Auguri a chi crede nel Cambiamento

Auguri a chi ci crede. A chi non è indifferente. A chi non si ferma. A chi sa che non è il calendario che cambia un Anno rispetto all’altro ma ogni giorno deve essere impegnato a costruire il Futuro. Per Tutti.
Auguri allora a tutti quelli che vogliono cambiare. Auguri a tutti quelli che amano la Vita. Auguri a tutti quelli che ogni giorno lavorano, nel silenzio, a testa bassa, con umiltà e senso civico, per la nostra terra.
Auguri a chi si indigna e si impegna contro mafie, malaffare, malapolitica, sprechi, lassismo, clientelismi e corruzioni. Auguri a chi non molla. Auguri a chi questa terra non l’abbandona. Auguri a chi ci crede che questa nostra Terra è bellissima ma dobbiamo – tutti insieme – riappropriarcene e crederci nel suo sviluppo. E lavorare sodo perchè possa realizzare il suo progetto di vita.

Il mio augurio speciale vada a chi è dispari , è cioè oggetto di non pari opportunità, a quelli che vivono ai margini e che magari vengono ripresi nei discorsi sui ‘vorrei’ ma poi dimenticati nelle opere quotidiane e nelle decisioni pubbliche. A loro vorrei fosse dedicato l’impegno quotidiano a rendere il 2023 un anno di vero cambiamento e di affermazione di una nuova umanizzazione. Ed ai giovani, al loro talento, alla ricchezza di un capitale umano che deve essere le fondamenta da cui ripartire e a cui dare le ragioni per restare, perché ritrovino l’entusiasmo e a noi la perseveranza di educarli ai valori e la visione necessaria per costruire la possibilità per tutti di scegliere dove realizzare i propri talenti.

Non conta fare gli Auguri, quel che ci serve è ESSERE AUGURI. Insieme.

BUON ANNO A TUTTI ❗️

Eleutheromania: desiderio di libertà

Eleutheromania, dal greco ἐλευθερία (eleftheria) che significa libertà, esprime proprio il desiderio di libertà che porta al cambiamento.

L’anelito di libertà è spesso associato al viaggio, proprio come spazio in cui cambiamo le coordinate fisiche e temporali della nostra giornata e ci concediamo “abitudini” nuove. In cui ci concediamo il “lusso” di cambiare.

Lo stesso possiamo fare ogni giorno, anche senza partire, rinnovando ogni giorno un’abitudine. Magari solo rendendoci consapevole della luce racchiusa in quella che frettolosamente abbiamo archiviato come abitudine, dimenticando di vedere noi stessi dentro una ritualità per darvi un nuovo senso.

Questo é il primo, più difficile, cambiamento da fare.

Attraverso il viaggio, il mondo cambia ai nostri occhi e noi cambiamo agli occhi del mondo, in uno scambio di connessioni e scoperte che ci aiuta a cambiare la nostra prospettiva.

Ogni nuova meta è un nuovo universo che sveliamo, e in ogni nuova esperienza troviamo una aspetto di noi stessi che non abbiamo mai conosciuto prima.
Il viaggio è allora prima di tutto un viaggio in noi stessi, in un’incessante scoperta dei nostri limiti, delle nostre qualità, delle nostre potenzialità che attendono di essere realizzate. Ecco perché non esiste un viaggio ideale, ma infiniti, tanti quanti sono i viaggiatori, le mete da raggiungere, le storie da vivere, le persone da incontrare.

Il desiderio di libertà diventa desiderio di connessione, prima con il nostro sé più autentico e quindi con il sistema sociale che ci permette di generare il nostro cambiamento.

Per questo ogni viaggio di libertà dovrebbe prevedere tappe di gratitudine, luoghi di sosta in cui “ci fermiamo” e diamo valore a ciò che ci ha permesso di affrontare la tappa di viaggio.

Sono proprio queste soste che permettono di ricaricare il desiderio di libertà e permetterci di riprendere le mappe per tracciare il prossimo viaggio, desiderosi di realizzare la nostra Eleutheromania.

“Se continui a fare quello che hai sempre fatto, continuerai ad ottenere ciò che hai sempre avuto.” Warren G. Bennis

Ti auguro Tempo

<Non ti auguro un dono qualsiasi, Ti auguro soltanto quello che i più non hanno.

Ti auguro tempo, per divertirti e per ridere; se lo impiegherai bene, potrai ricavarne qualcosa.

Ti auguro tempo, per il tuo fare e il tuo pensare, non solo per te stesso, ma anche per donarlo agli altri.

Ti auguro tempo, non per affrettarti e correre, ma tempo per essere contento.

Ti auguro tempo, non soltanto per trascorrerlo, ti auguro tempo perché te ne resti: tempo per stupirti e tempo per fidarti e non soltanto per guardarlo sull’orologio.

Ti auguro tempo per toccare le stelle e tempo per crescere, per maturare.

Ti auguro tempo, per sperare nuovamente e per amare. Non ha più senso rimandare.

Ti auguro tempo per trovare te stesso,per vivere ogni tuo giorno, ogni tua ora come un dono.

Ti auguro tempo anche per perdonare.

Ti auguro di avere tempo, tempo per la vita.>

Elli Michler

Conosco delle barche

Quante barche conosciamo che arrugginiscono nel porto per non affrontare il cambiamento ? E quante barche che non smettono ogni giorno di uscire, di spiegare le loro ali, di generare il cambiamento?

<Conosco delle barche che restano nel porto per paura
che le correnti le trascinino via con troppa violenza.

Conosco delle barche che arrugginiscono in porto per non aver mai rischiato una vela fuori.

Conosco delle barche che si dimenticano di partire,
hanno paura del mare a furia di invecchiare e le onde non le hanno mai portate altrove, il loro viaggio è finito ancora prima di iniziare.

Conosco delle barche talmente incatenate che hanno disimparato come liberarsi.

Conosco delle barche che restano ad ondeggiare per essere veramente sicure di non capovolgersi.

Conosco delle barche che vanno in gruppo ad affrontare il vento forte al di là della paura.

Conosco delle barche che si graffiano un po’ sulle rotte dell’oceano ove le porta il loro gioco.

Conosco delle barche che non hanno mai smesso di uscire una volta ancora,
ogni giorno della loro vita
e che non hanno paura a volte di lanciarsi fianco a fianco in avanti a rischio di affondare.

Conosco delle barche
che tornano in porto lacerate dappertutto,
ma più coraggiose e più forti.

Conosco delle barche straboccanti di sole
perché hanno condiviso anni meravigliosi.

Conosco delle barche
che tornano sempre quando hanno navigato.
Fino al loro ultimo giorno,
e sono pronte a spiegare le loro ali di giganti perché hanno un cuore a misura di oceano.>

Jacques Brel 

La vita che si ama

Il cambiamento, così come la felicità, non basta che accada, dobbiamo farlo accadere e coglierlo dove in apparenza – stando fermi – non lo vediamo.

Imparare a riconoscerlo nella quiete cosi come nella crisi. Tenere sempre all’erta le nostre antenne. Stare connessi. In movimento, senza fretta ma senza sosta. Farci guidare dalla consapevolezza, verso una nuova prospettiva.

Il cambiamento è li, sempre a portata di mano, basta connettersi e spostare la prospettiva e vedere dove prima non vedevamo. Dove forse non eravamo pronti a vedere.

Il cambiamento ha bisogno di creatività ed immaginazione, di vedere i pezzi ricollegarsi uno alla volta per ricostruire un nuovo assetto che ha nuovi contorni ma si fonda sempre sui medesimi valori.

