Il complesso dell’ostrica

<Siamo troppo attaccati allo scoglio, alle nostre sicurezze, alle lusinghe gratificanti del passato. Ci piace la tana. Ci attira l’intimità del nido. Ci terrorizza l’idea di rompere gli ormeggi, di spiegare le vele, di avventurarci in mare aperto. Se non la palude, ci piace lo stagno.>

Le parole di Don Tonino Bello sintetizzano benissimo quali sono le “trappole” che impediscono troppo spesso il cambiamento. La paura del fallimento.

Sappiamo di averne bisogno, sappiamo che la situazione lavorativa in cui ci troviamo non genera più effetti positivi, eppure ritardiamo il cambiamento.

Il cambiamento per realizzarsi necessità di spazio. Ha bisogno soprattutto di prendere <la giusta distanza> da ciò che non genera più azione positiva.

Ed invece siamo frenati da quello che Tonino Bello ha chiamato il Complesso dell’Ostrica.

Come l’ostrica, restiamo attaccati allo scoglio. Guardiamo ammirati il mare di nuove possibilità che si prospettano, ripetendoci ogni giorno il desiderio di mollare gli ormeggi.

Ma non lo facciamo, non prendiamo il largo, restiamo a riva attaccati allo scoglio, attaccati a ciò che non produce più valore. Il mare aperto di possibilità resta lì alla nostra portata. Ma non ci tuffiamo.

Abbiamo timore a confrontarci con il nostro <imperfezionismo>.

È difficile per noi rimanere sulla corda, camminare sui cornicioni, vivere abbandonando gli schemi di sicurezza.

Amiamo pagare una volta per tutte. Preferiamo correre soltanto per un tratto di strada. Ma poi, appena trovata una piazzola libera, torniamo alle nostre abitudini, alle nostre (anche se improduttive) certezze.

Il cambiamento ci chiama a lasciare l’area di sosta dei nostri parcheggi, per metterci sulla strada. Fermiamoci per un cambio gomme, ma poi rimettiamoci sulla strada.

Benché si dica il contrario, amiamo le cose costruite in serie. Amiamo l’area di sosta. L’innovazione insospettisce. Il pensiero generativo provoca scetticismo. La creatività intimorisce. Il cambiamento parte dall’accettazione del pluralismo, dal rispetto della molteplicità, dal rifiuto degli integralismi, dalla ricchezza della diversità.

Il cambiamento è fatto per chi vuole declinare i verbi al futuro, non al “passato imperfetto“.

Il cambiamento è una scelta

Non siamo allenati al cambiamento.

Dutante i lunghi periodi di lockdown, siamo stati costretti a mutare le nostre abitudini, il nostro modo di lavorare, di studiare, di tenere relazioni sociali. Di confrontarci con noi stessi e le con le nostre incertezze.

Abbiamo cambiato abitudini, ma non siamo cambiati noi.

E non è successo perchè non abbiamo scelto di farlo. Non abbiamo maturato la consapevolezza necessaria a trarre valore dalla situazione. Siamo rimasti ‘resilienti’ sperando di tornare presto alla condizione di partenza.

Il cambiamento è una scelta, non un adattamento. Il cambiamento adattivo, quello a cui siamo stati repentineamente costretti, non è infatti un cambiamento che genera valore. Perché generi nuove positività, il cambiamento deve incidere nei valori e nelle scelte consapevoli.

Non abbiamo scelto di fermarci. Ci siamo solo conformati ad un obbligo. Il mutamento lo abbiamo subito. Senza “entrarci dentro”

In forza di un fatto estremo e di vincoli necessari, e non per nostra libera scelta, abbiamo sperimentato quello che è stato erroneamente chiamato “distanziamento sociale” e che invece sarebbe più corretto chiamare distanziamento fisico, perché ha allontanato le persone fisicamente ma ha seminato semi per sviluppare un maggior senso di comunità.

Semi che però toccherà coltivare, mutando le nostre abitudini anche adesso che si sta allentando l’obbligo a farlo.

Lo smartworking, le consegne a domicilio, le piattaforme di apprendimento online, i siti di e-commerce e per i domicili a casa, le app per saltare la davanti gli esercizi commerciali non sono innovazioni.

Potevano farsi anche prima. Ma non ci eravamo accorti che la tecnologia era lì per migliorare la nostra vita. Non ci eravamo <fermati> a riflettere come dare qualità alla nostra vita.

Siamo invece riusciti in ciò che credevamo impossibile: fermarci. Eppure, non ci siamo mai davvero fermati. Fisicamente, forse. Ma poi abbiamo continuato ad aspettare che riprendesse tutto esattamente dal punto in cui avevamo interrotto.

Adesso stiamo vivendo la grande opportunità di imparare ciò che forse non avremmo saputo mettere in pratica altrimenti.

Abbiamo perso anche l’occasione di riscoprire cosa è il tempo. Abbiamo avuto l’occasione di ripensare le nostre abitudini. Scoprirne altre. Ma non abbiamo modificato il nostro modo di ripensare i processi.

