiamo riscoprire il tempo, il suo valore. Il valore delle relazioni e delle connessioni. Abbiamo appreso che il digitale non può mai sostituire le relazioni fisiche ma può aiutare a rendere più efficienti molti lavori.

L’intelligenza collettiva ci aiuta a scoprire il valore della solidarietà, come capita nelle crisi di sistema, dove ci si sente sulla stessa barca e si pensa al bisogno di chi ha meno di te, si presta (finalmente) attenzione all’esperienza della precarietà.

La spinta al cambiamento ci viene in questo caso mosso dall’esperienza della fragilità umana. Ci disvela che nessun è totalmente padrone del destino. Ma che dobbiamo cercare la complicità che deriva dallo scatenare l’intelligenza collettiva, quella che genera valore dalla condivisione di idee.

Di fronte alla fragilità, abbiamo anche l’opportunità di scopre la qualità etica del legame che unisce le comunità. L’esercizio della responsabilità di ciascuno verso gli altri; il tutti che si compone, come in un puzzle, dalla combinazione dei tanti.

Terza lezione: nessuno si salva da solo.

Ed allora, cogliamo l’occasione per redistribuire la ricchezza e riportare le disuguaglianze sociali a un livello accettabile e degno di una società collettiva. Nessuna società può veramente dirsi <comunità> se poggia sulla distanza.  È un tema cruciale che deve vederci tutti coinvolti perché mina qualsiasi nostra ipotetica idea di futuro. Il futuro è infatti il verbo che parla solo al plurale.

La quarta lezione ci invita a ridare valore all’autenticità. 

ll momento che stiamo attraversando ci offre la possibilità, davvero unica, di ritrovare una dimensione più umana, di togliere il superfluo, di ridare valore a tante piccole cose, compreso alla capacità di praticare la ‘leggerezza’.

Il futuro ci viene incontro nella forma dell’esigenza del cambiamento. E ci offre qualcosa di inatteso, la possibilità di avere uno sguardo nuovo sulle cose. Lasciamolo accadere.

Lascia un commento