<La felicità non si definisce, c’è, c’è sempre, e non solo negli attimi che sconvolgono il cuore, ma nella consapevolezza  sognante e progressiva dell’esserci e non subirla, la vita. Si annuncia a lampi accecanti e fuggitivi, ma poi è lì, nella pioggia estiva, sottile, che non ti copre, che vuoi prenderla tutta, testa al cielo.

Il boato, il picco d’intensità, non è che uno sgraffio, e pare che bruci di sole, ma la felicità non è lì, sta nel silenzio che segue, nella lunga nota di quiete dove danzano punti di luce da afferrare e mettere insieme, a farne figure.

E allora non basta che accada, dobbiamo anche farla accadere e saperla cogliere dove s’acquatta, nella tristezza come presagio di un altro orizzonte, e soprattutto nella gioia che non si appunta all’anima, ma scivola e scivola: e allora tirarla, fletterla come un elastico perché si allarghi, quella gioia, si estenda di qua e di là, perché non diventi, appena passata, solo un ricordo.

Mentiva Epicuro. Non si è felici nell’imperturbabilità, ma nell’attraversamento del vento e della tempesta.

Quando non c’è tocca immaginarla. Non è facile, perché bisogna impararlo, questo immaginare, e quando è giusto e quando è troppo e quando il cuore a metà del mosaico perde un pezzo e rinuncia, o dal castello cade una carta e si deve ricominciare tutto da capo.

Immaginare è una scienza, non un percorso a casaccio, non è frullare utopie, è prevenire il possibile e intuirne la bellezza futura come fosse già lì. Viva, un segreto svelato.

Lei, la felicità, non ha trucchi nè inganni, corre là parallela a noi nel bosco e s’intravede negli intervalli tra un albero e l’altro, sì, s’intravede dalla pianura interminabile dove corriamo, sempre la stessa a perdita d’occhio, fino a nessuno orizzonte. Bisogna affrettarsi se accelera, rallentare se si prende una pausa, non farsela sfuggire un attimo a costo di perdere l’orientamento e il fiato: non mollarla finché non si apre uno spiraglio per coglierla impreparata e balzarle addosso che meno se lo aspetta.

Perché la felicità è li, a portata di mano, lì che non dobbiamo nemmeno farci chissà quali viaggi con la mente o frustrarci l’anima per essere più in là, guardare il mondo dall’alto, metterci sopra le mani per crederci padroni. E a volte serve solo un capitano che raddrizzi un sogno ingannevole.>

(Roberto Vecchioni, La vita che si ama)

Kaizen: non smettere mai di migliorare

L’invito a non smettere mai di migliorare arriva dal Giappone. Si chiama kaizen, termine che unisce i concetti di cambiamento (Kai) e meglio (Zen), e significa cambiare in meglio.

Il kaizen indica l’impegno ad apportare ogni giorno piccoli miglioramenti ovunque si può: nella vita personale, privata, sociale, professionale. Nell’ambito produttivo, kaizen significa un miglioramento continuo che coinvolge l’intera struttura aziendale – dalla leadership alla parte operativa.

Secondo l’approccio Kaizen, il cambiamento é continuo. Ma é lavorando sulla consapevolezza che ne possiamo cogliere il valore. Imparando a disapprendere per riapprendere innovandoci.

Questo approccio trova le sue radici nel vecchio detto giapponese: “se non si vede un uomo per tre giorni, i suoi amici dovrebbero guardarlo attentamente per scoprire quali cambiamenti si sono verificati”.

Il miglioramento continuo basato sull’approccio Kaizen è alla base del lean thinking. Il termine è stato coniato da Masaki Imai nel 1986 per descrivere la filosofia di business della Toyota in evoluzione al modello fordista. Una metodologia di crescita lenta ma costante di tipo inclusivo, che coinvolge l’intera struttura delle aziende e si oppone all’idea classica di innovazione dirompente caratterizzata invece da uno sviluppo rapido e radicale che prevede una rottura completa rispetto il passato. Quella che i giapponesi chiamano invece Kaikaku, ovvero un punto di rottura con il passato, in modo da progettare e realizzare un processo ex novo.

Immaginando un campo in coltivazione, il Kaizen rappresenta la pioggerellina frequente che apporta acqua e sali utili nelle zone dove è più necessario, permettendo il giusto drenaggio e il giusto tempo di assorbimento. Il Kaikaku invece è l’acquazzone intenso, di grande intensità, che apporta molto di più di quello che necessita al campo, e che provoca ristagni che impediscono al terreno di assorbire il giusto quantitativo di acqua distruggendo spesso il raccolto.

La capacità di assorbimento e di reazione alla pioggia dipende spesso dalla qualità del terreno: se un terreno è secco perché non riceve frequenti stimoli al miglioramento si indurirà e, a fronte di un Kaikaku, farà scivolare frettolosamente l’acqua mantenendo bagnata la superficie (ovvero i processi aziendali), ma non riuscirà ad aumentare la permeabilità dello strato più profondo (le persone, il capitale umano dell’organizzazione).

Il Kaizen è quell’irrigazione continua che permette al terreno di migliorare la sua qualità predisponendosi, poco per volta, ad adattarsi ai cambiamenti.

Ci sono rare situazioni in cui è preferibile un Kaikaku. Ad esempio quando la situazione finanziaria (la temperatura) è critica ed è urgente ridurre gli sprechi: in questi casi un acquazzone estivo è quel che ci vuole per tornare a respirare ma subito dopo si devono installare dei nuovi irrigatori per un Kaizen che possa stabilizzare il terreno.

Il Kaikaku sembra essere meno faticoso perché richiede meno costanza nel porsi domande, perché viene calato dall’alto quindi non attende che le soluzioni vengano proposte da chi opera. Il Kaizen è più faticoso, ma le radici che si creano nel terreno sono più forti e profonde perché proposte dai protagonisti permettendo così di sviluppare una cultura di miglioramento che diventa un elemento virtuoso e perpetuo.

Ogni cosa, anche se di poco, cambia continuamente. Il cambiamento è inevitabile. Ma è la permeabilità al cambiamento che fa la differenza. La capacità di “drenare” ed assorbire le trasformazioni.

Trasportando questo concetto nelle organizzazioni di lavoro, significa che ogni giorno si determina qualche miglioramento, anche se piccolo. Tale convinzione, radicata nella cultura giapponese, è meno conosciuta nella realtà industriale occidentale, in cui le aziende sostanzialmente possono rimanere inalterate nella struttura e nella forma anche per molti anni e dove i soli cambiamenti visibili sono nelle innovazioni tecnologiche ad alti investimenti.

Il processo di trasformazione Kaizu si basa sul miglioramento progressivo e fonda la sua forza quindi sulla capacità continua di disapprendere e riapprendere, sulla giusta capacità di analisi della situazione e sulla progettazione ed introduzione di cambiamenti graduali ma continui, che possono essere migliorati di giorno in giorno attraverso il kaizen.

Per riuscire a rendere efficace questo processo di miglioramento, l’equazione del cambiamento ci dice che servono: visione, competenze, agilità adattiva. Togliendo anche solo uno di questi elementi, il cambiamento non può funzionare, o richiederà comunque moltissimo sforzo.

Jugaad

La Jugaad è l’arte audace di individuare l’innovazione guardando le cose da un’altra prospettiva. Agire con intraprendenza, audacia e creatività per ricercare la soluzione.

Jugaad è una parola hindi che indica appunto la capacità di cogliere l’opportunità nell’avversità.

L’abilitá di guidare il cambiamento, attraversando le crisi e non evitandole.

Significa ingegnarsi per trovare una soluzione semplice al problema. Trovare soluzioni innovative, improvvisate e creative, per risolvere problemi o circostanze avverse, utilizzando strumenti semplici e quotidiani. Cambiando prospettiva.

Jugaad è allora quell’intuizione che ci fa abbandonare il porto ‘sicuro’ per andare a cercare il cambiamento generativo, inseguendo le nostre idee.