Adesso restituiti alle nostre libertà, abbiamo la possibilità di cambiare. E di dare il giusto valore al tempo.

Diamoci tempo. Ritroviamo il giusto equilibrio per dare valore al nostro tempo. Qualità alle relazioni sociali. Spazio alla nostra autenticità.

Abbiamo la possibilità di cambiare il copione delle nostre vite. Di vivere la fase 2 della nostra vita. Proviamoci.

70 Battiti d’ala al secondo

Tu sei un colibrì perché come il colibrì metti tutta la tua energia nel restare fermo

È così Marco, il protagonista del romanzo di Sandro Veronesi. È un uomo che non cambia, si adatta.

Il libro mostra il con efficacia il “dietro le quinte” del cambiamento di una persona che ce la mette tutta per <non> cambiare. Perché del cambiamento ha paura, teme possa scombinare la perfetta imperfezione della sua vita.

Ma accade, malgrado tutto, quel ‘quid’ che lo porta a cambiare. Un po’ come tutte le crisi, arriva la scintilla che scompiglia i piani di resilienza e mette in moto il cambiamento.

Marco, il protagonista del libro è un colibrì, perché ha una caratteristica unica: il dono dell’immobilità. Batte le ali, continuamente, una fatica immane per rimanere fermo, piantato per aria. Sospeso, senza darsi un senso, senza dare un senso alle sue rinunce.

Settanta battiti d’ali al secondo, per rimanere fermo piantato nello stesso posto. Fermo, immobile, mentre la sua vita scorre densa di avvenimenti che avrebbero cambiato chiunque. Ma non lui.

Marco vive la sua vita così, muovendosi per stare immobile, rifuggendo il cambiamento.

Mentre tutti vanno avanti, lui pratica una resilienza tenace, riavvolgendo continuamente il nastro all’indietro. Non solo lo ferma il tempo, addirittura meticolosamente insegue il tempo perduto.

Marco più che volare in avanti, vola all’indietro, esattamente come il colibrì.

Ma il suo battere d’ali, anche se non lo porta subito dove vorrebbe, muove comunque le cose attorno a lui. Ma lui, caparbio a mantenere il suo disequilibrio, con tutta la sua energia, lotta contro la sua consapevolezza. E questo lo fa stare fermo.

Sono stati scritti fiumi di parole sul cambiamento nel mondo delle organizzazioni. Come mai allora anche quando si è ben disposti a cambiare, poi, alla fine, non si cambia?

Perché come Marco, le organizzazioni, i manager, i sistemi economici mettono tutta la loro energia per rimanere fermi? Perché, pur parlando spesso di cambiamento, pur battendo le ali continuamente, molti restano immobili e addirittura volano indietro nel tempo ?

Forse un primo passo dobbiamo farlo nella nostra empatia con la parola cambiamento. Dobbiamo provare, prima di tutto, a cambiare il punto di vista lessicale. Il cambiamento è interpretato troppo spesso come un “via da” e non come un  “verso cosa

Chi è coinvolto nel processo di mutamento ha (forse) chiaro da cosa deve staccarsi, ma non cosa acquisisce. Delega il risultato, ma se ne assume il rischio. Decisamente un pessimo investitore. Destinato a disperdere il suo capitale.

Il cambiamento viene visto – e vissuto – come rinuncia a qualcosa di noto per muoversi verso l’ignoto, verso qualcosa la cui costruzione deleghiamo al destino. Peggio, deleghiamo al destino anche la capacità di immaginarlo quel cambiamento. Ed apotropoicamente, nemmeno ci proviamo ad immaginarlo.

Ed è questo che ci frena, che ci ancora a qualcosa che da cui vorremmo mutare. Che ci fa sbattere, inutilmente, le ali, 70 volte al secondo. Per paura anche solo di pensarlo il cambiamento.

Lo stare sempre fermi, facendo tutta quella fatica che fa Marco, praticando la resilienza come pratica di vita, non è la cura. E’ la ferita.

Il cambiamento per avvenire ha spesso bisogno di un evento improvviso, radicale e totalizzante, una vera e propria crisi. Krisis, parola, che significa proprio scelta consapevole.

Al colibrì Marco non sono mancate le crisi lungo tutta la sua tortuosa vita, anzi credo che ne abbia accumulate più di quanto capita mediamente.

Ma non si mai fermato a chiamarle con il loro nome. Gli è mancato proprio questo per quasi tutta la sua vita, passata a cambiare il nome a tutto ciò che non voleva accettare.

Fino al giorno in cui la consapevolezza gli presenta il conto della sua resilienza. E mette Marco davanti la prova più difficile in assoluto.

Ma è qui che accade qualcosa che è più forte della resistenza di Marco. La ferita partorisce Miiraijjn. Un nome che significa Futuro.

E Marco impara a cambiare il suo lessico. Si ferma, prende consapevolezza di come nemmeno la vincita sul destino può fargli cambiare in meglio la vita.

Ma è la vita stessa, e le sue ferite, che conducono Marco alla salvezza. Se ne accorge stringendo la mano al <suo futuro>, affidandosi ad esso. E cosi finalmente cambia.