La Jugaad Innovation, proposta nata da tre giovani manager indiani ( Radjou Prabhu ed Ahuja, autori del libro Jugaad Innovation), è un modo nuovo di pensare e agire per affrontare le difficoltà, vedendo nel problema una direzione e non un ostacolo.

Stimola un’innovazione che procede dal basso ed è in grado di creare soluzioni efficienti a costi contenuti. Semplicemente rompendo lo status quo e aprendosi a nuove prospettive.

La Jugaad Innovation parte dal quotidiano per vedere il mondo con occhi nuovi. Per innovare in modo semplice bisogna infatti uscire dalla propria comfort zone, cambiare il nostro punto di vista abituale, quello che ci ispira maggiore sicurezza per affrontare l’incerto. Dentro al quale nasce il cambiamento.

L’approccio Jugaad spinge ad essere agili rispetto ai cambiamenti, ad adattarsi rapidamente agli imprevisti, utilizzando ingegno e flessibilità e lasciando agire l’immaginazione. Sono allora tre i punti cardine del pensiero Jugaad: a) la semplicità b) non reinventare la ruota c) attivare il pensiero laterale.

Privilegiare la semplicità: la complessità non sempre va infatti a pari passo con l’innovazione. Sono le cose semplici quelle che sono risultate più innovative nella storia e non sempre le idee più “geniali” sono quelle più percorribili.

L’invenzione della ruota ci insegna che spesso la soluzione che cerchiamo dall’esterno è già a portata di mano, ma occorre cambiare prospettiva per accorgersene.

<Se l’ostacolo maggiore è dentro di noi, fortunatamente anche la soluzione migliore è dentro di noi.>

Ed infine, il pensiero laterale, che invita a discostarsi dalla complessità. Per ciascun problema è sempre possibile individuare diverse soluzioni, alcune delle quali emergono solo prescindendo da quello che inizialmente appare l’unico percorso possibile e cercando elementi, idee, intuizioni, spunti fuori dal dominio di conoscenza e dalla rigida catena logica. Lasciare spazio allora alle intuizioni abbandonano quella rigidità che ci tiene spesso ingabbiati e limitati nel nostro modo di vedere, interpretare e di conseguenza interagire con la realtà che ci circonda.

Ciò che caratterizza un innovatore Jugaad è vedere il mondo con occhi nuovi e diversi. Cambiare la prospettiva per leggere il cambiamento.

L’approccio Jugaad ci viene allora incontro per osservare la crisi economica con uno sguardo diverso. Per cogliere il vantaggio di una nuova consapevolezza. Per trarre dall’esperienza, un valore. E dalle crisi, il pungolo per innovare.

Il volo di Jonathan Livingston

Il gabbiano Jonathan Livingston è il noto racconto di Richard Bach che parla di cambiamento. E’ infatti la storia di un gabbiano che lavora a trasformare le sue consapevolezze per generare cambiamento.

Il libro è dedicato dal suo autore “al vero gabbiano Jonathan, che vive in ognuno di noi”. A quell’Io che si mette in moto sul percorso del cambiamento.

Provo a ripercorrerlo, seguendo il volo del gabbiano Jonathan, evidenziando le <parole del cambiamento>. Questo breve romanzo, denso di significati, si esprime infatti attraverso il linguaggio simbolico delle “favole”, parlando di cambiamento e delle tappe inevitabili del percorso che porta a creare valore dal cambiamento.

Ci invita ad abbandonare la quiete della zona comfort e farci guidare dalla consapevolezza, per arrivare a volare oltre, creando connessioni utili a coinvolgere gli altri dentro il cambiamento.

Volare, e farlo osando là dove nessuno ha mai osato, è perseguire il cambiamento generativo, per ricercare valore oltre il quotidiano.

Jonathan Livingston è un gabbiano che avverte il divenire e che vuole cambiare e che viene esiliato dal suo stormo, che lo considera troppo audace.

Per questo il Gabbiano Jonathan per tutta la vita si dedica con perizia allo studio del volo. Approfondisce la conoscenza senza accontentarsi dei limiti insiti nella percezione o del pensiero dominante, cercando sempre di imparare nuove acrobazie.

Fino all’ultimo giorno, nel quale viene raggiunto da due gabbiani bianchi che lo conducono in un luogo dove Jonathan, sotto la guida di altri gabbiani (i pungoli del cambiamento), scopre il segreto della gratitudine e inizia il suo viaggio dentro la consapevolezza.

Jonathan comprenderà che lo scopo della sua vita non è solo volare per il gusto di farlo, ma è condividere la sua conoscenza con altri. Creando connessioni.

Il Gabbiano Jonathan ci invita a imparare il valore del cambiamento: non accontentarsi, ma cercare ogni giorno qualcosa che ci possa meravigliare; avere uno scopo e non rimanere incatenati in una realtà che tarpa le ali, impedendoci di sviluppare il nostro potenziale.

Ci insegna a riconoscere che la vita è un percorso, difficile a volte, che vale la pena intraprendere dando noi la guida alle trasformazioni. E’ un’avventura da affrontare, con la consapevolezza che essere sé stessi sino in fondo, lavorare sull’autenticità, è necessario innanzitutto per noi. Ma che una volta intrapreso la scelta, serve dargli valore attraverso le connessioni ed imparando quindi a stare in ascolto, a creare connessioni generative.

Il gabbiano, volando più in alto del quotidiano e oltre il pensiero dominante, ci invita a guardare il mondo con occhi rinnovati, allargando la nostra prospettiva.

“Non dar retta ai tuoi occhi, e non credere a quello che vedi. Gli occhi vedono solo ciò che è limitato. Guarda col tuo intelletto, e scopri quello che conosci già, allora imparerai come si vola”

Spesso ci limitiamo davanti agli ostacoli e alla paura di affrontare la complessità. Temiamo i cambiamenti perché ci costringono ad uscire dalla nostra “zona comfort”. E ci impediamo di intraprendere quel volo per cui abbiamo le ali, ci immediato di lavorare sui nostri talenti.


Il caos che il cambiamento “sembra” portare in sé ha bisogno di un volo alto, di uno sguardo allargato che vada oltre la complessità. Ha bisogno di semplificare e dare una direzione generativa al nostro scegliere.

Per questa ragione, il primo passo per superare un cambiamento deve essere quello di imparare a gestire l’incertezza, ricercando la connessione con il nostro sé più autentico e facendoci guidare le nostre scelte dai valori e dalle connessioni generative.

Jonathan Livingston impara prima di tutto a disapprendere, a far spazio a nuove conoscenze. Impara ad abbandonare le sue certezze e ad apprenderne altre, proprio attivando connessioni.

Si rivolge a Chang, il gabbiano più anziano e forse per questo visto come quello con la maggiore conoscenza, per chiedergli di insegnargli a volare alla velocità del pensiero, per oltrepassare la soglia del “hic et nunc”.

Chang lo invita a riflettere proprio sulla potenza dell’imperfezione: la perfezione non sta nel volo in sé, ma nel cogliere il segreto del cambiamento. E solo così il Gabbiano Jonathan disapprende e impara a volare, scoprendo che erano la noia, la paura e l’assenza di gratitudine a rendere così breve la vita di un gabbiano. E solo imparando a volare trova il proprio scopo, il suo ‘purpose‘.

Questo romanzo incoraggia a fare delle proprie incertezze un punto di forza, rispettando il proprio sentire, inseguendo le nostre istanze di cambiamento e riconoscendo il valore e la potenza creativa della diversità.

Libertà di scegliere

Per costruire sviluppo, serve avere una visione che guardi alle diversità e che sappia innescare il cambiamento, portando quella pluralità di sguardo necessaria a far si che il cambiamento stesso generi valore.