Essere antifragili

In <Antifragile, prosperare nel disordine>, Nassim Nicholas Taleb offre una prospettiva innovativa per affrontare la crisi, o più in generale le crisi, gli errori, i cambiamenti subiti.

La chiave di tutto potrebbe essere l’antifragilità. Ben diversa dalla resilienza, l’antifragilità è la capacità di lavorare sull’incertezza, su un evento di straordinario imprevisto impatto, per crescere.

Ciò che è resiliente resiste agli shock e rimane identico a sé stesso; l’antifragile invece scopre le sue fragilità, affronta il cambiamento, innova,  e si migliora.

L’antifragilità ci aiuta invece a capire meglio la fragilità, a valutarla come una qualità che spinge a prendere prima consapevolezza delle leve per ripartire, ad abbandonare quella comfort zone che ha sinora rimandato sempre “a domani”  l’innovazione.

L’incertezza, la volatilità sono qualità inevitabili, alla base di tutto di ciò che muta nel tempo. Questo sta succedendo adesso: abbiamo scoperto quanto tutto sia incerto. Tutto sembra sfuggire al nostro controllo. Ed allora usiamo questo tempo per imparare a diventare antifragili e prepararci a ripartire.

Perché la variabile decisiva sarà la velocità di reazione, la creatività, l’attitudine ad innovarsi, la capacità di uscire dalla comfort zone ed affrontare il nuovo scenario. La capacità di cambiare.

E’ nella crisi che sorgono l’inventiva, le scoperte e le grandi strategie. Chi supera la crisi supera sé stesso senza essere superato”. Albert Einstein nel 1931, ne “il mondo come io lo vedo” aveva tracciato la direzione. A noi sta oggi, raccogliere la sfida.

Non possiamo incidere sulla pandemia se prima non ci sottraiamo al contagio; non possiamo pensare di far ripartire il business senza prima ridurre le perdite; non è possibile chiedere alle imprese di ripartire se non immettiamo liquidità nel sistema. Così non possiamo diventare antifragili se non partiamo dalle nostre fragilità.

La debolezza della modernità sta proprio nell’avere ignorato la fragilità, dando spazio ad una società deterministica. La situazione odierna ci ha improvvisamente dispiegato il maggior fattore di fragilità della società, nonché il principale generatore di crisi : l’attitudine a non mettersi in gioco.

Lo stiamo vivendo tutti nella nostra pelle: l’emergenza coronavirus ha cambiato le nostre abitudini, il nostro modo di lavorare. Ma sta, in modo ancora più incisivo, cambiando i sistemi produttivi ormai minati dalla incertezza e dalla volatilità.

Il rischio di impresa è diventato rischio di sistema. Il vantaggio competitivo sarà allora in chi più rapidamente innova, creando discontinuità dal sistema.

Il reinventarsi, l’aggiornamento continuo del proprio bagaglio di competenze non sono più un lusso, ma una pratica essenziale quotidiana. Necessaria per resistere e competere in un ecosistema che non ha più scenari di lungo periodo ma che evolve continuamente.

Questo ci sta insegnando l’emergenza di questi giorni: bisogna farsi trovare pronti al cambiamento.

 

E nel frattempo, godiamoci il paesaggio.

Bisogna rispettare l’orologio delle emozioni, prendere le distanze, ascoltare la propria fragilità. Ascoltare i tempi propri ed il tempo  degli altri e sentire ciò che é sincrono a sé, lasciando andare ciò che non lo è.

Assecondare i propri desideri e ricercare ciò che ci fa stare meglio senza infrangere il terreno altrui ma concimandolo di entusiasmi.

La via per la felicità è così piena di bivi e non sempre prendiamo quello giusto. Ma la strada che abbiamo davanti porta comunque a qualcosa. Quello che non deve mai mancare é qualcosa (un obiettivo, un progetto, un desiderio, una nuova consapevolezza) che quella strada faccia venire voglia di percorrerla.

Qualunque strada sia diventerà la tua se la percorri mettendoci l’anima.

Ha un suo ritmo la felicità: e non sempre camminiamo con la stessa andatura.

E’ così delicato, il mondo che custodiamo: non si può avere fretta.

Ma non si deve nemmeno consumare energia per qualcosa che non si accorda con il tuo diapason. Che non abbia le stesse albe e gli stessi tramonti. E la medesima  voglia di vivere intensamente il momento.

C’e un percorso da compiere. Lungo o breve che sia, fugace o intenso che sia, dobbiamo seguirne le curve, le salite, i tratti più insidiosi, assecondare il tempo e il maturare naturale delle cose.

E, con fatica, per chi davvero vuole vivere autenticamente ogni attimo di vita, per chi vuole dare un senso alla parola vita, accade sempre qualcosa di straordinariamente naturale come tutte le cose che hanno assecondato il tempo necessario perché fossero profondamente autentiche.

E nel frattempo però…godiamoci quanto più possibile il paesaggio…senza inutili scorciatoie e senza sostare dove non ne vale la pena

Partita doppia

Il cambiamento dipende soprattutto da come guardiamo al bilancio di esercizio della nostra vita e della nostra attività lavorativa. A come contabilizziamo perdite e guadagni.

Per cambiare, dobbiamo imparare a “riclassificare” le voci del nostro bilancio.

Siamo portati a fare il bilancio della nostra vita, solo attraverso il “conto economico” (ciò di cui disponiamo, il saldo delle cose che ci succedono) e non secondo la situazione patrimoniale (chi siamo, i nostri valori, il bagaglio di competenze, le esperienze accumulate, il network di relazioni su cui possiamo contare).

Il “bilancio di esercizio” in economia aziendale è la visione di insieme da redigere allo scopo di perseguire il principio di verità ed accertare “in modo chiaro, veritiero e corretto” la propria situazione patrimoniale e finanziaria ed il risultato economico di esercizio finale.

Se non siamo quindi autentici e mettiamo in chiaro nella nostra contabilità anche le cose a cui (volutamente) diamo meno importanza, non ci accorgeremo di quegli indispensabili “accantonamenti” a cui attingere nei momenti straordinari.

In contabilità aziendale, il principio di competenza è una prassi che consiste nel considerare, nel conto economico di un bilancio d’esercizio, solo i costi e i ricavi che si riferiscono e hanno effetto in quel periodo di tempo, a prescindere dalle manifestazioni finanziarie già avvenute o che devono ancora avvenire.

E’ un po’ come se ad ogni ultimo dell’anno, chiudiamo l’impresa e ne riapriamo un’altra completamente nuova. Senza avere portato a patrimonio nulla.

Impariamo allora a riscrivere con maggiore chiarezza il nostro bilancio. E nella nota integrativa, mettiamo sempre in evidenza un po’ di gratitudine alle cose che ci capitano, alle persone che incontriamo, alle esperienze che viviamo e che troppo spesso registriamo in “contabilità” senza nemmeno assaporarne il valore.

Bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto? Tu intanto versa

In The Bourne Ultimatum, il protagonista dice “Spera per il meglio ed aspettati il peggio”. E’ questa di solito la trama dei nostri pensieri. Il muretto che ci blocca davanti la soglia del cambiamento.

Siamo abituati a pensare per sottrazione. L’avversione alla perdita è insita in noi molto più che la propensione al guadagno.
La tendenza al pessimismo che ci frena nel cambiamento è figlia di un algoritmo mentale che abbiamo elaborato per difenderci dalla più insidiosa delle paure, la paura dell’ignoto.

Tendiamo a sovrastimare le perdite e sottostimare i guadagni e per un intrinseco meccanismo di difesa che facciamo scattare ogni qual volta ci apprestiamo ad affrontare un cambiamento.

Si tratta di un’abitudine a rimanere ancorati alle cose, sedimentata nel nostro fare. Serve quindi allenamento per invertire la tendenza.

Allenamento alla gratitudine. Impariamo ad esplorare le novità con fiducia e ottimismo, anziché proteggerci da ciò che vediamo come ostile solo perché nuovo. Iniziamo filtrando informazioni e notizie che evidenziano ciò che di più brutto e triste esiste al mondo e che ci vengono presentate enfatizzando gli aspetti negativi e nascondendo quelli invece positivi (perché vende molto di più la paura che la felicità).

Il nostro sistema interno va in allarme davanti a qualsiasi imprevisto, ogni volta che ci troviamo di fronte a qualcosa di inaspettato o ignoto.

Ed allora alleniamo la nostra mente a non vedere il bicchiere mezzo vuoto o mezzo pieno, ma sempre come un bicchiere dove può essere ancora versato da bere. Vino buono, di qualità.

Cambiamo prospettiva e vedremo che riprenderemo in mano il timone del nostro modo di pensare, mettendo le vele in posizione favorevole ad accogliere il vento dell’ottimismo. O almeno il vento del fare.
Le cose migliori, se ci pensate, vi sono sempre capitate in modo inaspettato. Ma forse eravate già con la testa ad aspettarvi il peggio. E non le avete trasformate in occasione di cambiamento.
Ed allora, facciamoci trovare pronti.

Bicchiere mezzo o mezzo vuoto ? Tu intanto versa e brindiamo alle cose che accadono. A cui permettiamo di accadere.

Andrà tutto bene? Dipende da noi.

Andrà tutto bene?
No, andrà come noi faremo in modo che vada.
Ci sarà da lottare, fare sacrifici, lavorare in un modo diverso di prima, cambiare i consumi, rinunciare ad alcune cose, scegliere la qualità anziché la quantità nei consumi come nelle relazioni, programmare diversamente le risorse pubbliche, pretendere più diritti e meno privilegi, avere uno stile di vita più rispettoso dell’ambiente, un uso delle città più ecologico. Faremo valore al merito ed alla competenza.
Ma l’Italia ha risorse, ha cultura, ha creatività.
Se metterà in campo la competenza, e metterà da parte privilegi e odio sociale, allora andrà tutto bene. Anzi, meglio.