Abbiamo bisogno di realizzare sistemi di democrazia paritaria, che non siano più guidati solo da visioni monoculari ma che si avvantaggino di uno sguardo plurale, del mescolarsi di visioni e dalla capacità di ascolto.

In Italia, nonostante il moltiplicarsi presenza di norme nazionali ed europee che promuovono le pari opportunità, e malgrado il tema sia nel dibattito da tempo anche sottolineando i vantaggi in termini di crescita economica (nelle aziende, ma anche del PIL), le donne sono ancora scarsamente rappresentate all’apice della sfera pubblica e nelle posizioni apicali in ambito manageriale, politico ed economico. Ma soprattutto sono fragili sul sistema occupazionale e soggette alla volatilità dello stesso.

La promozione e la garanzia di un’attuazione efficace di politiche in materia di riduzione dei divari è non solo necessario per garantire una società giusta ed equa, ma costituisce la migliore risposta collettiva per combattere i movimenti populisti discriminatori che attualmente sfidano le società democratiche.

Perché ci sia sviluppo competitivo strutturale (cioè non occasionale, ma duraturo), serve <innovare>, cioè mettere in campo la strumentazione di innovazione sociale necessaria a generare valore ossia serve investire sui sistemi per recuperare i gap di competitività economica, ambientale e sociale.

Serve investire nel capitale umano (anche puntando allo sviluppo di nuove competenze che meglio riscontrino il mercato, come le competenze STEM e digitali anche per le donne) e serve innovazione dei sistemi economici e sociali. E serve soprattutto mettere la Persona al centro delle decisioni.

C’é un 10% di PIL che dobbiamo movimentare, rilanciando quel capitale dormiente che è stato escluso dal sistema economico.

La sotto-rappresentazione delle donne, non solo numerica ma soprattutto qualitativa, fa sì che non possa incidere sulle scelte, affrontandole mutilate di una prospettiva che rappresenta ben oltre la metà della società.

Non bisogna fare l’errore di confinare il tema delle pari opportunità alla sola rappresentanza, perché si rischia di chiudersi nelle gabbie delle quote, ma bisogna lavorare per costruire pari opportunità per tutti i segmenti della società, consentendo di <liberare il tempo delle donne> dal lavoro di cura, favorendo la funzione educativa per entrambi i generi e investendo nei sistemi che permettano l’autodeterminazione della donna.

La donna viene ancora vista come madre o come lavoratrice, o come madre lavoratrice. Non abbastanza come donna e lavoratrice, che deve potere realizzare le sue scelte, avendo strumenti mezzi e risorse.

Liberare il tempo delle donne, significa allora restituire alle donne la libertà di scegliere. E alla società di perseguire il cambiamento del sistema famiglia multiresponsabile con equa suddivisione dei carichi.

Un tempo liberato non solo per le donne ma per tutti. Perchè una società che viene educata sia dagli uomini che dalle donne è una società migliore, che costruirà un futuro migliore.

Lezione di Tennis

Chi gioca a tennis lo sa, la tensione delle corde può decidere una partita.

Una palla da tennis rimane sulle corde da 0.003 a 0.005 secondi: il tempo che necessita alle corde per allungare e recuperare. La palla rimane sospesa nel colpo: sono le corde che provvedono alla spinta in uscita. L’energia che ha piegato la racchetta all’impatto viene dissipata sotto forma di vibrazioni solo dopo che la pallina lascia le corde. Mentre invece l’energia con cui la pallina riprenderà quota – dopo il colpo – dipenderà dalla combinazione tra l’elasticità delle corde e il controllo del giocatore.

Non è una questione di forza. E’ una questione di elasticità. Di attitudine a cambiare.

Più un materiale si deforma per una data forza, tanto più elastico è il materiale e resistente agli urti. L’elasticità rappresenta una delle due principali funzioni di una corda: immagazzinare energia. L’altra funzione è il ritorno di energia o resilienza. Elasticitá e Resilienza

Più una corda da tennis è costretta ad allungarsi, più resiste. Maggiore è l’impatto della palla sulle corde (che comprende la velocità della palla e la velocità di swing del giocatore), più la corda reagirà rigidamente a qualsiasi tensione. Le corde della racchetta reagiscono in funzione dei colpi che riceve.

Il cambiamento ha bisogno di elasticità, per immagazzinare energia e ritornarla trasformata. L’agilità di pensiero e l’agilità emotiva preparano le nostre corde a reagire alle tensioni.

La corda infatti reagisce in modo diverso a diverse condizioni di carico a secondo di quanto sia <elastico> il filimento di cui si compone. Le corde reagiscono all’impatto con la palla allungandosi e deformandosi. La forza viene distribuita dal centro verso l’esterno. Ogni corda si deforma a seconda della forza applicata, della sua lunghezza e della tensione. Quanto più la corda si allunga, tanta più energia può immagazzinare. E più energia viene  immagazzinata, tanto più la corda è disponibile a restituire tale energia alla palla.

E’ quindi nell’elasticità delle corde, nella capacità di adattarsi in funzione dei colpi ricevuti e di restituire energia nella reazione di rimando, che si decide la traiettoria e la potenza con cui la palla lascerà la racchetta. Un rapporto fra forza ed allungamento che può cambiare il risultato di una partita.

Il Tennis ci insegna a capire come usare la resilienza per agire nel cambiamento.

La resilienza nel tennis non è solo il recupero di energia di una corda, ma anche il recupero delle sue originali caratteristiche meccaniche. La giusta tensione elastica del budello fa si che le corde si deformano, ma non si spezzano, anzi restituiscono il colpo con ancora maggiore energia e forza. Proprio come nella vita.

Il tennis è una metafora perfetta della resilienza.

La resilienza è infatti la capacità di un materiale di assorbire energia quando è deformato in modo elastico. La racchetta da tennis ricevendo la palla si deforma, ma è l’elasticità delle sue corde a decidere se la palla cadrà a terra o volerà oltre la rete segnando il match point decisivo.

Dal Tennis possiamo quindi cogliere una straordinaria lezione su come realizzare cambiamenti generativi reagendo in modo positivo ai colpi della vita.

Impariamo dalle corde della racchetta la tensione elastica necessaria a reagire nelle circostanze avverse, riuscendo, nonostante tutto e talvolta contro ogni previsione, a dare nuovo slancio ad una crisi o ad un momento di rigidità, affrontando quel cambiamento che apre nuovi inaspettati positivi scenari.

La lezione di resilienza del tennis ci insegna ad allenare l’attitudine a trasformare uno stop in energia nuova.

A rimetterci in campo. Dimostrando anche agilità emotiva.

Il tennis è infatti un’attività open skills dove il giocatore affronta situazioni sempre diverse alle quali deve rispondere rapidamente ed in maniera adeguata. Sport dove il giocatore è l’unico protagonista e l’unico responsabile del risultato.
Sport che non prevede, durante lo svolgimento del match, nè coaching, né time out: il giocatore è da solo sia nell’elaborare la tattica di gioco che nel gestire momenti di crisi e di difficoltà. Uno sport in cui non esiste la possibilità di pareggio: da un match si può uscire solo vincitori o vinti. Uno sport in cui non esistono limiti di tempo: non è possibile prevedere quale sarà la durata di un incontro, e quanta energia bisogna quindi dosare.

In campo, vince solo la capacità di assorbire elasticamente i colpi, rimandando indietro una forza rigenerata dal cambiamento realizzato nell’impatto con la racchetta.

Nel Tennis quello che fa la differenza non è il tennista più forte, il più resistente, quello che riesce a far volare la pallina a 130 km/h. La partita non la vince il giocatore più forte ma quello che, insieme alla sua racchetta, scende in campo in modalità resiliente. Pronto al cambiamento.

Ripartiamo dalle Persone

Alla complessità del momento servono Leadership generative, capaci di innescare processi di sviluppo sostenibili, includendo diverse prospettive. E soprattutto capaci di mettere al centro delle scelte le Persone.

Capaci di aggregare entusiasmo intorno ad una visione innovativa, che rompe gli schemi con le disfunzionalità, con lo status quo non equo e ancora troppo caratterizzato sui divari antitetici alla coesione.

Leadership che investano sul potere della FIDUCIA, il valore che si è perso nel perdere la relazione con le Persone e che in questa visione torna al centro. Leadership allora credibili ed autentiche, e per questo meritevoli di Fiducia.

Per realizzare valore sociale bisogna fare spazio a nuove guide, facendo prevalere la visione al ruolo, la progettualità alle gerarchie. Senza un ruolo formale diventa difficile accedere alle risorse utili e necessarie per raggiungere gli obiettivi. Ma il ruolo non deve essere una scatola dove ci si può rinchiudere. Nella storia esistono leader che hanno guidato rivoluzioni silenziose senza avere un ruolo formale. Vedi Martin Luther King. Non aveva un ruolo, ma aveva una visione. Il famoso <I’ve a dream>. Che poi non è molto diverso da quel <I just do it !> urlato da Kamala Harris insieme a Joe Biden. Lo abbiamo fatto, insieme, abbiamo ribaltato il pensiero ordinario, abbiamo invertito la tendenza e lo abbiamo fatto perché abbiamo saputo includere.

Le role model positive hanno un effetto dirompente nel cambio di paradigma. Soprattutto se risultano credibili. E se portano avanti leadership inclusive. Il famoso ascensore che porta su le donne, quello che la quota rosa tiene invece bloccato al piano terra, perché pur avendo un valore di apertura di un percorso resta ancorato ad un valore simbolico ma non sostanziale.

Ed allora serve investire in modelli positivi capaci di generare e sviluppo collettivo, declinando direttrici non che preservano il presente, ma che costruiscano futuro.

La leadership generativa è uno stile di leadership evolutivo, capace di proiettare una visione inclusiva, costruire relazioni, mobilitare  crescita collettiva, trasformare problemi in opportunità di crescita, mobilitare e condividere talenti.

Parlare di leadership generativa significa guardare a sistemi di democrazia paritaria. Vuol dire sottolineare l’importanza del contributo che le donne possono portare in un’organizzazione attraverso la diffusione di competenze identitarie volte all’inclusione, all’ascolto, al dialogo, al confronto, imponendosi gentilmente ma con efficacia, senza subire l’omologazione rispetto al gruppo dominante. Ma anzi aggregando quelli che dal pensiero prevalente si sentono esclusi. Lavorando sui divari e non sulle rendite di posizione.

Ed è questo il click che distingue il leader dalla leadership, la capacità di costruire un cambiamento di paradigma culturale partendo proprio dall’ascolto e dalla generazione di valore dell’ascolto, avendo il coraggio di ribaltare il pensiero dominante e costruendo un nuovo assetto inclusivo in cui ogni attore ha voce e riesce a realizzare il suo valore.

Per fare questo, bisogna agire per costruire sistemi forti basati sui valori e guidati da leadership generative che riaprano i flussi osmotici di dialogo e reciproca contaminazione tra i vari settori della società.

Quando si parla di leadership non si può infatti omettere di parlare di valori morali che detiene una persona in posizione di potere. Determinanti anche per disegnare il suo stile di leadership perché determinano strettamente i tipi di comportamento ma anche le visioni che si porteranno avanti. E i gradi di coerenza e credibilità ed autenticità con cui si porteranno avanti. La leadership etica è definita non solo da una condotta normativamente appropriata, ma dalla coerenza a valori etici che si riflettono in ogni comportamento. Una leadership adeguatamente competente, promossa puntando su capacità e merito. Per dare voce alle Persone.

Una prospettiva di futuro

La crisi ci ha scoperti fragili ma soprattutto poco inclini ad affrontare la complessità e l’incertezza. Ci ha svelato quanto sia urgente e necessario lo sviluppo di una leadership in grado di lavorare sulla disuguaglianze e sui divari fondando il modello di lavoro sull’ascolto e sul confronto.

Questa crisi, epocale per tempi e accelerazioni, ma anche per trasversalità geografica e per le refluenze sul sistema di fiducia, sui sistemi economici ma anche sulle scelte geopolitiche, ci dà però l’opportunità di declinare in modo virtuoso e coraggioso la parola greca Krisis, costruendo davvero l’opportunità per un mondo migliore.

Perché il sistema che vogliamo alla fine di questa crisi non è quello che abbiamo lasciato, perché quello era la causa. Ma sia invece opportunità per riformare ciò che non ci piace.

Affinché la ripartenza dell’Italia sia veramente occasione di cambiamento ed innovazione, è allora necessario che venga contaminata in modo virtuoso da una visione multiculturale ed inclusiva. Dallo sviluppo di leadership in grado di lavorare sulle disuguaglianze e sui divari, fondando il modello di lavoro sull’ascolto e sul confronto partecipato. Leadership innervate in un progetto di democrazia paritaria.

La Leadership è infatti la capacità di guidare con competenza ed appropriatezza il cambiamento necessario. La leadership non è uno stato, e non è una posizione. E’ un processo che aggrega e contamina. Non può quindi essere una quota o una riserva.

La leadership non è ciò che sei, ma ciò che fai e come lo fai.

Ciò che serve oggi è proprio una leadership generativa, che colga dalla crisi un’opportunità per ribaltare alcuni paradigmi culturali che alimentano i divari, mirando a incidere positivamente sulla società.

La leadership generativa deve abbandonare l’isolamento autoreferenziale per abbracciare una visione proiettata nel futuro, ma calata nel presente, dimostrando la capacità di contestualizzare l’innovazione.

Tracciare una visione ma al contempo costruire il percorso per realizzarla. Creando sostenibilità e generatività nei sistemi. Un percorso non individuale, ma collettivo, perché necessita del coinvolgimento di ogni segmento della società.

Una leadership che guarda non solo ad includere, ma ad integrare.

Una visione costruita sulla coerenza che dovrà essere declinata in ogni azione, in ogni proposta politica, in ogni consesso di confronto. Perché sia la visione, il modello intorno al quale improntare la costruzione di una nuova società che ci appartenga e ci aggreghi nei valori ma che sia anche in grado di generare sviluppo.

Si crea infatti valore solo imparando a guardare le cose da ogni prospettiva. Non solo dalla propria.

25 Novembre: prevenire la violenza investendo sul lavoro delle donne

La pandemia e le conseguenti misure di restrizioni anticontagio adottate hanno significato, per molte donne già vittime di violenza domestica, un aggravamento del problema. Donne, spesso anche madri, che hanno dovuto affrontare una doppia paura e un doppio nemico: il Covid fuori e il proprio compagno dentro casa.

Secondo un rapporto dell’Onu, la quarantena forzata che ha costretto decine di milioni di persone a rinchiudersi in casa per settimane ha causato un aumento esponenziale degli abusi sulle persone più vulnerabili. Lo stress della quarantena, l’incertezza di aver perso il lavoro e la vicinanza giorno e notte con gli aggressori in casa hanno scatenato decine di richieste di aiuto. Ma la situazione si è aggravata anche a causa della tensione legata alle incertezze economiche legate alla pandemia.

Sul fronte del contrasto alla violenza nei confronti delle donne occorre lavorare ancora molto per eliminare le molestie online e il mobbing nei confronti delle donne. Ma é urgente mettere in campo politiche efficaci che ‘liberino’ il lavoro delle donne ed azioni di supporto all’indipendenza economica delle donne, fattore che è alla base della ‘debolezza’ delle donne e quindi ostacolo al cambiamento culturale.