Ne usciremo cambiati, ma davvero saremo capaci di maggiore intelligenza collettiva?

Le crisi globali, come quella vissuta durante la pandemia, generano cambiamento. E il cambiamento porta comunque in sé dei presupposti positivi e degli effetti che prevarranno anche finita la fase di crisi. Ma siamo noi a decidere quali far generare.

La parola crisi, del resto, deriva dalla parola greca krisis: scelta, decisione. E questo siamo chiamati a fare: a scegliere e decidere di trasformare il momento nel presupposto necessario per un miglioramento, per una rinascita fondata su nuovi valori e nuovi paradigmi anche lavorativi.

L’urgenza e la gravità dei momenti di crisi rendono necessarie molte innovazioni organizzative e messo in moto quello che era il cambiamento atteso dalla quarta rivoluzione digitale e che trovava la resistenza del sistema proprio perchè, come ogni cambiamento, presuppone a monte la motivazione.

Perchè cambiare è scomodo, bisogna mettere in discussione molti schemi consolidati, di vita e di lavoro. Ed è allora proprio nei momenti di crisi che emerge il valore della gente e nascono idee, progetti condivisi e di valore.

Il ricorso al lavoro agile (smartworking), esteso a tutte le categorie (da ieri massicciamente anche al settore pubblico, tendenzialmente il più resistente ai cambiamenti), può rivelarsi una grande opportunità: le aziende ed i lavoratori possono infatti scoprire i benefici derivanti da una forma di svolgimento della prestazione di lavoro che mette al centro del rapporto tra le parti la fiducia, come leva per ottenere maggiore produttività ma anche maggiore flessibilità nella gestione del tempo e degli spazi di lavoro. Realizzando quella conciliazione vita-lavoro necessaria per garantire accesso al lavoro pari per tutti, senza barriere di genere o di abilità fisiche.

Lo SmartWorking presuppone un profondo cambiamento organizzativo e culturale necessario per passare dal paradigma organizzativo basato sul controllo alla responsabilizzazione dei collaboratori, attraverso la revisione del modello di leadership.

Riorganizzazione il lavoro in ottica smart significa infatti creare organizzazioni più flessibili, introdurre approcci di empowerment, delega e responsabilizzazione delle persone sui risultati, favorire la crescita dei talenti e l’innovazione diffusa.

Ipotizzando una pervasività finale dello smartworking del 70%, l’impatto finale potrebbe essere di 14 miliardi di euro circa, oltre l’aumento di competitività del sistema Italia sugli scenari internazionali.

E diverse sono le esternalità positive correlate, prima fra tutte l’impatto sull’ambiente: in appena pochi giorni è evidente l’effetto sui livelli di smog e di inquinamento acustico nei centro urbani.

L’abitudine al lavoro digitale permette inoltre di allargare gli orizzonti delle aziende, aumentando la capacità di penetrazione sui mercati internazionali.

Tutte innovazioni che segnano un punto di rottura: sarà difficile, sperimentato il cambiamento e valutati gli effetti positivi, tornare indietro in molte organizzazioni.

Ne usciremo da questa emergenza e ne usciremo cambiati. In una direzione più aperta e forgiata da intelligenza collettiva ed empatia sociale, ma anche con una diversa propensione al cambiamento, anche sul lavoro. E questo ci aiuterà a percorrere le strade necessarie a ripartire.

La pandemia, a cui non eravamo abituati, segnerà comunque un prima ed un dopo. Bisogna farsi toccare dalle cose. L’indifferenza é peggio di qualsiasi virus. Oggi l’emergenza é il lavoro, il futuro per economie già fragili come quelle delle nostre comunità. E abbiamo tutti il dovere di non rimanere terzi rispetto al tema. Ma anche di sentirci parte in causa nella soluzione.

Gli strumenti ci sono, l’innovazione è già a disposizione di aziende, famiglie, persone. Sta a noi imparare a farne buon uso e, soprattutto, a collaborare per il bene comune con senso di responsabilità e visione di lungo periodo.

Il momento che attraversiamo è certamente straordinario, e come tale sta rivoluzionando la vita di tutti i cittadini e delle imprese. E se il dopo è un pagina ancora da tutta da scrivere, che avrà certamente bisogno di misure eccezionali per sostenere la ripartenza, di rinegoziare le regole di negoziato con l’Europa e di una riorganizzazione della finanza pubblica e della politica sanitaria, il presente certamente ci ha già cambiati.

In questi giorni, pur nello smarrimento, l’Italia sta comunque dando prova di grande maturità, affrontando questo momento di grande difficoltà facendo prevalere il  senso di comunità e di responsabilità.

Ripartiremo e ripartiremo più maturi. Avendo imparato il valore di tante cose date sino ad oggi per scontate. Anche il valore di innovare.

Un’occasione per innovare

L’emergenza CoronaVirus rappresenta una grande sfida anche sotto il profilo dell’innovazione dei modelli di lavoro. Il sistema del lavoro in Italia resta infatti ancorato più a logiche legate a modelli di lavoro non sostenibili, rigidi, legati alla presenza fisica sul luogo di lavoro, che non al risultato. 