Indipendenza economica delle donne, cultura di genere e violenza sono infatti strettamente connesse. Ma la relazione fra indipendenza finanziaria ed esposizione alla violenza è complessa. Ed a rendere ancora più difficile interpretare la relazione tra violenza e inclusione economica, interviene anche la dimensione – tutt’altro che trascurabile – della violenza “sommersa”.

Per contrastare la violenza sulle Donne, non servono gesti simbolici: serve investire sulle Donne, lavorando sui divari.

La crisi ci ha svelato infatti tutta la fragilità del lavoro femminile resa ancora più amplificata dai divari territoriali. Il tema delle pari opportunità diventa allora non solo un tema – importante e necessario – di rappresentanza e di diritti. Ma un tema che riguarda la prevenzione dei femminicidi.

Serve aun incisivo cambio di paradigma, che porti avanti un modello di sviluppo in grado di generare valore – sociale ed economico.

Una società basata sulle Persone e non sui ruoli stereotipati.

Mirato a mettere a reddito il capitale dormiente della Società, mettendo in gioco talenti e competenze ma anche diffondendo sul territorio servizi oggi ancor troppo lontani da chi ne dovrebbe beneficiare.

Deve essere questo l’asse portante del progetto NextGeneration dell’Italia, tracciando un punto di partenza per una nuova era generativa ed inclusiva, che punti ad allargare lo sguardo, per ridurre le disparità. Che si fondi davvero – e non solo negli intenti – in un progetto di democrazia paritaria e si declini in strumenti che intervengano a sanare divari e fragilità.

Un tema su cui occorre prioritariamente lavorare deve essere l’educazione finanziaria delle donne. Prima di tutte le altre, perché è una delle cause di maggiore fragilità delle donne.

La crisi ha infatti acuito ancor di più il fenomeno della femminilizzazione della povertà, dovuta alla non indipendenza economica delle donne ma anche alla fragilità del sistema di occupazione femminile ed alle differenze retributive e previdenziali.

Investire nell’educazione finanziaria delle donne è altresì inderogabile strumento di contrasto alla violenza di genere.

Il confine tra violenza economica e violenza fisica è spesso molto sottile e subdolo. Ed è nelle pieghe di questo confine che si trincera troppo spesso il silenzio inerme delle vittime e si alimenta di contro il chiasso feroce dell’odio sociale online.

La violenza economica ostacola l’indipendenza delle donne, esponendole così al rischio violenza fisica. Le donne in situazione di temporaneo disagio, derivato da esperienza di violenza subita, risultano essere soggetti anche fortemente a rischio di esclusione dal contesto socio-economico in cui vivono, specie quando sono madri.

Prioritario diventa allora investire sul lavoro delle donne, spingendo il lavoro autonomo e creando quella rete di servizi di cura che sostenga l’autoimpresa a matrice femminile e il passaggio generazionale delle imprese alle giovani donne.

Ma oltre ad essere affermato e creato anche attraverso misure mirate a ridurre i tassi di non occupazione femminile, il lavoro delle donne deve essere equamente retribuito. Occorre pigiare l’acceleratore su tutte le misure mirate a ridurre il divario retributivo e previdenziale e sulle misure che sostengono l’imprenditoria femminile soprattutto nei settori non tradizionali.

Per farlo è necessario anche agire sul fronte delle competenze, puntando proprio in quelle competenze segregate tra generi.

Come ancora una donna è percepita non autorevole in tema di economia (e ben lo sanno le donne imprenditrici quando vanno a negoziare con le banche) così è ancora difficile l’accesso alle professioni emergenti e con maggiore stabilità sul mercato del lavoro per debolezza delle competenze STEM (quelle tecnologiche e digitali) nelle donne.

Ed altrettanto, se vogliamo davvero includere e abbattere i divari, serve lavorare sul cambiamento di paradigma culturale. Occorre agire a 360 gradi a modificare le dinamiche di segregazione basate sugli stereotipi di genere, anche inquei settori associati a ruoli di cura, quali sanità, scuola e servizi sociali, dove invece sono gli uomini ad essere sotto-rappresentati (e lo si vede anche nel linguaggio utilizzato).

Per liberare il lavoro delle donne, serve accelerare sul Welfare di comunità, perché significa investire sui servizi di prossimità. Significa ridurre le distanze. Significa lavorare sulla democratizzazione della sanità, e costruire un sistema innovativo di cura che appartenga a tutta la società.

<Una donna deve avere del denaro ed una porta con la serratura, Una stanza tutta per sé per decidere chi vuole essere e dove vuole andare> Virginia Wolf

Comunicare

Dal latino cum-munire, comunicare è mettere in comune, mettere in relazione.

Non solo quindi trasmettere informazioni ma creare connessioni. Significa rendere l’interlocutore partecipe dei nostri pensieri, coinvolgerlo. Creare osmosi tra i pensieri, lasciarsi contaminare dai pensieri altrui, crea valore. Aprire i canali per il cambiamento.

Ecco, il cambiamento parte dalla comunicazione e dall’ascolto. Un ascolto che deve essere aperto, senza pre-giudizi e senza bias che compromettano la comprensione.

Una comunicazione che deve saper essere autentica e generativa.

Impariamo allora a sentire. Sentire ha la stessa declinazione di sentimento. Esprime cioè una qualità dell’anima.

Come con-sapere, che è sapere perché siamo dentro le cose, perché ne diventiamo consapevoli, comunicare parte dall’anima e non dall’apparato uditivo. Lo sanno bene i musicisti.

Sono <responsabile per ciò che dico, non per ciò che tu capisci> è il cancello con cui sbarriamo il flusso della comunicazione. Saper comunicare é il passaggio a livello con cui stabiliamo o interrompiamo le connessioni. Siamo invece si responsabili per ciò che agli altri arriva. E così vale anche per sé stessi. Impariamo a parlarci senza avere già la soluzione. Come quel malato che va dal medico e gli dice la sua malattia, non gli racconta i sintomi, la sua anamnesi; ma porta lui l’autodiagnosi e chiede solo la cura.

Il cambiamento non è la cura. Il cambiamento é il paziente guarito.

<Mi piace il verbo sentire…
Sentire il rumore del mare,
sentirne l’odore.
Sentire il suono della pioggia che ti bagna le labbra,
sentire una penna che traccia sentimenti su un foglio bianco.
Sentire l’odore di chi ami,
sentirne la voce
e sentirlo col cuore.
Sentire è il verbo delle emozioni,
ci si sdraia sulla schiena del mondo
e si sente>

Alda Merini

Wabi-Sabi

Wabi-Sabi è l’attitudine giapponese ad accettare la transitorietà delle cose, apprezzandone la bellezza imperfetta ed incompleta.

Esprime il fascino e la potenza dell’imperfezione.

Ci consegna un insegnamento profondo questa antica parola che racchiude la disposizione giapponese al cambiamento: niente è perfetto, niente dura per sempre, tutto è impermanente. La bellezza, come ogni cosa, è in continuo divenire, si esprime nel cambiamento manifestandosi proprio lì dove fino a quel momento non avevamo posato lo sguardo per vederla.

Nasce dall’incrocio di due termini giapponesi, Wabi e Sabi.

La prima parola, Wabi, parla del bello senza ostentazione. Quell’eleganza fatta di dettagli, tipica delle minuscole arti della tradizione giapponese. Wabi sono le superfici ruvide e di colore non uniforme delle ceramiche giapponesi. Wabi è la cura con cui viene preparato il the per l’ospite. È il fiore solitario dell’arte dell’ikebana, che ci ricorda che ogni cosa ha una sua irripetibile bellezza, fatta di dettagli su cui costruire un movimento.

Wabi è la via di accesso ad una realtà semplice, che si riesce a cogliere solo rallentando. Che si percepisce solo allorquando l’attenzione si fa sottile, premurosa e capace di cogliere le sfumature molteplici della bellezza. Quello sguardo lieve che va oltre l’apparenza per incontrare il cuore delle cose.

Ciò che l’occhio distratto e veloce percepisce come mancanza diventa il momento in cui nasce il cambiamento, dando spazio alla generosità, al rispetto, all’umiltà, all’ascolto. E’ nel silenzio infatti che cogliamo quel dettaglio imperfetto da cui nasce una sinfonia. Wabi è lo stare nelle cose autenticamente, senza infingimenti.

La seconda parola, Sabi, esprime invece un’idea di bellezza imperfetta eppure, proprio per questo, ammaliante e piena di mistero. Una bellezza legata al passare degli anni. Quella patina che si deposita sugli oggetti e li trasforma. 

Sabi è quella devianza dalla perfezione che la cultura occidentale percepisce come il venir meno di una completezza, come difetto; è che esprime invece tutta la bellezza dell’imperfezione della natura.

Sabi è l’incompletezza di una bellezza sfiorita, che ci trasmette la pienezza di una vita. E’ la piccola, graziosa, cicatrice sul ginocchio, a memoria di una caduta infantile. E’ un frammento di esistenza capace di raccontare una storia a chi sa stare in ascolto. E’ l’inizio sospeso nell’intensità del non detto, nella indefinita tenerezza di ciò che non si è compiuto eppure tocca l’anima.

Il wabi sabi insegna ad esercitare il distacco dalle nostre idee. Necessario per fluire dentro il cambiamento. Ci insegna a cogliere la ricchezza dell’essenziale. Che è possibile cogliere solo rallentando; solo quando avremo fatto silenzio dentro di noi.

La bellezza non è disgiunta dalla caducità delle cose. La bellezza è cambiamento. L’immagine che l’occhio trattiene è solo il riflesso di un attimo di perfezione. Ma il minuto dopo è già un’altra immagine.

Solo immergendoci fino in fondo nella realtà della mutevolezza possiamo comprendere come le imperfezioni siano le frasi che raccontano il nostro vissuto e come possano aiutarci a leggere con indulgenza e tenerezza le nostre esistenze, ad amare anche la bellezza triste dei nostri occhi che faticano a vedere lontano, delle nostre mani invecchiate di ricordi.

Viviamo in un mondo nel quale la perfezione è d’obbligo: ogni sforzo va compiuto, ogni limite va oltrepassato, ogni ostacolo superato. Il WabiSabi ci invita a fermarci. A stare in silenzio, a rallentare, a volgere lo sguardo più in là. Ci spinge a lavorare sulla nostra consapevolezza, per cogliere la Bellezza che sta <oltre>. E che cogliamo solo lungo il nostro (imperfetto) percorso di cambiamento.

Mare maestro

Oggi ho fatto conversazione con un maestro del cambiamento.
Attento, dinamico, coraggioso, ardito, indomito generatore di pensieri di cambiamento. Libero, mai chiuso in un pensiero precostituito, mai ingabbiato in un pre-giudizio, ma sempre pronto a nuove sperimentazioni.
Che ogni volta si ritira ma poi torna a lambire il limitare del pensiero altrui senza mai invaderlo.
Che resta per sempre impresso dentro una conchiglia, senza mai rimanere lo stesso.
Che è sempre suono e mai rumore. Un conversatore che ha una sua direzione ma non invade mai la tua. Ha una sua dinamica, e fluisce nel suo divenire, senza pretende di cambiare il tuo.
Può essere calmo, increspato, trasparente, agitato, mosso. Ma é sempre lui. Autentico.
Siamo rimasti in silenzio, uno in compagnia dell’altro per alcune ore, e mi ha ispirato quanto sia importante attendere il tempo giusto per costruire cambiamento. Coglierlo quel momento, sentendolo arrivare. Esattamente come sentiamo arrivare l’onda prima che giunga a riva.
Non dipende dal vento l’increspatura o la corrente, ma dalla direzione che diamo ai nostri pensieri. Esattamente come succede con il cambiamento.

É ora di issare le vele (il paradosso di Easterlin)

Il periodo ci sta sempre più portando all’attenzione il valore di un bene intangibile quanto indispensabile: la qualità della vita.

É dalla qualità della vita che dipende la nostra felicità. Perché cambia la prospettiva. Modifica i punti di riferimento, le coordinate dei desideri. Mette a fuoco l’essenziale ed offusca le paure.

Il paradosso di Easterlin rivela la relazione che esiste tra Pil e felicità. Un rapporto mutevole, che si modifica al variare del rapporto dimensionale tra le due entità e che tende a svanire all’aumentare dei reddito oltre una certa soglia.

E’ stato proprio il paradosso dell’economista Richard Easterlin ad avere dato vita al filone di economia della felicità, che si occupa di studiare quelle che sono le determinanti del benessere integrale delle persone, le loro aspirazioni, le opportunità, le libertà, i fattori genetici, la qualità delle loro relazioni. Cosa rende felice nella società veloce di oggi.

E quindi, rapportandolo al tema del cambiamento, quale è “la direzione che dovremmo dare alle nostre vele” per essere felici (oltre che produttivi). Quali sono le scelte che dobbiamo compiere per generare valore, per noi e per gli altri.

Nel tentativo di dare una dimensione al benessere, l’Istat ha proposto il Bes – l’indicatore complesso di misura del benessere equo e sostenibile, che cerca di esprimere una misura della soddisfazione, integrando la tradizionale valutazione della crescita economica basata sulla ricchezza economica, con indicazioni che derivano da altri domini della vita: i diritti, l’ambiente, la salute, la qualità urbana, la disponibilità di servizi, etc…

Tutti i modelli di economia della felicità provano a dare una misura del valore della vita non solo attraverso il mero parametro del reddito, ma attraverso la capacità di realizzare una qualità che caratterizzi la nostra vita.

Un formidabile acceleratore di ‘ricchezza’ é allora la consapevolezza, perché ci aiuta a mettere in ordine tutte quelle variabili che, ben oltre il reddito, influenzano il senso di soddisfazione che ognuno di noi, soggettivamente, sperimenta rispetto alla sua vita.

Variabili, che significa quindi non un valore assoluto ma valori soggetti al cambiamento. Non esiste infatti un’equazione perfetta, o una combinazione di fattori valida per tutti e in ogni momento.

Il cambiamento dipende dalla sperimentazione di un “qui ed ora” che va ad incontrarsi armonicamente con quello che siamo già stati e ci proietta verso quello che vorremmo essere. Aggiungendo o sottraendo, a seconda del grado di soddisfazione di cui realizziamo consapevolezza.

Il cambiamento è allora un viaggio destinazione benessere. Ma non per conquistarlo il benessere, ma per viverlo. Perché sarà proprio quel “benessere” a darci la rotta per i prossimi viaggi. A dare direzione alle nostre vele. A farci venire voglia di prendere nuovamente il largo.

<Non esiste vento favorevole per il marinaio che non sa dove andare> (Seneca)

Nessun muro é troppo alto

Il 9 novembre 1989 cadeva il muro di Berlino. Un muro che divideva due mondi. É iniziato così un cambiamento epocale.

I muri li costruisce chi vuole dividere. Chi separa. Chi gira la testa dall’altra parte. Chi  resta indifferente. Chi chi non si indigna. Chi sopporta. chi resta passivamente a guardare. Chi non ha coraggio di cambiare e preferisce mantenere immutate rendite di posizione. Chi non é disponibile all’ascolto e persegue solo le sue visioni.