Il decreto legge  23 febbraio 2020 n. 6, varato dal governo nazionale per contrastare la diffusione del virus sta spingendo molte aziende ed anche la pubblica amministrazione a sperimentare sistemi di smart working. 

E così in Italia è prepotentemente entrata in uso la parola smart working, il lavoro <agile>. Si tratta di un nuovo modo di lavorare, che nasce sulla spinta delle nuove tecnologie e permette un approccio più flessibile all’attività produttiva con vantaggi per le imprese e per i lavoratori ma anche per la comunità.

Malgrado l’Italia avesse già una legge tra le più avanzate in Europa (legge 81/2017), procedeva lentissima la diffusione di questo modello di lavoro, che – se correttamente adottato –  incide positivamente sulla produttività dei lavoratori (riducendo il tasso di assenteismo), diminuisce i costi di impresa (attraverso la riorganizzazione dei luoghi e dei carichi di lavoro), aumenta il tasso di partecipazione al lavoro delle donne (permettendo la conciliazione vita-lavoro) e migliora l’ambiente (riducendo i carichi ambientali di spostamento per raggiungere il luogo di lavoro, meno traffico, meno rumore, meno incidenti).

Uno studio dell’Università di Stanford ha rivelato che la produttività tra i dipendenti dell’agenzia di viaggi cinese Ctrip era aumentata del 13% con il telelavoro. De Masi ha tracciato una stima di impatto nel modello impresa In Italia, stimando una produttività del lavoro aumentata del 22%. 

In linea con le economie più competitive, nel 2017 anche in Italia era stata approvata la legge che prevede l’introduzione del lavoro agile, ma la sua diffusione è stata rallentata dalla rigidità del sistema del lavoro e dalla resilienza delle organizzazioni di lavoro all’innovazione tra un modello di lavoro basato più sul controllo ‘fisico’ del lavoratore che non sul risultato.

Se in 3 anni solo poche aziende hanno trasformato i loro modelli di lavoro e di business, utilizzando le nuove tecnologie per favorire forme di lavoro smart, in pochi giorni a seguito delle deroghe introdotte dal decreto 6/2000 (relativamente soprattutto agli accordi sindacali) sono diverse le aziende che – per non chiudere – stanno organizzando modelli di lavoro agile.

Da un sistema resistente al cambiamento. 

L’emergenza spinge infatti alla flessibilità, che è il terreno necessario per innovare. 

Se lo smart working si affermasse come una buona soluzione per superare le difficoltà temporanee, significherebbe anche poter dare maggiore spazio in futuro a modelli di organizzazione che prediligono la flessibilità, con maggiori vantaggi competitivi dell’azienda e benefici collaterali, da quelli sulla vita personale dei dipendenti a quelli sul traffico cittadino e più in generale sull’ambiente.

Risparmio di tempo e denaro per gli spostamenti, ottimizzazione del tempo impiegato per lavorare, maggiore produttività. Ma non solo: lavoro agile significa incidere sul paradigma del lavoro spostando l’asse dalla cultura italica dal posto fisso  alla cultura del merito e della competitività.

Il mondo del lavoro è cambiato, deve cambiare anche l’approccio al lavoro. 

La rivoluzione digitale sta modificando fortemente il mondo del lavoro: il contesto è infatti decisamente cambiato rispetto a qualche anno fa, quando il posto fisso era un punto di arrivo per molti, i percorsi di carriera lineari, il mercato del lavoro più statico. Oggi, non può essere il lavoro l’obiettivo di riferimento, ma la piena occupazione. 

Essere smart workers significa sapersi mettere in gioco e reinventarsi quasi quotidianamente, facendo leva solo sulla propria professionalità, sulla capacità di apprendere  riapprendere in funzione delle dinamiche del mercato del lavoro.

Gli smart workers possono impostano il loro rapporto con l’azienda in modo relazionale, non si vedono legati per sempre allo stesso lavoro, e questo li rende portati alla transazione personale con l’impresa, mantenendo sempre la loro autonomia. Lo smart worker si orienta con le regole che valgono per il libero professionista. Per il nuovo lavoratore è importante che l’esperienza che sta maturando sia un’opportunità di sviluppo di nuove competenze, nell’ottica della piena occupazione, anche laddove cambia il mondo del lavoro. Per le aziende è fondamentale che chi lavora contribuisca a portare valore all’impresa.  La relazione tra impresa e lavoratore si basa cosi sui concetti di valore e merito, e non su posizioni di rendita acquisite. 

Insomma, forse una notizia buona dall’emergenza coronavirus c’è, ed e che ci sta portando verso una trasformazione culturale profonda dei nostri modi di pensare il lavoro. Verso traiettorie di maggiore competitività ed occupabilità, se sapremo innovare.

Ridurre i divari per rilanciare l’Italia

Serve oggi una nuova narrazione, che faccia riferimento ad un’idea di Paese non più divisiva ma unitaria sulla quale fondare le politiche per la crescita. L’errore sinora largamente fatto è stato quello di una narrazione Nord/Sud come due entità distinte con problemi diversi e, perciò, alla ricerca di soluzioni distinte.