Troppi muri attendono ancora di essere abbattuti: il muro dell’omerta, del silenzio, della convenienza, del clientelismo, dell’opportunismo politico, dell’indifferenza e delle false verità.

Ma anche tanti muri quotidiani che innalziamo per che proteggerci dalle scelte che non vogliamo fare. Che non siamo pronti a fare.

Il muro di Berlino ci insegna che i muri non cadono, i muri si abbattono con la forza della determinazione e della passione.
Con l’onesta delle azioni quotidiane. E perseguendo sempre e soltanto interessi collettivi.

La caduta di un muro richiede consapevolezza di ciò che perdiamo.

Nessun muro é mai troppo alto per essere abbattuto e costruire al suo posto un ponte verso il futuro.

I muri cadono solo quando decidiamo di farli cadere. Quando, finalmente, scegliamo di andare oltre.

Kamala Harris: l’era della democrazia paritaria

C’ERA UNA VOLTA…che dietro un grande Uomo c’è sempre una grande Donna. La favola adesso ha un nuovo inizio. Ci sono un Uomo ed una Donna che <INSIEME> possono cambiare il futuro.

Dalle elezioni americane ci arriva un messaggio di forte cambiamento.

A guidare gli Stati Uniti per i prossimi 4 anni sarà una coppia amalgama di due visioni: l’esperto autorevole conoscitore di politica estera Joe Biden e l’avvocata e procuratore giudiziario Kamala Harris, da sempre impegnata in battaglie per l’affermazione dei diritti.

La democrazia paritaria si realizza con quel necessario sguardo plurale che permetterà di stimolare cambiamento generativo. Ben oltre la dimensione americana. Con l’effetto trascinamento di una role model così significativa

Kamala Harris porterà quella visione al femminile di cui abbiamo bisogno per cambiare. Incideranno il suo sguardo multietnico sulla società, il suo impegno per un mondo giusto, la sua attenzione alle fragilità sociali e la sua propensione al dialogo multiculturale. Ma soprattutto la sua leadership gentile.

Joe Biden porterà la sua capacità di ascolto e di negoziazione assertiva, che lo ha portato a scegliere al suo fianco proprio colei che lo aveva contrastato su alcuni temi. Convinto certamente dalla capacità empatica e proattiva di Kamala di portare avanti una nuova visione in difesa dei diritti e delle fasce più fragili. E di attrarre i giovani al voto, offrendo loro una prospettiva di futuro possibile. Credere nei sogni è il primo passo per realizzarli.

L’ingresso in squadra di Kamala Harris è stato decisivo. Con la sua energia ha portato al voto molti che avevano buttato la spugna e che non ci credevano più ed invece Kamala Harris è andata a prenderli uno ad uno, parlando nelle periferie, agli esclusi, alle fasce più fragili.

La multiculturalità di Kamala e la sua riconosciuta competenza ma anche il suo carattere deciso e la sua determinazione hanno permesso che la coppia Biden-Harris cambiasse un verdetto che molti davano per scontato.

Kamala, con l’accento sulla prima a. Le è capitato di frequente di dover correggere chi pronunciava il suo nome. Lo ha sempre fatto con il sorriso, che è diventato il suo marchio di fabbrica come la sua gentile ma determinata tenacia.  

Ha il cognome ‘wasp’, ma il suo dna è da migrante. Porta infatti il nome di una divinità indù della prosperità, che significa Fiore di Loto, il simbolo del cambiamento generativo. Il fiore di loto raffigura infatti la metafora di come affrontare le avversità, trasformandole in sfide e opportunità di crescita.

E se la lezione che il fiore di loto ci trasmette è quella di trovare sempre la forza di convertire l’avversità in sfida, perseverando nel proprio obiettivo, modificando il solco di un destino che sembra segnato e mutando invece la difficoltà in occasione di cambiamento generativo, allora Kamala incarna perfettamente il nome che porta.

Joe Biden e Kamala Harris hanno vinto e convinto perché non si sono presentati come un Presidente ed una Donna ma come un’alleanza forte di visioni ed impegno improntata alla democrazia paritaria. Ed è stata una scelta di cambiamento vincente che ha sconfitto ogni pronostico.

Nelle sue prime parole, Kamala Harris ha tracciato il solco del cambiamento. Ha sottolineato che la democrazia non è uno stato, un fatto assodato, ma un processo complesso, il cui cambiamento dipende da noi. Dipende anche dalla consapevolezza che noi abbiamo del suo valore: <La democrazia non è garantita: dobbiamo avere una forte volontà di difenderla, salvaguardarla, non darla mai per scontata.>

Le sue parole tracciano una direttrice di futuro, nel senso più pieno del cambiamento: <Anche se sono la prima a ricoprire questa carica, non sarò l’ultima. Ogni bambina, ragazza che stasera ci guarda vede che questo è un paese pieno di possibilità. Il nostro paese vi manda un messaggio: sognate con grande ambizione, guidate con cognizione, guardatevi in un modo in cui gli altri potrebbero non vedervi. Noi saremo lì con voi.>.

E’ iniziato un nuovo ciclo. E come tutti i cambiamenti sarà generatore di un diverso futuro.

Affrontare il labirinto

Ognuno di noi ha delle paure, le più diverse. È normale, fisiologico. Le paure fanno parte della vita. Insegnano a riconoscere i limiti e, se accettate, aiutano ad allenare le reazioni.

Ma c’é una paura che più di tutte ci trova impreparati, ed é la paura davanti l’incertezza. Siamo poco avvezzi a maneggiarla. Non siamo abituati a confrontarci con la complessità.

Non siamo allenati al cambiamento. O forse non siamo preparati a sceglierlo il cambiamento come modalità. E siamo invece propensi a pensarlo come qualcosa che subiamo.

Il cambiamento che non scegliamo, ma che ci travolge, ci coglie di sorpresa e innesca meccanismi di reazione che non sempre sappiamo controllare.

Ricordiamo però che tutte le volte che non siamo noi a scegliere, non è un cambiamento che genera valore. L’adattarsi ad una situazione mutata non è cambiamento. Questa impreparazione a trattare con l’incertezza ci mette allo specchio con tutti i nostri limiti. Ci svela spesso frangibili.

Alleniamoci allora, poco alla volta. Sperimentiamo ogni giorno un pensiero nuovo, un gesto nuovo. Impariamo una parola nuova.

E piano piano ci abitueremo a governare i cambiamenti di maggiore impatto. Un nuovo lavoro, un nuovo modello di impresa, un nuovo team di lavoro. E non perché un evento brusco, improvviso inaspettato ci costringe a cambiare, ma perché scegliamo di farlo.

Scegliere è l’antidoto principale davanti all’ignoto. Come in un labirinto, bisogna procedere per bivi che si succedono. Uno alla volta. Non puntare subito all’uscita terminale, ma affrontare il labirinto.

Far fronte alla complessità ci richiede di rinunciare al tentativo di esercitare un totale controllo sul futuro, e di orientarci invece sul momento presente. Godercelo, con tutte le sue incertezze. Tornando a puntare a ciò che ci sta veramente a cuore.

Il paradosso di un’eccessiva intolleranza dell’incertezza è infatti quello di tenerci lontani dall’esito desiderato e condannarci ad una presente, costante e incessante preoccupazione, che pregiudica anche le nostre future possibilità di benessere.

Prendere confidenza con l’incertezza è allora la prima scelta da fare. Come in una gara, bisogna prima imparare a “tirare su il fiato”. Una volta acquisita familiarità con l’incertezza, avremo la resistenza per affrontare le salite.

Sintonizziamoci allora sulle nostre intenzioni. Consapevoli e connessi con il nostro potenziale. E diamo del tu alle nostre paure. Il labirinto diventerà improvvisamente una concatenazione di piacevoli scoperte.