La rappresentazione distorsiva racconta invece di una demarcazione netta tra Nord e Sud. Un Nord che produce ed un Sud che consuma.Un Nord che va fatto crescere per competere ed un Sud che invece va assistito.

Il gap occupazionale Nord-Sud, solo nel 2018, è stato di quasi 3 milioni di persone e complessivamente il divario tra le due aree continua ad allargarsi. E i costi di questa demarcazione la pagano in misura maggiore le fasce più deboli, donne e giovani del sud.

Il riequilibrio tra nord e sud richiede allora politiche economiche e sociali che promuovano competitività e coesione, e che però partano da una lettura corretta della situazione, non distorta nelle premesse e quindi nelle conclusioni.

Partiamo da alcuni esemplari dati. Le regioni del Sud Italia hanno il più basso tasso di occupazione d’Europa! Nel 2018 gli occupati al Sud tornati sotto la soglia dei 6 milioni, con un calo nella maggior parte delle regioni del Sud. Rispetto a una media Ue del 73,1% (dati Eurostat 2018), al Sud solo il 45% delle persone tra i 20 e i 64 anni ha un lavoro. In Sicilia il 44,1%. Lavoro precario e a tempo compresi.

Il tasso di attività si ferma al 54% e quello di occupazione al 43,4%. La disoccupazione giovanile, invece, raggiunge il tasso record del 51,9%, il 53,6% in Sicilia. E tocca punte massime al crescere del livello di istruzione. In pratica, un giovane meridionale su 2 non lavora, e l’emergenza lavoro per i giovani Sud non accenna a ridursi determinando, insieme al ridotto tasso di natalità, lo spopolamento delle aree del sud.

L’OCSE ha rimesso l’Italia al primo posto per emigrazione. Uno dei punti di maggiore fragilità del Sud sono i giovani, costretti ad abbandonare il Sud. Falcidiati dal calo delle nascite degli ultimi anni, sono sempre meno e meno presenti sul mercato del lavoro e hanno peggiori condizioni lavorative, maggiore precarietà, più bassi salari.

Ed è però profondamente errata la narrazione che si fa dei giovani del sud rassegnati a rimanere fuori dal mondo del lavoro.

Le statistiche pubblicate da UnionCamere dicono infatti altro. Le nuove imprese under35 anni al Sud sono il 40,7%, al Nord il 39,6%. Al sud malgrado tutto, e malgrado i tassi di emigrazione e neet c’è voglia di intrapresa giovanile. Ma non ci sono le condizioni perché queste imprese da startup facciano il salto in aziende mature. Tra il 2002 e il 2017 gli emigrati dal Sud sono stati più di 2 milioni, di cui la metà sotto i 35 anni. Al netto dei rientri, il Sud ha perso 852mila persone).

Le regioni del Sud Italia sono le ultime in Europa per tasso di attività e tasso di occupazione femminile e detengono il record per NEET.

La questione anagrafica e di genere diventa perciò paradigmatica per cogliere le crescenti difficoltà del Sud. E sono dati, questi, che entrano tutti nel computo della quantità di risorse Ue assegnate all’Italia.

Un Sud indietro nei parametri ma che non sa usare i fondi UE conviene quindi al Nord.

I gap del sud cioè mantengono alta la quota di risorse UE che l’UE stanzia all’Italia mentre non altrettanto alta è la quota di risorse che va a beneficiari del Sud.

I fondi europei vengono assegnati all’Italia in misura direttamente proporzionale agli indici di sottosviluppo del Sud, e che gli stessi sono destinati per l’85% al Sud, al fine di ridurre proprio le differenze di velocità, ma vengono invece utilizzati invece per il 73% al Centro-Nord.

Nel Sud l’impoverimento della società insieme al progressivo peggioramento nell’offerta dei servizi pubblici essenziali (scuola, sanità e servizi sociali) e la gravissima carenza infrastrutturale (deterrente per sviluppare impresa ed attrarre investimenti) hanno avuto negli ultimi anni come prevalente proposta politica tutte le forme di ammortizzatori sociali e risorse per finanziare opere senza progettazione e, ancor peggio, senza risorse e mezzi per la progettazione.

Nessun concreto strumento per la crescita endogena e la connessione infrastrutturale, nessun reale strumento per la crescita.

Ciò ha confinato il sud a restare sud ed aumentare il suo divario: un sud sempre più dipendente dalla singola proposta politica di assistenza e non invece impegnato in puntuali politiche mirate alla crescita (credito di imposta al sud, fiscalità di vantaggio, competence center, …).

E’ al Sud uno solo (a Napoli) dei 7 competence center, che sono il luogo per eccellenza di innovazione, attrazione investimenti e lavoro per i giovani.

La contrapposizione tra un Nord produttivo e connesso con il mondo (ma tartassato da iniquità fiscali dovute alla zavorra Sud) ed un Sud inerme ed assistito è stata la scusa per delegare ai fondi strutturali la responsabilità del mancato sviluppo del sud e orientare invece le risorse nazionali ad accrescere la competitività del nord.

Non ci si può aspettare dai soli fondi strutturali una ripresa del processo di sviluppo del Sud. Nonostante ingenti stanziamenti, il Sud cresce sempre meno: meno del passato, meno delle regioni del Centro Nord, meno delle altre regioni europee in ritardo di sviluppo.

Solo negli ultimi dieci anni la spesa pubblica è stata ridotta al Sud dell’8,6% mentre è stata accresciuta dell’1,4% al Centro-Nord; e ogni anno sono stati sottratti al Sud 61,5 miliardi di euro per essere trasferiti al Nord.

Per favorire strutturali e duraturi processi di crescita del Mezzogiorno è quanto mai doveroso non relegare il Sud ad essere la zavorra dello sviluppo del sistema Paese, ma motore di crescita del Paese attraverso una seria riflessione sul valore e ruolo dei giovani in questa crescita. I giovani che, in assenza di risposte, stiamo lasciando andare via.

Serve superare i gap in termini di infrastrutture, sistemi di logistica, politiche integrative di welfare, strumenti di incentivazione alla crescita e all’auto-impresa, politiche per creare vantaggio fiscale ad investire e ad assumere al sud, politiche per valorizzare le competenze locali per trattenere i giovani, misure per arginare lo spopolamento del Sud, misure per promuovere innovazione e la transizione digitale.

Al sud non servono stampelle, surrogati del lavoro, misure di assistenza, ammortizzatori che servono solo a mettere ancora in pausa lo sviluppo del sud aumentando il gap con il nord. Al sud servono i treni ad alta velocità e le autostrade a 4 corsie, le piattaforme logistiche, i competence center .

E men che mai serve quella insulsa generosa pacca sulle spalle quando ci dicono che tanto potremmo vivere di turismo; non di lavoro, ma di turismo. Un sud spopolato dai suoi cittadini e segregato per quantità e qualità lavorativa come potrebbe mai attrarre investimenti turistici che producano economia e occupazione per il territorio? Come può mai organizzarsi per un turismo di qualità che raggiunga i numeri delle canarie ?

Il costo che paga il Sud in termini di emigrazione dei nostri giovani non è solo in termini di sottrazione di capitale umano e di generatori di futuro ma è anche un costo diretto. Perché resta in carico al sud il costo sostenuto per crescere nelle famiglie e formare questi giovani.

Il Sud è parte integrante del sistema produttivo e sociale del Paese nelle sue aree più vitali e deve ripartire dalle sue “risorse endogene”, non da strumenti di mera assistenza o dall’abbaglio dell’attrazione di investimenti che è poi la forma moderna del colonialismo (di mera convenienza solo per l’investitore che quando raggiunge il suo break-even sbaracca).

I fondi strutturali sostituiscono ormai normalmente la mancata spesa ordinaria e con una percentuale crescente negli ultimi anni. La dimensione dei fondi strutturali, pur rilevante, è però pari a meno della metà del totale della spesa in conto capitale nel Mezzogiorno, e meno del 5% del totale della spesa pubblica.

Appare molto difficile che un intervento di tale entità possa essere di per sé sufficiente a mutare le sorti di un territorio così ampio come il Mezzogiorno, senza una profonda azione di potenziamento dell’intervento nazionale di “sviluppo” (infrastrutture, ricerca, istruzione, politiche economiche sociali), e di riqualificazione della spesa ordinaria.

Ci siamo concentrati sui fondi europei (che peraltro non finanziano più infrastrutture dal ciclo 14-20) e ci siamo distratti sul fondo sviluppo e coesione (che complessivamente muove più risorse la maggior parte della quali destinate alle infrastrutture).

Dobbiamo pretendere che sia rispettata la clausola della legge mezzogiorno che prevede di stanziare al Sud il 34% della spesa in conto capitale.

Per colmare il gap tra Nord e Sud serve infrastrutturare il Sud: richiamando alle loro responsabilità le società pubbliche nazionali (Eni, Ferrovie, Cassa Depositi e Prestiti) perche nei loro piani prevedano una quota proporzionale alla popolazione di investimenti al sud (e non solo per manutenzioni, ma anche per nuove opere necessarie al recupero del gap infrastrutturale).

Chiediamo poi politiche puntuali sui Servizi essenziali: che sono il campo in cui si distinguono i cittadini di serie A dai cittadini di serie B, e sempre più i cittadini del Nord da quelli del Sud.

Istruzione, Sanità, Servizi di Cura. Dove è sempre più evidente la faglia tra nord e sud. E che sono poi i temi alla base dell’emigrazione dei nostri giovani e causa dello spopolamento del Sud.

Scuola, Sanità, Servizi di cura : tutti ambiti dove – si faccia caso – è prevalente il potenziale di forza lavoro femminile. Tutti settori dove è prevalente il lavoro precario, ed in molti casi il lavoro sottoretribuito, se non in nero.

Tutti settori da cui si deve ripartire il confronto.